Le persone possono essere discriminate a causa dell’età, della disabilità, dell’etnia, dell’origine, delle idee politiche, della religione, del sesso o del genere, dell’orientamento sessuale, dell’aspetto fisico…
Le ricerche mostrano che nei commenti discriminanti sui social occupano i primi posti le donne e gli ebrei, seguiti da migranti, islamici, omosessuali e disabili.
Le donne hanno più di tutti qualcosa da dire sul tema delle discriminazioni perché molto ne hanno sofferto e ne soffrono, molto ci hanno riflettuto, molto ne hanno scritto e parlato. Si sono rese conto a partire dalle proprie condizioni nel mondo di subire discriminazioni connesse, multidimensionali (donde il femminismo ‘intersezionale’) pur rappresentando la maggioranza degli esseri umani. Le hanno analizzate e decostruite a partire dalle proprie esperienze.
Sono partite da una parola chiave: differenza (la prima che compare fin dall’inizio della vita, è biologica e diventa destino: “maschio o femmina?”) e si sono interrogate sui suoi significati.
Differenza si definisce “mancanza di somiglianza o di corrispondenza fra persone o cose che sono diverse tra loro per natura o per qualità e caratteri”. Essa non si definisce come “affermazione che uno/a è più o meno importante di un altro/a, o che una grandezza è maggiore o minore di un’altra della stessa classe”: quella è la disuguaglianza.
La differenza implica rispetto e attenzione, dice: la varietà è una ricchezza, è la bellezza del mondo. Ragiona per molteplicità e relatività. Se ciascuna persona è unica e insostituibile, ciascuna deve avere le stesse opportunità. Essere pari non significa essere uguali ma poter godere del diritto e della libertà di essere diversi. La pari dignità non viene stabilita sulla base di un’omogeneizzazione delle persone, ma sull’identificazione della differenza come valore.
La disuguaglianza implica classificazione e giudizio, dice: io sono meglio di te, il mio gruppo è migliore del tuo. Le nostre caratteristiche, convinzioni, abitudini sono giuste, le vostre sono sbagliate.
Se interroghi le scolaresche sui banchi di scuola, troveranno facile dire quali persone sono più “importanti” di altre: i maschi lo sono più delle femmine, i bianchi più dei neri, i ricchi più dei poveri, le persone cis-gender più di quelle trans-gender, chi ha un corpo normodotato più di chi vive delle disabilità… e così via.
Il cosiddetto senso comune ragiona per dicotomie e per gerarchie, diventate dogmi e assiomi e instaurate nell’inconscio individuale da un sistema millenario convalidato dalla religione, dalla politica, dalla morale e dalla filosofia.
Gerarchico e binario è il sessismo. Sono state e sono gerarchiche le guerre di religione, è gerarchico il razzismo come il suprematismo bianco, gerarchici sono stati i sistemi di caste come i regimi monarchici e l’imperialismo, come lo è ogni dittatura. Gerarchico è il capitalismo, con la sua idea di profitto e con la forte stratificazione sociale.
Ogni discriminazione ha bisogno di giustificazioni e si costruisce una base ideologica, che la fa apparire “normale” o addirittura “naturale” e cancella la sua qualità di costrutto sociale. Ciò che è normale e naturale non si contesta, il che spiega come sopravvivano a lungo le disuguaglianze.
L’ideologia patriarcale si fonda sulla convinzione che le disuguaglianze di genere e la superiorità dell’uomo rispetto alla donna, i loro ruoli sociali affondino le radici nell’ordine “naturale” delle cose. L’ideologia omofoba vede l’omosessualità come attitudine “contronatura”.
L’aristocrazia era tale per nascita, un caso naturale che determinava un destino sociale. Il re, l’imperatore lo diventavano addirittura per volontà di Dio, erano “unti” dal Signore. Ogni religione si definisce “vera” e vede come “unico” il proprio Dio. L’ideologia razzista si fonda sulla convinzione che esistano le razze, l’ideologia capitalista sul presupposto che “ovviamente” sia il denaro a muovere il mondo.
La parità formale (de jure), le leggi di democrazia che superano tutto questo vietando qualunque tipo di discriminazione secondo l’art.3 della Costituzione italiana, sono solo il primo passo verso la parità materiale (de facto).
Tutti gli esseri umani devono essere liberi di sviluppare le proprie capacità personali e di fare le proprie scelte; i diversi comportamenti, le diverse aspirazioni e i diversi bisogni devono essere apprezzati e incoraggiati in modo equo. Questo dicono le leggi di parità che abbiamo così faticosamente conquistato e che purtroppo sempre vanno difese e riaffermate, anzi estese.
Per intervenire rispetto a una situazione profondamente strutturata però questo non basta: servono politiche e azioni pensate, implementate e valutate nella consapevolezza che possono produrre impatti differenziati. Questo approccio corrisponde al principio dell’uguaglianza sostanziale, per cui bisogna trattare in modo uguale le situazioni uguali ma intervenire in modo diverso sulle situazioni diverse, cercando di produrre un riequilibrio fra le parti.
Il potere non riguarda solo i rapporti di forza diretti ed espliciti ma il più sotterraneo lavorio simbolico, le rappresentazioni e le narrazioni tramite le quali si interpreta il mondo, si costruiscono rilevanze, si riconoscono e si nominano esperienze di vita come socialmente e umanamente significative. Non si deve incidere solo sul diritto ma su un intero assetto culturale: famiglia, scuola, associazioni, editoria, mass media ecc. devono fare la loro parte. Le norme servono ma si svuotano, se la società non le fa proprie nel profondo delle coscienze.
Sarebbe utile per tutti e per tutte. Il modello gerarchico-dicotomico, oltre a essere di ingiusta dominazione, ha prodotto e produce pessimi risultati in tutti i campi. Crea guerre e povertà, produce conflitti sistematici e sicura infelicità. Gli esempi sono sotto i nostri occhi.
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Articolo di Graziella Priulla

Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.
