La notte di Israele. Il numero 9 di Limes 2024. Parte Prima

L’ultimo numero di Limes è dedicato a Israele e alla sua rappresaglia senza limiti contro il popolo palestinese indifeso e inerme in risposta all’attacco terroristico da parte di Hamas del 7 ottobre 2023. Una ritorsione che sta sconvolgendo il mondo perché avviene da parte di uno Stato in spregio a ogni norma di diritto internazionale e umanitario. Il titolo del volume mette in evidenza come Israele, nonostante la narrazione imperante definisca “successi militari” l’eliminazione fisica di moltissimi esponenti nemici di Hamas e di Hezbollah al prezzo di un elevato numero di vite umane innocenti, in prevalenza donne e bambini/e, non stia per nulla vincendo in questo conflitto. In primis, come ricorda Caracciolo nel suo editoriale La saggezza di Tucidide, pur essendo uno Stato molto piccolo Israele in passato ha risolto le sue guerre in un tempo molto breve. Da più di un anno, invece, il conflitto si protrae con problemi anche dal punto di vista demografico. Lo Stato di cui Netanyahu è Primo Ministro ha una popolazione di soli 10 milioni di abitanti e una guerra lunga può essere sostenuta solo con grandi difficoltà. Il reclutamento dei riservisti sta creando problemi. Di questi dieci milioni di abitanti, inoltre, due milioni sono arabi israeliani, come tali non autorizzati a combattere, e quasi altrettanti sono gli ultraortodossiche si rifiutano di far parte dell’esercito in base alle loro convinzioni integraliste. Più che alla guerra perpetua Israele è votato all’autodistruzione e questa guerra su sette fronti «è il surrogato della guerra civile che stava fermentando dentro il corpo di Israele» (Lucio Caracciolo, Mappa Mundi, 23 ottobre 2024) e di cui abbiamo riferito qui. Nel frattempo Hamas ed Hezbollah, ma anche «il nemico perfetto», l’Iran, continuano a lanciare razzi e droni. La guerra al terrorismo, cioè l’idea di «terrorizzare i terroristi», sul cui pericolo gli Americani, dopo il 7 ottobre, avevano provato a mettere in guardia il governo israeliano, avrà il solo risultato di formare nuove generazioni di terroristi e terroriste nemici di Israele.

L’operazione diluvio di Al Aqsa

Non credo sia casuale che l’articolo di apertura della prima parte, Israele contro se stesso, sia una bella riflessione di Włodek Goldkorn, il giornalista e scrittore de Il bambino nella neve. Non è la prima volta che la rivista di geopolitica più letta in Italia lascia spazio a riflessioni che poco hanno a che fare con i rapporti di potere tra Stati. Ma Conoscersi per riconoscersi è da leggere perché approfondisce quanto nei suoi libri ha sostenuto Emmanuel Lévinas, cui l’autore rimanda. Goldkorn ricorda il periodo nel quale arabi e israeliani convivevano e si conoscevano perché capitava loro di incontrarsi, di vedere i rispettivi corpi: «gaziani e israeliani conoscevano la controparte e sapevano che si trattava di un conflitto difficile, spesso violento. L’incontro non annullava l’ostilità, ma conoscere l’Altro in carne e ossa è già un entrare in dialogo, riconoscere la sua umanità anche se si presenta da nemico […]. Nel suo bel libro Il sentiero dei dieci pubblicato da Piemme, Davide Lerner racconta come oggi a Gaza ci sia invece una nuova generazione di palestinesi, persone che hanno poco più di vent’anni e non hanno alcuna memoria del mondo di allora. Sono uomini (perché si parla per lo più di maschi, le donne non andavano a lavorare in Israele) che non sono mai usciti dalla Striscia, non sanno altra lingua che l’arabo, non hanno mai visto un aeroporto, non sono mai stati in un cinema, non hanno idea di come si viva fuori. Dal 2007 infatti, dopo la presa del potere da parte di Hamas, Gaza ha sempre vissuto nell’isolamento imposto da Israele (che comunque si era ritirato dalla Striscia unilateralmente nel 2005, smantellando anche le colonie) con la volonterosa collaborazione degli egiziani e per la grande soddisfazione del resto del mondo […]. E se aggiungiamo il Muro di separazione in Cisgiordania, costruito dagli israeliani fra il 2002 e il 2003, capiamo perché oggi per i palestinesi gli ebrei israeliani sono fantasmi. Lo stesso vale per gli israeliani, che conoscono sempre meno i palestinesi». Secondo Goldkorn sono le famiglie degli ostaggi ancora in mano a Hamas ad avere portato in piazza le foto e i quindi i corpi dei loro cari con un’azione rivoluzionaria rispetto alla politica di apartheid di Israele; perciò lo scrittore si augura che la vita, grazie a questo gesto, prevalga sulla ragion di Stato rendendo possibile in futuro la convivenza fra i due popoli. Certo è che non altrettanto possono fare i palestinesi, i cui corpi martoriati o feriti dalle bombe, soprattutto quelli dei bambini e delle bambine, non sono mai mostrati e anzi sono spesso raccontati dai nostri media solo come numeri. Mi piace rinviare a tale proposito a un articolo pubblicato da Comune.info dal titolo Noi rifiutiamo, in cui un obiettore di coscienza israeliano e una palestinese si confrontano, insieme ad altri, sull’assurdità di quanto sta succedendo in Israele, girando per l’Italia e incontrando persone a cui raccontare che «quello in atto da tempo in Palestina è un interminabile processo di deumanizzazione…».

