Lucy Stone è una figura solo in apparenza meno incisiva delle compagne Elisabeth Cady Stanton e Susan B. Anthony dalle quali, dopo aver condiviso un percorso di militanza femminista ventennale, si separò nel 1869 per divergenze sul XV emendamento e sulle strategie del movimento. L’emendamento in questione se dichiarava di garantire il diritto di voto a tutti i cittadini americani senza distinzione di razza, di fatto continuava a escludere le donne. Stanton e Anthony lo rifiutarono per rivendicare un emendamento federale che garantisse anche il suffragio femminile e a questo scopo fondarono la National Woman’s Suffrage Association (Nwsa) e il periodico The Revolution. La loro posizione provocò una rottura con il leader abolizionista Frederick Douglass e causò l’allontanamento delle suffragiste nere dal movimento. A sua volta Lucy Stone per quanto condividesse la delusione delle compagne, rimase su posizioni moderate e volle interpretare l’emendamento come passo significativo e tappa di avvicinamento all’obiettivo finale del suffragio a cui arrivare non con un emendamento federale, ma gradualmente facendo pressione per l’approvazione Stato per Stato. In risposta alla Nwsa, Lucy fondò l’American Woman’s Suffrage Association (Awsa) e il giornale The Woman’s Journal.

Già nel 1866 in una lettera ad Anthony aveva scritto «Un giorno le donne avranno diritto al suffragio e noi dovremo imparare ad aspettare… Se ci vorranno quarant’anni per uscire dal deserto, dovremo essere pazienti… Da qualche parte nel futuro regnerà l’uguaglianza. Le nostre ragazze mieteranno il facile raccolto che costa tanto seminare». Sono parole che confermano la «postura della martire» che, secondo Jean H. Baker — autrice del testo principale di riferimento per l’articolo e per le citazioni — Lucy era andata assumendo fin dalla sua infanzia difficile e tormentata.

Nel 1853, rispondendo al corteggiamento insistente di Henry Blackwell, aveva scritto che era votata a una vita dura e piena di conflitti resi necessari dalle ingiustizie della società e che doveva rendersi utile per correggere questi torti senza illudersi di raccogliere a breve i frutti del suo impegno: «Gli obiettivi che intendo raggiungere non saranno raggiunti se non molto tempo dopo che il mio corpo sarà diventato cenere». Insomma al di là delle reali circostanze e dei disagi che mettevano a dura prova la vita di un’attivista, Lucy era convinta che delusioni, sofferenze e rinunce fossero passaggi fondamentali per raggiungere l’obiettivo e questa convinzione influenzò tanto la sua vita privata quanto quella pubblica vissute entrambe all’insegna del senso del dovere e del sacrificio.
Era nata nel 1818 in una fattoria isolata di West Brookfield, Massachussetts, da Hannah Mathews e Francis che ebbero tre figli maschi e tre femmine. Con la famiglia viveva anche una sorella del padre abbandonata dal marito che, come tutte le donne della sua condizione, era completamente dipendente dalla carità dei parenti. Il padre imponeva la sottomissione alle donne della casa, riservando tutti i privilegi di una buona istruzione e formazione ai figli maschi da cui si aspettava un riscatto sociale e professionale che non sarebbe mai arrivato. Dotata di un carattere indipendente, Lucy si scontrò ripetutamente con lui, che non le risparmiò insulti sessisti e body shaming e le rifiutò il denaro per continuare gli studi all’Oberlin College. «All’età di dodici anni (Lucy) aveva acquisito un senso del dovere che la obbligava a soccorrere la madre quando la sua salute peggiorava per mungere otto mucche la mattina, fare il bucato il lunedì, stirare il martedì, fare il burro il mercoledì, pulire il giovedì, tessere il venerdì…». Fu questo il terreno di coltura della pazienza e della determinazione che l’accompagnarono per tutta la vita.
Decisa a frequentare il College impiegò nove anni a mettere da parte i settanta dollari per il primo anno di studi lavorando come insegnante, raccogliendo castagne e frutti di bosco, vendendo i formaggi della fattoria e fabbricando scarpe a cottimo.

