Vite intrecciate, fili di speranza. Parte nona

«Se sei arrivata fin qui perché vuoi solo aiutarmi, stai perdendo tempo. Ma se sei arrivata fin qui perché la tua libertà è legata alla mia, allora è il momento di impegnarci insieme». Questa frase, attribuita a Lilla Watson, artista visiva e attivista nativa australiana, apre l’ultimo capitolo del report che ci ha accompagnati/e finora, e costituisce un esempio di quanto uno sforzo collettivo possa fare la differenza. Non è un mistero che l’implementazione dei diritti contribuisce al benessere di tutte/i perché l’azione collettiva è uno strumento essenziale per affrontare sfide globali, tanto per il cambiamento climatico e la rivoluzione digitale come negli ultimi anni, quanto per la salute sessuale e riproduttiva negli ultimi decenni. Questi sviluppi — e i risultati a cui hanno portato — sono stati influenzati dal consenso storico raggiunto al Cairo durante la Conferenza internazionale sulla popolazione e lo sviluppo (Icpd). Dal 1990 al 2022, infatti, si è assistito a un incremento dell’uso di contraccettivi moderni tra le donne sposate e alla diminuzione del tasso di gravidanze indesiderate del 19%; il tasso di mortalità materna globale è calato di oltre un terzo dal 2000 al 2020 e grazie ai successi ottenuti con gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Millennium Development Goals), questa trasformazione ha interessato molte zone del continente africano. La pandemia di Covid-19 e i disastri naturali causati dalla crisi climatica, oltre alla perdita di biodiversità e all’inquinamento, hanno ostacolato il pieno raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals) colpendo maggiormente le popolazioni a basso reddito e causando una maggiore vulnerabilità delle fasce di popolazione già a rischio. È necessario, per tutti i Paesi, riaffermare i principi fondamentali dell’Icpd per garantire che i diritti e i servizi siano accessibili a tutti/e, anche tramite la tecnologia: utilizzando strumenti come le cartelle sanitarie digitali e l’identificazione, si possono rafforzare i sistemi ospedalieri e assicurare un accesso più diretto ai trattamenti medici. L’introduzione di nuove pratiche e un ammodernamento dei sistemi non sono esenti da rischi: la rivoluzione digitale ha permesso di veicolare messaggi e di trasmettere idee e notizie velocemente ma alcuni di questi alimentano la disinformazione e la violenza di genere. Perciò c’è bisogno, come abbiamo visto nei numeri precedenti, di fornire stime e statistiche adeguate ad affrontare le molte sfide sopraggiunte: seppur la raccolta dati sia migliorata dal 2016, bisogna far fronte a nuove problematiche emergenti che rimangono sottofinanziate e non ricevono la dovuta attenzione dalle istituzioni. Ed è qui che tutte e tutti noi possiamo intervenire: la cooperazione e la solidarietà — come auspica Watson — devono essere la chiave delle nostre azioni, per riuscire a garantire dignità e speranza, senza distinzioni.

Il café Age of Love, tenutosi a Northampton nel 2023, organizzato dalla professoressa Sharron Hinchliff dell’Università di Sheffield, ha creato uno spazio di discussione per anziani/e, soprattutto donne, per discutere liberamente di salute sessuale — soprattutto riguardo a disfunzioni erettili e menopausa — in un ambiente riservato e accogliente.
Hinchliff ha constatato che c’è una grande richiesta di informazioni e servizi per il benessere sessuale in questo target, una necessità che cresce con l’invecchiamento della popolazione poiché molti/e di loro sono sessualmente attivi/e o desiderano esserlo, ma le loro esigenze vengono spesso trascurate dallo staff medico (ciò avviene soprattutto nella fascia tra i 55 e i 74 anni che spesso affronta complicanze sanitarie generali che influiscono però sulla vita sessuale). La negazione dei loro diritti sessuali si manifesta in vari modi, come il divieto di stabilire relazioni intime nelle case di cura, o l’esclusione da campagne di educazione e salute sessuale. Infatti, un rapporto di Age UK del 2019 ha rivelato che, tra il 2014 e il 2018, le diagnosi di infezioni sessualmente trasmissibili sono diminuite tra i/le giovani/e, mentre sono aumentate significativamente tra gli uomini e le donne anziane. Una situazione, questa, che diventa particolarmente ostica nel momento in cui la violenza colpisce membri anziani della comunità Lgbtqia+, minoranze, o chi ha subito aggressioni sessuali che non riesce a denunciare per timore di non essere creduto/a. Per porre rimedio a questi problemi è stata creata la prima Carta dei Diritti Sessuali per gli Anziani nel Regno Unito, con l’obiettivo di assicurare che queste persone siano trattate con rispetto riguardo alla loro sessualità, senza discriminazioni; fra le iniziative collegate, Age-Friendly Sheffield si propone di creare ambienti adatti, organizzando eventi che promuovono discussioni sul benessere sessuale e mentale.

