Le grandi assenti. Francesca Forleo Brajda

Eravamo, l’anno appena passato, al 13° convegno nazionale dell’associazione Toponomastica femminile, in Puglia, e sabato 12 ottobre, al Castello Imperiali di Francavilla Fontana, ho avuto il piacere di ascoltare l’intervento della professoressa  Maria Corvino Forleo, che per molti anni ha affiancato al lavoro didattico l’attività di ricerca sulla storia della sua città, e ultimamente quello sulla presenza di importanti figure femminili che hanno lasciato il segno, seppure in molti studi trascurato, nella memoria della città. Mi ha colpito particolarmente la figura di una pittrice prolifica, ma dimenticata, storia purtroppo comune a quella di tante artiste. Il suo nome è Francesca Forleo Brajda, la cui storia abbiamo ascoltato anche durante il percorso di genere con cui lo studioso di storia locale, Alessandro Rodia, ci ha accompagnato per le strade della città.  A lei il comune di Francavilla ha dedicato una strada.

L’intervento della prof.ssa Maria Corvino Forleo al 13° convegno nazionale di Toponomastica femminile
Alessandro Rodia nel suo viaggio nella storia e nell’arte di Francavilla Fontana

Pur avendo trovato poche notizie su di lei, ho deciso di scriverne comunque un articolo, approfittando anche delle informazioni che la professoressa Corvino Forleo mi ha gentilmente inviato.
La studiosa Maria Domenica Crety nel suo libro Le donne celebri nella provincia di Lecce, del 1913, si lamenta che in nessuno fra i tanti studi di storia locale sono ricordate le donne francavillesi che pur avrebbero meritato una più alta rinomanza, e cita la nostra pittrice, chiamandola erroneamente Rosa Forleo.
Conosciamo la data del battesimo di Francesca, il 18 gennaio 1779, che sarà probabilmente anche il giorno della sua nascita. I genitori appartenevano ad illustri famiglie, il padre, Domenico, alla casata dei Forleo, e la madre, Donata, a quella dei Brajda. I Forleo, di origine spagnola, si erano stabiliti a Francavilla Fontana dopo la conquista del regno di Napoli da parte di Consalvo Fernandez di Cordova e avevano sposato ragazze notabili del luogo.
Nicola Argentina, che nel 1885 ne scrisse la biografia, Francesca Forleo Brajda pittrice, la descrive minuta, con grandi occhi neri, folti capelli corvini e carnagione bruna. La deformità fisica di cui parlano anche Maria Domenica Crety e Pietro Palumbo, nella sua Storia di Francavilla, del 1869, dall’Argentina è attribuita a una forma di artrite che, con l’avanzare della malattia le rese impossibile anche camminare. Al padre francescano Bonaventura Padula si deve la sua formazione umanistica, che avvenne entro le mura del maestoso palazzo settecentesco che ancora oggi in corso Umberto, già via Castello, porta lo stemma dei Forleo Brajda. Passò poi ancora giovanissima a dedicarsi alla pittura, apprendendo l’arte del dipingere dal maestro di cultura solimenesca Ludovico Delli Guanti. Si impegnò nella pittura tanto alacremente, da produrre un incredibile numero di dipinti, che partendo da soggetti sacri, passano a contenuti mitologici, paesaggi, nature morte e scene di genere. Considerato che ai suoi tempi una donna aveva davanti a sé un destino di matrimonio o di monacazione, possiamo senz’altro affermare che la nostra pittrice rifiutò queste catene e scelse invece una vita operosa. La sua velocità di esecuzione, però, insieme ad una limitata formazione artistica sono responsabili, secondo il Palumbo, di una scarsa efficacia nella resa prospettica e cromatica. Se questo giudizio è vero per le prime opere, non è più esatto per la produzione successiva, dove è possibile riscontrare una maggiore padronanza tecnica e autonomia stilistica.  
Francesca visse in solitudine nel palazzo di famiglia, non si sposò, non ebbe figli. Tra i primi soggetti sacri che ha dipinto tra i quindici e i diciassette anni troviamo, come apprendiamo dalla biografia dell’Argentina, l’Annunciazione, la Visitazione, la Nascita di Gesù, e alcuni Martirii di Santi, l’Immacolata, la Madonna della Fontana, la Maddalena penitente. Passò poi a soggetti storico-mitologici, come Cleopatra, Due scene dalla Gerusalemme liberata, ma tutte queste opere sono andate disperse. Dei dipinti che ci rimangono, alcuni si trovano nella Basilica del Santissimo Rosario di Francavilla Fontana, altri in collezioni private.
Nella sagrestia della Chiesa collegiata di Francavilla si possono ammirare, sulla sommità degli armadi, alcuni ovali che raffigurano Il Battesimo di Cristo, La Decollazione di S. Giovanni, La Liberazione di Pietro dal carcere, Il Cuore di Gesù e Maria SS della Fontana, sotto cui si legge la firma dell’autrice e l’anno di esecuzione, 1796.

