Covando un mondo nuovo. Viaggio tra le donne degli anni Settanta è un libro di fotografie costruito a quattro mani, quattro occhi e un obiettivo fotografico, quello di Paola Agosti. È lei l’autrice degli scatti contenuti in questa preziosa raccolta di immagini, scelte insieme a Benedetta Tobagi che ha composto il testo scritto.


Ne viene fuori un interessante (commovente ed emozionante per chi c’era allora) mondo in bianco e nero che racconta di un decennio ricco di cambiamenti, contraddizioni, impeti, contrasti, discussioni, riflessioni, relazioni, autocoscienza, emozioni, complicità.

Della prima fotografia di Agosti, che apre il volume edito per la collana Frontiere Einaudi, viene indicata con precisione la data, aprile 1977. «Questo scatto — scrive Benedetta Tobagi — ha la mia età […] Emana ancor oggi un’energia travolgente. Tutte a fare il celeberrimo gesto femminista, non un triangolo, attenzione (altrimenti potrebbe sembrare il pube), ma una specie di rombo, perché è proprio la vagina, sbattuta in faccia ai poliziotti schierati, ridendo: altro che “sesso debole”. Quale migliore risposta al gesto della P38?».

Due pagine dopo, ecco l’immagine di una famiglia della provincia rurale abruzzese, tre bambini piccoli col padre e la madre nei cui occhi, «che ti bucano come trapani», domina «una saggezza antica, amara — la stessa maturata in silenzio da milioni di altre donne, ma non ancora condivisa insieme a loro. La piega della bocca tradisce una rabbia muta, più esplosiva ancora di quella delle manifestanti»; a seguire due scatti presi in Barbagia, donne vestite di nero, o meglio chiuse in un ancestrale abbigliamento che le chiude dalla testa ai piedi. Si domanda Tobagi: «Teheran? No, Orgosolo». Le zone più interne della Sardegna si presentavano ancora come «un mondo arcaico, preunitario, incapsulato nell’Italia del miracolo economico. Le sue donne sono maschere antiche, ombre ai piedi della croce, nei volti hanno scritto come nascere ed essere donna sia ancora “un dolore aggiunto, un particolare modo di patire o di fuggire” come ha scritto la ragazza del secolo scorso per eccellenza, Rossana Rossanda».

Le immagini del femminismo, di quella che viene ricordata come «l’unica rivoluzione riuscita nell’Italia del secondo dopoguerra», riguardano soprattutto la realtà sociale di Roma, dove dal 1968 Paola Agosti vive e lavora; sono queste fotografie a farla da padrona, ma non sono le uniche. Già nelle prime pagine il libro rivela sguardi più ampi, rivolti verso un Paese dalle molte velocità e dalle innumerevoli discordanze, quelle tra città e campagne, tra generazioni diverse, tra Nord e Sud, tra operaie in fabbrica e braccianti chine nella raccolta dei prodotti agricoli, tra ragazze in minigonna e altrettanto giovani donne alle prese con il tombolo, simbolo di un sapere manuale antico ma anche dello sfruttamento da parte dell’alta moda. Sono le donne le grandi protagoniste di quel decennio, ma per comprenderle tutte e per distinguere le voci di quel grande fragore, tracciare le linee differenti dei tanti percorsi intrapresi, senza nascondere le contraddizioni esistenti, alle due autrici sono servite circa 140 pagine, tutte intense e tutte speciali.

Ci sono gli scatti delle assemblee e delle manifestazioni di piazza, quelli dell’occupazione della sede di via del Governo vecchio e quelli dei cortei dell’Udi, quelle delle militanti del Pci, che sfilano accanto ai compagni di partito rivendicando emancipazione e lavoro, quelle del movimento femminista che incitano al separatismo e gridano liberazione. Liberazione significa che «la donna non va definita in rapporto all’uomo» cardine su cui «si fondano tanto la nostra lotta quanto la nostra libertà», viene scritto nel manifesto del gruppo Rivolta Femminile, apparso nel 1970 sui muri di Roma; liberazione significa lotta al patriarcato, a ogni forma di sessismo, alla violenza maschile (ma solo vent’anni dopo, nel 1996, una legge definirà lo stupro un reato contro la persona), alla marginalità sociale, al lavoro domestico e alle azioni di cura unicamente caricate sulle spalle delle donne, ingabbiate in ruoli predestinati.