A venticinque anni Lucy approdò all’Oberlin College in Ohio dove si praticavano l’istruzione interrazziale e la coeducazione. Frequentato soprattutto da afroamericani e donne bianche, il College era una delle tappe della Railway Underground (la rete di luoghi utilizzati dalla popolazione nera in fuga dalla schiavitù) e promuoveva l’abolizionismo militante fra gli/le studenti e le riforme. Lucy si sottopose a una rigida disciplina di studio e di lavoro: frequentava le lezioni la mattina presto, studiava, scriveva e si esercitava per tutto il giorno e per buona parte della sera; per pagare la retta insegnava lettura e scrittura a classi di afroamericani e faceva le pulizie nelle case private. Visto il suo impegno il padre si convinse a farle un prestito, ma solo a patto che lei lo restituisse non appena si fosse laureata. Era una studente eccellente e, oltre a rafforzare le sue convinzioni abolizioniste, si mostrò decisa e combattiva nel protestare contro le discriminazioni di genere. L’Oberlin era un College all’avanguardia, ma per quanto vi si praticasse la coeducazione le studenti ammesse erano tenute, in quanto donne, a osservare imposizioni e divieti, primo fra tutti il divieto di parlare a un pubblico misto. Così quando le fu impedito di fare pratica di oratoria e logica con i colleghi maschi, Lucy creò un club di sole donne fuori del campus. E quando come studente meritevole le fu affidato il compito di scrivere il saggio di laurea della sua classe, che sarebbe stato letto in pubblico da un uomo, rifiutò l’incarico.
Nel 1847 conseguì il titolo e fu la prima donna laureata del Massachussetts. Invece di fare l’insegnante, come le consigliava la famiglia, scelse di lavorare come agente al servizio dell’American Antislavery Association, sottoponendosi a lunghi e faticosi tour di conferenze che, grazie alle sue abilità oratorie, la resero famosa ed economicamente autonoma.
Nei suoi discorsi, mai ideologici o astratti, partiva sempre da casi di vita vissuta e da ingiustizie subite, inserendovi spesso anche storie personali e di oppressione femminile, al punto che i leader antischiavisti le chiesero di attenersi all’argomento principale nel weekend e di trattare i problemi delle donne durante i giorni feriali meno frequentati. Affiancare le due cause non era sempre una strategia vincente e faceva emergere le contraddizioni interne ai due movimenti. Sul fronte abolizionista si temeva di perdere il consenso dell’ala moderata che non intendeva mettere in discussione i ruoli familiari, misconoscendo l’oppressione e le asimmetrie di genere trasversalmente presenti. A sua volta il Movimento suffragista risentiva di un limite razziale e di classe in quanto la sorellanza non sempre solidarizzava con le donne nere e con le proletarie.
A partire dal 1850 Lucy si impegnò a tempo pieno come docente, conferenziera e oratrice per la causa dei diritti delle donne, mostrando grandi capacità di coinvolgimento e abilità retorica e persuasiva, riconosciute e apprezzate da tutte le sue compagne. Partecipò all’organizzazione delle National Woman’s Rights Conventions per circa un decennio e il suo discorso alla prima Convenzione di Worchester fu pubblicato dalla stampa internazionale. Diede il via a estenuanti campagne di petizioni per il suffragio e per la revisione delle costituzioni dei singoli Stati. Come le altre attiviste affrontò i disagi dei viaggi e il dileggio e l’aggressione del pubblico talvolta rozzo e ostile.