Non esiste una soluzione unica per affrontare queste sfide, ma è possibile creare approcci basati su evidenze scientifiche e sociali tramite accordi internazionali e/o fra istituzioni dedicate, promuovendo programmi che, se ben progettati, possono rispettare le esigenze specifiche delle comunità, contribuendo a garantire dignità e sicurezza. Ad esempio, secondo il rapporto, l’Hiv colpisce in modo sproporzionato le comunità stigmatizzate, come sex workers, uomini gay, persone transgender e chi fa uso di droghe iniettabili, che nel 2021 hanno rappresentato il 70% delle nuove infezioni: queste persone devono affrontare disuguaglianze nell’accesso a prestazioni mediche di qualità. In generale, i programmi di prevenzione e trattamento delle Ist (Infezioni sessualmente trasmissibili) in alcune regioni dell’Asia hanno dimostrato l’importanza di coinvolgere attivamente queste comunità: un esempio è il centro di salute Tangerine in Thailandia, gestito da persone transgender, una soluzione che ha migliorato significativamente l’accesso ai servizi di diagnosi e trattamento.

Nonostante gli obiettivi di inclusione e partecipazione siano ambiziosi, esistono ancora numerosi ostacoli, tra cui la mancanza di risorse finanziarie e la forte influenza di discriminazioni che, basandosi spesso su componenti culturali, sono difficili da estirpare. Ad esempio, si è stimato che molte donne indigene nel nord del Canada preferivano partorire a casa con un’ostetrica, ma questa pratica è stata limitata dalle autorità sanitarie per motivi di sicurezza con la conseguenza che per molte donne si rendeva necessario il trasferimento in strutture urbane per ricevere assistenza, comportando costi non indifferenti. Recentemente, l’ostetricia tradizionale è stata reintrodotta nel nord del Paese, offrendo cure moderne ma rispettando le preferenze culturali: le donne che partoriscono in centri di maternità di Nunavut segnalano infatti livelli di stress inferiori e migliori esiti in termini di supporto psicosociale, rispetto a chi partorisce in centri urbani.
L’inclusività è fondamentale per un approccio mirato nella salute sessuale e riproduttiva, poiché le comunità che vengono marginalizzate non sono monolitiche, ma presentano una grande diversità e affrontano molteplici problematiche, come l’isolamento geografico e la discriminazione. L’Unaids (United Nations Programme on Hiv and Aids) ha recentemente ribadito l’importanza della leadership comunitaria nella raccolta di dati e nell’offerta di servizi per l’Hiv, con particolare attenzione alle esigenze delle persone transgender.

La rappresentanza dei membri interessati nei processi decisionali è cruciale, poiché gli studi presentati nel report dimostrano che l’incremento di donne nei ruoli di leadership porta effettivamente a migliori risultati sanitari e contribuisce a riequilibrare le disparità di potere.

***

Articolo di Nicole Maria Rana

Nata in Puglia nel 2001, studente alla facoltà di Lettere e Filosofia all’Università La Sapienza di Roma. Appassionata di arte e cinema, le piace scoprire nuovi territori e viaggiare, fotografando ciò che la circonda. Crede sia importante far sentire la propria voce e lottare per ciò che si ha a cuore.

Lascia un commento