Il peso del silenzio

La mia infanzia trascorse veloce e presto arrivò il momento di frequentare la scuola, una tappa fondamentale dell’adolescenza, dove i/le maestre e le/i professori diventano i primi modelli di vita.

Iniziai il ciclo delle scuole elementari in un collegio di suore e anno dopo anno, passando anche attraverso la scuola media inferiore, cresceva in me il desiderio di varcare la porta del collegio per essere finalmente libera. Questa esperienza mi ha insegnato molto: a essere responsabile, altruista, a non curarmi delle cose materiali, ma a dare valore al tempo, alla libertà e alla pace, facendomi sentire una persona migliore.
Iniziai la scuola superiore per la prima volta in una scuola pubblica, i primi giorni furono di grande disagio; il mio carattere introverso non mi aiutava a fare nuove amicizie, e sentivo nostalgia della vita ordinata e silenziosa del collegio. Col passar dei giorni, però, mi sono adattata alla nuova vita, fatta di maggiore libertà e meno regole rigide.
Per la prima volta ero stata inserita in una classe composta interamente da ragazzi, all’inizio temevo che avrebbero fatto battute, mi avrebbero guardata in modo strano o, peggio, non mi avrebbero rivolto nemmeno la parola; non avevo scelta e decisi di affrontare la situazione con coraggio.
Il primo giorno è stato più difficile di quanto immaginassi: i ragazzi erano chiassosi ed esuberanti e mentre si sistemavano ai loro posti, mi sentivo invisibile. Nei giorni successivi scherzavano tra di loro, ogni tanto qualche sguardo curioso veniva rivolto verso me, cercavo di concentrarmi sui libri, ma la mia mente si perdeva in pensieri imbarazzanti. Durante le lezioni facevano commenti scherzosi tra loro e ciò mi turbava. A volte mi facevano domande in modo distratto, come se non facessi parte di quella classe. Quello che mi rendeva nervosa, non era tanto la differenza tra me e i ragazzi, quanto il timore di dire qualcosa di sbagliato, di sembrare ridicola, di non riuscire a far parte di un gruppo che, in fondo, non era poi così distante per raggiungere il loro livello di confidenza.

Un giorno, mentre si discuteva di un argomento di storia, uno di loro mi chiese cosa ne pensassi. Mi sono sentita sopraffatta e il mio viso diventò rosso come un pomodoro, per un attimo rimasi in silenzio, poi, con un sorriso, dissi: «Non so, forse avete ragione voi». Da quel momento le cose cambiarono, capirono che non ero lì per restare in disparte, ma per fare il mio lavoro come tutti loro. Iniziarono a interagire in modo naturale: non c’era più il silenzio imbarazzato o le battute scontate, ma un sincero tentativo da parte di tutti di includermi nelle loro conversazioni e così mi trovai più a mio agio.
Non sarei mai stata come loro, ma non dovevo esserlo. La mia unicità divenne un valore che venne apprezzato. Alla fine, quando parlai di un argomento che mi stava a cuore, mi ascoltarono con attenzione, uno disse che avevo ragione e che avevo dato loro una prospettiva diversa su quell’argomento. Questa frase mi diede una piccola grande soddisfazione. Non era poi così male essere l’unica ragazza in una classe di ragazzi, e forse, proprio questo, ha fatto la differenza.
Per vari motivi cambiai scuola e questa volta sono stata inserita in una sezione con un solo genere prevalente, tutta femminile; il primo giorno ero un po’ agitata. Le ragazze sembravano così diverse da me, parlavano di moda, trucco e ragazzi, argomenti che non riuscivo a seguire. Ero l’unica a non avere molto in comune con loro, preferivo parlare di libri e di altre cose, cercavo di adattarmi, ma la mancanza di interesse per certi temi rendeva difficile inserirsi nelle loro conversazioni. In particolare c’era una ragazza, una delle più popolari della classe, che aveva qualcosa da dire su ogni argomento, cercava di parlarmi, ma le mie risposte erano sempre più distaccate, non capivo cosa cercasse. Mi sentivo sempre più sola, anche se circondata da tante ragazze, erano così sicure, a loro agio, mentre io ero un pesce fuor d’acqua.

Una volta, durante la ricreazione, mi rifugiai in un angolo del cortile, mentre il gruppo si riuniva al centro, credevo che non ci fosse spazio per me nel loro mondo. Con sorpresa si avvicinò una ragazza che, come me, sembrava un po’ più introversa e distaccata. «Sei nuova, vero? Non sei coinvolta con tutte le altre» disse con un timido sorriso. «Mi sento un po’ uguale, sembra di stare sempre su un palcoscenico, vero?». «Esatto» risposi. «Sembra che siano tutte così sicure di quello che vogliono, mentre io… non so. Non mi trovo mai al posto giusto». L’altra ragazza annuì. «Anche io. Ma penso che alla fine, ciò che conta è trovare qualcuno con cui parlare veramente, non bisogna adattarsi a tutto». Era una ragazza sensibile e intelligente, condividevo molte passioni con lei e durante le pause parlavamo di argomenti più affini ai nostri interessi.

Ben presto, altre ragazze iniziarono a non sentirsi a loro agio con le dinamiche della classe e si avvicinarono a noi. Mi resi conto che il mio non era un problema isolato. Non c’era nulla di sbagliato nel sentirsi diverse, e non era necessario sforzarsi a essere come le altre per compiacerle. La classe, pur composta da solo ragazze, divenne un posto dove imparai che non bisogna per forza adattarsi alle aspettative altrui, ma che il vero valore sta nell’essere se stessa, anche se questo significa uscire dalla propria zona di comfort. Il disagio non è qualcosa da temere, ma un’opportunità utile alla crescita e alla scoperta di nuovi aspetti di sé e delle persone che ci circondano.

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Articolo di Giovanna Martorana

PXFiheft

Vive a Palermo e lavora nell’ambito dell’arte contemporanea, collaborando con alcuni spazi espositivi della sua città e promuovendo progetti culturali. Le sue passioni sono la lettura, l’archeologia e il podismo.

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