Per un periodo condivise con le compagne l’uso dei bloomers, i pantaloni indossati dalle donne del movimento e, come appare in una foto, adottò una pratica acconciatura con i capelli corti. L’intenzione di dedicarsi a tempo pieno alla causa, le leggi matrimoniali e la sua ingrata esperienza familiare l’avevano portata a escludere il matrimonio dai suoi progetti. Per circa tre anni aveva rifiutato le ripetute proposte di Henry Blackwell, abolizionista dell’American Antislavery Association e sostenitore del suffragio femminile, con cui aveva avviato una fitta corrispondenza epistolare. Tra le ragioni addotte elencava l’amarezza della sua esperienza familiare, l’iniquità delle leggi matrimoniali, la diffidenza verso gli uomini che considerava immaturi, la differenza d’età, in quanto lui era di otto anni più giovane, e il fatto che desiderava dedicarsi interamente alla causa e non avrebbe avuto tempo né per un marito né per un’eventuale prole. Henry la rassicurò scrivendole che voleva renderla felice con un matrimonio paritario e completamente rispettoso della sua persona, ma lei non ne sembrò convinta fino a quando lui non si rese protagonista ai suoi occhi di un atto di coraggio e generosità che fugò ogni dubbio. Avendo saputo di una bambina nera di otto anni fuggita al nord e catturata dai suoi proprietari che la stavano riportando in treno attraverso l’Ohio a Salem, Henry, sfidando la legge, salì rocambolescamente sul treno in Ohio e liberò la bambina. Aveva violato lo Slave Fugitive Act e per questo oltre a subire minacce e danni economici dagli schiavisti, venne perseguito in Kentucky e Tennessee dove misero due taglie sulla sua testa.
Lucy Stone e Henry Blackwell si sposarono nel 1855 apparentemente nel rispetto della tradizione con gli abiti di nozze appropriati, il pranzo offerto da Francis Stone e le lacrime della sposa, ma la cerimonia venne officiata dal ministro unitario attivista Thomas W. Higginson e la sposa non solo non fece alcuna dichiarazione di obbedienza al coniuge, ma nemmeno assunse il cognome del marito. Lucy e Henry lessero e consegnarono al ministro una Protesta di Matrimonio in cui, contestando le leggi matrimoniali che «conferivano al marito una superiorità ingiuriosa e innaturale», rivendicavano la completa libertà della moglie come «essere indipendente e razionale» e i suoi diritti alla custodia della prole, all’eredità, a fare testamento, a gestire i propri guadagni, a condividere le scelte di vita in comune in una partnership paritaria permanente.
La Protesta fu pubblicata dai giornali abolizionisti e accolta positivamente dal Movimento; la stessa Stanton, che nel 1840 si era sposata omettendo la formula dell’obbedienza, apprezzò molto la scelta di Lucy di non cambiare il cognome da nubile come segnale del mantenimento della propria identità e dei propri diritti in un’unione paritaria. Stone mantenne sempre coerentemente questa posizione al punto che quando nel 1879 alle donne di Boston fu permesso di votare per la prima volta alle elezioni del distretto scolastico, vi rinunciò perché nella registrazione avrebbe dovuto apporre il suo cognome da sposata.

Lo sposo proveniva da una famiglia emigrata dall’Inghilterra di idee progressiste, solidale e coesa soprattutto dopo la morte prematura del padre. Le sorelle grandi erano entrambe laureate in medicina, vivevano del proprio lavoro e esercitavano un grande ascendente sui fratelli, la sorella più giovane era un’artista. Volendo difendere la propria autonomia e indipendenza nessuna di loro si sposò. I due maschi gestivano un negozio di ferramenta, ma Henry aspirava a crescere negli affari per dedicarsi a tempo pieno all’attivismo abolizionista e femminista e molto probabilmente la grande attrazione che provava per Lucy era legata all’ammirazione e alla stima che nutriva per le sorelle. Dopo il matrimonio, Henry condivise l’attivismo della moglie, ma più spesso la lasciava sola per tentare imprese economiche che si rivelavano per lo più fallimentari, deludendola enormemente soprattutto quando fece ricorso al suo denaro senza informarla.