Tra le rovine di Gaza

Alcuni di loro fanno parte dell’associazione Mesarvot, che significa proprio «Noi rifiutiamo». Il racconto dell’obiettore di coscienza israeliano parte da una considerazione molto simile a quella riportata da David Lerner: «Dalle finestre della mia Università si vedeva un muro, che delimita lo spazio oltre il quale sono costretti a vivere i palestinesi. Immaginate, come se qui a Roma da quella finestra vedeste un muro oltre il quale vivono le persone nere…». I muri allontanano e impediscono di riconoscersi come parte di una stessa comunità di destino, come direbbe Edgar Morin.
Per noi occidentali è difficile capire questa guerra, perché da ambo le parti c’è un coinvolgimento religioso fortissimo, che viene prima di ogni rivendicazione territoriale e politica. Ne scrivono Giacomo M. Arrigo in I fanatici dell’Apocalisse. La guerra escatologica di Hizbullah, il Partito di Dio, e a proposito di Israele Lorenza Bottacin Cantoni in La terra di Israele è sconfinata. Parola di Dio (e di Bibi), letture da consigliare a chi voglia capire di più le ragioni di quello che sta succedendo in Medio Oriente, essendo il racconto dei nostri media al riguardo puramente e colpevolmente cronachistico.

Il percorso del Libano e di Hizbullah

In un altro punto dell’editoriale Caracciolo scrive qualcosa che sarà bene ricordare: «Gerusalemme immaginava che mantenere Hamas nella gabbia di Gaza a libro paga mensile con soldi qatarini trasferiti via Mossad e servizi egiziani fosse garanzia di tregua infinita. Così non è stato e quello che a noi occidentali oggi, dopo l’attacco efferato di Hamas a Israele, sembra un suicidio a tappe, per gli israeliani è una benedizione». E ancora: «Binyamin Netanyahu conferma, rivolto ai suoi soldati: “Ricordate quel che vi ha fatto Amalek!” (il male assoluto che si presenta in diverse forme) […] da migliaia di anni il fondamento dell’esistenza del popolo ebraico è stato la lotta costante per le nostre vite e per le nostre libertà”. Da Giosuè a Bibi, i soldati dell’eterno Israele si certificano eternamente belligeranti». Molta parte dell’opinione pubblica sostiene l’operazione definita Spade di ferro intendendola come la giusta vendetta degli assassini di Hamas, estesa a tutti i gaziani, donne e bambini compresi. «La guerra perpetua eretta a plurimillenaria identità nazionale — continua il Direttore di Limes —, poggiata sul verbo del Dio furioso della Bibbia ebraica dove il termine «guerra» ricorre 310 volte, esclude per definizione la pace. Il destino dell’israeliano non è più di vivere con il fucile al piede, ma sempre in mano». Sono terribili le affermazioni di Smotrich, Bengvir e Gallant secondo cui Israele si dedica a massacrare decine di migliaia di gaziani in quanto «animali» secondo il «piano dei generali» attribuito a Giora Eiland, nutrito di impliciti riferimenti ad assedi biblici. Gaza va sigillata, distrutta e ripulita di ogni presenza «animale» sezione dopo sezione, da nord a sud, senza pensare che “danno collaterale” di queste stragi saranno per generazioni leve di giovani terroristi/patrioti palestinesi assetati di sangue ebraico. Denunciare le politiche di Netanyahu non è antisemita, bensì l’unico antidoto al suicidio del Paese, come ricorda Anna Foa in Il nuovo antisemitismo e la fine dell’eccezionalismo ebraico.

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Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, si definisce una escursionista con la “e” minuscola e una Camminatrice con la “C” maiuscola. Eterna apprendente, le piace divulgare quello che sa. Procuratrice legale per caso, docente per passione, da poco a riposo, scrive di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.

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