Liberazione significa anche riappropriazione del proprio corpo non solo come affermazione di una sessualità autodeterminata, ma come contrasto alla scienza medica dominata dagli uomini, che invade e decide della salute, del corpo e della vita delle donne, dalla contraccezione all’interruzione di gravidanza, dalla gestazione al parto.
Sono gli anni della discussione sulla legge per il divorzio e per l’aborto, della loro approvazione e dei referendum abrogativi, persi da chi ammoniva sul disfacimento della famiglia e della società senza accorgersi dei profondi cambiamenti in atto.
Sono anche gli anni del libro Dalla parte delle bambine che compare nella scena editoriale nel 1973: un successo incredibile, il libro giusto al momento giusto. Pochi anni prima, nel 1970, nel manifesto di Rivolta Femminile era stato scritto «In una libertà che si sente di affrontare, la donna libera anche il figlio [e la figlia N.d.R], e il figlio [e la figlia N.d.R.] è l’umanità». Educare le creature messe al mondo diventa un punto nevralgico ma le donne sono state a loro volta figlie e bambine, il rapporto con l’educazione ricevuta e con la propria madre diventa il perno doloroso di un ripensamento del proprio essere; «[…] la maternità è anche la possibilità, e la responsabilità, di spezzare un’antica catena d’infelicità, dolore, risentimenti o traumi assorbiti — spesso letteralmente — col latte materno. Liberare se stesse, dunque, anche elaborando il proprio dolore di figlie, per essere donne e madri diverse» scrive Benedetta Tobagi.

Molte le fotografie scattate da Paola Agosti in cui compaiono bambine e bambini: durante le manifestazioni, nelle assemblee, nelle riunioni dei piccoli gruppi di autocoscienza, che hanno costituito l’importante ossatura nella ricerca individuale e collettiva delle donne in quegli anni; un paio di fotografie raccontano anche il momento della gestazione e dell’attesa, quando la maternità acquista il significato dell’esperienza consapevole e non quello dell’adesione sottomessa a un “ruolo naturale”, obbligato e imposto.
Tante le immagini di donne urlanti e sorridenti, allacciate in allegri girotondi, accigliate, pensose e attente nelle infervorate discussioni o nella redazione di documenti, manifesti e riviste, quando le parole e il linguaggio erano agili strumenti e non espressione «di potere in mano a chi maneggia bene la parola scritta», come scrissero le femministe del collettivo di via Cherubini a Milano. Alcuni volti sono noti come quelli di Adele Faccio, Emma Bonino, Dacia Maraini, Simonetta Tosi al lavoro nel consultorio autogestito di San Lorenzo a Roma, Alma Sabatini con un cartello provocatorio al collo, l’avvocata Tina Lagostena Bassi, pioniera nell’assistere le vittime di violenza ma anche nel guidare gruppi e associazioni intenzionate a costituirsi per la prima volta parte civile a sostegno di chi aveva subito lo stupro.

La maggior parte dei volti femminili sono però sconosciuti, eppure sembra di conoscerle tutte quelle ragazze, di averle incontrate allora, di ritrovarle ora.
Al termine del volume, nella postfazione, l’incontro con alcune protagoniste di quel movimento. Andando indietro con la memoria, rivendicano il fatto che il femminismo degli anni Settanta sia stato uno strumento essenziale nella propria auto-costruzione, che ha permesso loro di imparare a ragionare in modo nuovo, «un’esperienza totalizzante, fondativa che trasforma l’esistenza», una «rivoluzione interiore» e insieme la costruzione di relazioni durature nel tempo. Benedetta Tobagi, che quegli anni non li ha vissuti, si ritrova nelle parole di Lidia Menapace e a esse affida la conclusione: quelle scene «trasmettono voci, gesti, movenze di donne diverse tra loro, orgogliose di sé e del proprio genere, che non cercano autorevolezza in altri, ma sono capaci di far risuonare echi per altre, suscitare voglia di esistere, intonare un canto, avviare un racconto, una fiaba, trasmettere una ricetta — del minestrone o della vita —, cose non del tutto diverse e che si iscrivono nella nostra esperienza di genere con totale naturalezza». E chiudendo Tobagi chiosa che quelle donne hanno attraversato il decennio «con occhi aperti, voce chiara anche se sottile, le mani affondate nell’impasto del mondo per farlo diverso e migliore, ognuna a proprio modo, senza paura. E neanche un poco d’odio».

Leggendo la conclusione del volume mi trovo a pensare che le stesse frasi, sapiente amalgama di esperienza e poesia, possono valere anche per raccontare l’avventura della nostra rivista Vitamine vaganti.

Paola Agosti, Benedetta Tobagi
Covando un mondo nuovo. Viaggio tra le donne degli anni Settanta
Frontiere Einaudi, Torino, 2024
pp. 143
In copertina: Roma, 10 giugno 1977, Manifestazione Udi, collettivi femministi, Mld, Mlda e Autonome contro la bocciatura della legge sull’aborto al Senato, foto di Paola Agosti.
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Articolo di Barbara Belotti

Dopo aver insegnato per oltre trent’anni Storia dell’arte nella scuola superiore, si occupa ora di storia, cultura e didattica di genere e scrive sui temi della toponomastica femminile per diverse testate e pubblicazioni. Fa parte del Comitato scientifico della Rete per la parità e della Commissione Consultiva Toponomastica del Comune di Roma.