Lucy visse il matrimonio, la sessualità e la maternità come aveva sempre affrontato la sua vita, con un forte senso del dovere e del sacrificio, impedendosi di provare la gioia e la serenità di sentirsi amata. Questa incapacità la faceva sentire in colpa e inadeguata. Ogni avversità le dimostrava che nella vita doveva soffrire ed esercitare la pazienza sopportando il dolore come una martire. E con lo stato d’animo della martire accettò anche un episodio di infedeltà coniugale del marito e i suoi numerosi fallimenti economici, nonché la frustrante rinuncia personale ai tour di conferenze dovuta agli impegni domestici e ai problemi di salute seguiti al parto.
Tuttavia continuò il suo attivismo in altro modo quando nel 1858, avendo acquistato una casa a Orange, come donna senza diritto di voto si rifiutò di pagare le tasse in nome del principio no taxation without representation e spingendo altre donne a reclamare il voto come contribuenti. Nel 1867 grazie alla collaborazione delle cognate, sempre pronte ad accudire la piccola Alice, lei e Henry partirono per il Kansas dove, allo scopo di garantire il diritto di voto alle donne, era stato indetto un referendum per la ratifica di un emendamento costituzionale (già passato alla legislatura) per eliminare la parola “maschio” dalla clausola che definiva la qualifica di un elettore. Contestualmente, allo scopo di garantire il diritto di voto agli afroamericani si votava anche la proposta di eliminare la parola “bianco” dalla stessa clausola. Per la ratifica era chiamato al voto l’elettorato maschile bianco dello Stato, che respinse entrambe le richieste.
Nel tour di conferenze in Kansas si inasprirono i toni e le divisioni interne al movimento. Lucy era contraria al divorzio, criticava aspramente la scelta di Anthony e Stanton di avvalersi della collaborazione di figure come George F. Train e Victoria Woodhall, che giudicava ambigue e immorali, mentre Stanton e Anthony, che intendevano tenere il movimento lontano dai partiti, non condividevano la proposta di Henry di legarsi al Partito Repubblicano.

Nel 1869 fu Lucy ad assumere una posizione intransigente al punto di rompere con il resto del movimento. Nei venti anni che seguirono continuò a lavorare duramente recandosi quotidianamente a Boston, sede dell’Awsa e del Woman’s Journal, con senso del dovere e vocazione al sacrificio immutati, senza mai prendersi una vacanza e rinunciando anche al viaggio in Inghilterra con tutta la famiglia Blackwell.


Contemporaneamente si andava avvicinando a posizioni sempre più conservatrici con l’idea che il destino di una donna si realizzasse al meglio come madre e moglie entro le mura domestiche. L’Awsa, grazie a lei, era diventata un’organizzazione strutturata con personale delegato in tutti gli Stati. Contrariamente alla Nwsa, che interveniva su diverse questioni concernenti i diritti delle donne mostrando particolare attenzione alle ingiustizie legali subite nei processi, l’Awsa non si occupava di «questioni periferiche», ma solo del voto: «Noi terremo la nostra piattaforma libera da controversie e questioni sociali». La divisione non giovò al movimento, tenne alta l’attenzione della stampa che se ne occupò non tanto per informare quanto per mettere in ridicolo quello che giudicava essere uno scontro fra «galline in guerra», rinforzando lo stereotipo di una bega tra donne pettegole.
Nel 1890 fu Alice Blackwell, la figlia di Lucy e Henry, a promuovere una riconciliazione fra le due ali del movimento, che si fusero nella National American Woman ‘s Suffrage Association (Nawsa). Il Woman’s Journal ne divenne l’organo ufficiale ma, come Lucy aveva previsto, l’obiettivo era ancora troppo lontano e dovettero passare ancora trent’anni per la ratifica dell’emendamento sul suffragio femminile, che arrivò nel 1920.
In copertina: statua di Lucy Stone, Boston, Commonwealth Avenue.
Per approfondire:
Jean H. Baker, Sisters: The lives of America’s Suffragists, Hill and Wang, New York 2005
Marriage Protest of Lucy Stone and Henry B. Blackwell
https://www.historyisaweapon.com/defcon1/stoneblackwellmarriageprotest.html
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Articolo di Rossana Laterza

Insegnante di Italiano e Storia in pensione. Con il gruppo Toponomastica femminile ha curato progetti di genere nella scuola superiore e collaborato a biografie di donne di valore dimenticate.