Decollazione di S. Giacomo (sin) – Liberazione di S. Pietro (dex)
Sacro Cuore di Gesù (sin) – Santa (dex)
Battesimo di Cristo (sin) – Rinvenimento di Maria SS. della Fontana (dex)

Nel Rinvenimento di Maria SS. della Fontana protagonista è la figura della Madonna col Bambino, e sotto si vede il laghetto, il cervo, l’arciere. La Madonna della Fontana è la santa protettrice di Francavilla. La leggenda racconta di un ritrovamento fortuito di un’icona bizantina che ancora oggi si conserva in una cappella della Collegiata del SS Rosario.

Icona bizantina della Madonna con Bambino, Collegiata del SS Rosario

Si racconta che il 14 settembre del 1310 il principe Filippo I d’Angiò era a caccia in un bosco, mentre uno dei signorotti che l’accompagnavano scorse un cervo e scoccò contro l’animale una freccia che gli tornò indietro, ferendolo. Allora tutti si diedero alla caccia del cervo e, estirpata la boscaglia, trovarono il cervo che beveva tranquillo in un laghetto e su un antico muro l’immagine della Madonna col Bambino. In ricordo di questo ritrovamento Filippo fece costruire nello stesso luogo una chiesa.
Tra le opere più apprezzate del suo periodo maturo è Diana cacciatrice: la dea è ritratta in un momento di riposo sullo sfondo di un bosco. Abbandonata dolcemente, non ha nulla della solennità di una dea, piuttosto della soavità e del languore femminile, e ai suoi piedi un fedele cane che la guarda.

Diana cacciatrice
Timoclea portata davanti ad Alessandro Magno

Per quest’ultimo dipinto avanzo l’ipotesi che si tratti dell’episodio di Timoclea portata davanti ad Alessandro Magno. Timoclea è un personaggio femminile forte e fiero, un reale personaggio storico della Grecia narrato da Plutarco: la nobildonna di Tebe, dopo essere stata violentata da un comandante della Tracia alleato di Alessandro Magno e averlo coraggiosamente buttato in un pozzo e ucciso, si guadagna il rispetto e la magnanimità di Alessandro Magno che, sbalordito dal coraggio della donna, le concede la libertà nonostante fosse una nemica.
Intanto la salute di Francesca peggiorava e i medici consigliarono un trasferimento nella casa di famiglia in campagna, dove l’ammalata poteva respirare un’aria più salubre. A contatto con la natura trovò nuova ispirazione e si dedicò alla pittura dal vero ritraendo scene di genere, come Il ballo della tarantola, Il giuoco della morra, La fanciulla che stringe un agnello, Vacche e capre, La vecchiarella che recita il rosario, Pastore che beve il latte e altro ancora.  Attraverso la pittura Francesca dimenticava l’infelicità della sua vita, le sue sofferenze, la sua solitudine e con la fantasia si proiettava in un mondo sereno e gioioso.
Accanto al fuoco è una scena di vita familiare, raffigurata nella penombra della sera, rischiarata dalla fiamma del camino: una ragazza sta cuocendo sul fuoco del cibo, intorno a lei altre figure, tra cui due donne con bambino.

Accanto al fuoco
La serenata al chiar di luna

Ne La serenata al chiar di luna un gruppo variopinto di giovani si diletta con la musica su uno sfondo paesaggistico scuro, rischiarato solo dal chiarore della luna.
Caratteristica comune a tutti questi dipinti è lo sfondo paesaggistico, spesso raffigurato all’imbrunire, e in primo piano figure femminili che con vesti dai colori accesi creano un contrasto cromatico e chiaroscurale. Di tutta la feconda produzione di questo periodo ci rimane ben poco, ma possiamo immaginare la pittrice che, nonostante appartenesse a una nobile famiglia, non disdegnava di scendere tra la gente per ritrarre dal vero scene di vita popolare, usi e costumi, feste, lavori, sofferenze. Sono quadretti alla fiamminga, dove ogni particolare ha meritato l’attenzione dell’artista, un grembiule svolazzante, un nastro tra i capelli, un’edicola votiva, un covone di grano. Sono nature morte, come pesci, frutta, agli e cipolle.
La malattia, però, avanzava e lei continuava a dipingere nonostante le sofferenze e le mani deformate dall’artrite. Poi la morte del padre, avvenuta l’11 febbraio del 1818, contribuì a gettarla nello sconforto e la pittrice ritornò alla pittura sacra.  Tra le ultime opere l’Addolorata, Sant’Agata, Gli Angeli del perdono. Morì il 3 giugno 1820 avvelenata da una pozione preparata per sbaglio. Fu considerata dai contemporanei una distinta e feconda pittrice e a lei si attribuirono più di cento opere.

In copertina: la targa della via dedicata all’artista dalla città di Francavilla Fontana.

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Articolo di Livia Capasso

foto livia

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, ha insegnato Storia dell’arte nei licei fino al pensionamento. Accostatasi a tematiche femministe, è tra le fondatrici dell’associazione Toponomastica femminile. Ha scritto Le maestre dell’arte, uno studio sull’arte fatta dalle donne dalla preistoria ai nostri giorni e curato La presenza femminile nelle arti minori, ne Le Storie di Toponomastica femminile.

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