Quando era entrato nell’aula sempre buia dell’istituto delle suore agostiniane di Scanzano, dove, ancora studente, insegnava matematica, lui le era apparso “bello come un dio dell’Olimpo” — mi raccontava con occhi di sogno.
Lei aveva appena sedici anni e aveva conquistato a fatica il permesso di frequentare la scuola per diventare maestra: la nonna Matilde, nobildonna decaduta, aveva sentenziato che una ragazza di buona famiglia, se non poteva frequentare il costoso collegio svizzero, era meglio che rimanesse a casa, a esercitarsi nel ricamo e nel cucito. Però mamma aveva strappato il permesso di continuare a studiare il pianoforte e la suora che le dava lezioni, scoprendone la passione e l’intelligenza, aveva deciso di prepararla di nascosto anche per l’ammissione all’istituto magistrale. Mio nonno Nicola non se l’era sentita di rifiutarle quella possibilità e aveva sfidato gli anatemi della madre.
Quattro anni di fidanzamento, senza mai potersi incontrare da soli, matrimonio con tutto il lusso che i tempi di guerra consentivano, trasferimento nella capitale. Poi, quasi subito, una lunga solitudine nella città sconosciuta, in attesa del ritorno di quel giovane dio, che, appena conquistato il diritto di dire “suo per sempre”, era stato fatto prigioniero — dagli Alleati, per fortuna.
Così, quando, nel luglio 1944, furono di nuovo e indissolubilmente insieme, il sorriso le illuminava ancora il viso di ragazza.
Nove mesi dopo nacqui io.
Ma lei non voleva fare la mamma e odiava le faccende di casa.
Inutile il diploma di maestra conquistato con tanta fatica: papà, per ottenere la sua mano, aveva giurato al futuro suocero che mai e poi mai l’avrebbe esposta alla vergogna di dover lavorare fuori casa.
Così, poco alla volta, quel sorriso si spense e mamma cominciò a non aver voglia di alzarsi la mattina. Esaurimento nervoso, la diagnosi. Dal paese di papà fu chiamata una delle sorelle nubili, perché si occupasse di me. Fui fortunata: zia Maria sprizzava allegria da tutti i pori e si divertiva come fosse anche lei bambina a inventare per me giochi sempre nuovi.
Mamma nel frattempo cominciava le sue peregrinazioni da un neurologo all’altro. All’elettroschock mio padre si oppose fermamente, ma dovette rassegnarsi a valanghe di farmaci.
Quando ebbi cinque anni, per le iniezioni, cominciai ad accompagnarla io dalle suore di via Bobbio. Lei resisteva, ogni volta ci voleva tutta la mia pazienza per convincerla a vestirsi e uscire; e poi quella di una suora gentile perché accettasse di farsi “bucare”. L’ago della siringa le faceva paura e dopo piangeva come se l’avesse trafitta un pugnale. Io le tenevo la mano e la facevo forza.
Salutandoci la suora mi dava un buffetto sulla guancia: «Brava bambina, sei coraggiosa come un maschio».
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Articolo di Gabriella de Angelis

Docente di latino e greco nei licei e nei corsi dell’Università delle donne Virginia Woolf, si è dedicata alla rilettura dei testi delle letterature classiche in ottica di genere. All’Università di Aix-Marseille ha tenuto corsi su scrittrici italiane escluse dal canone. Fa parte del Laboratorio Sguardi sulle differenze della Sapienza. Nel Circolo LUA di Roma intitolato a Clara Sereni, organizza laboratori di scrittura autobiografica.
