Corpi contesi, i corpi femminili.
In questa contesa si sovrappongono princìpi diversi: da un lato la sovranità della persona sul proprio corpo, dall’altro il primato di funzioni sociali che le donne, e solo loro, sarebbero destinate ad assolvere.
Il corpo della donna rappresenta e simboleggia la società poiché è destinato a riprodurla: dunque è centrale tentare di disciplinarlo per le religioni, che sono costrutti sociali, e per i governi, che ne fanno uso ai propri fini.
Kinder, Kucke, Kirke. Se lei viene vista come macchina da riproduzione va ritenuta proprietà di un maschio/inseminatore, va messa sotto tutela e va nascosta agli altri uomini in modo da esser certi di trasmettere i propri geni e il proprio patrimonio. Vanno modellate differenti sfere d’azione, per cui va addestrata non solo a generare la vita nascente ma anche a rigenerare la vita adulta e a sostenere quella simbolica. Va fatto credere perfino a lei che questa non sia una scelta culturale ma un destino discendente da una legge naturale (è comodo che sia non solo domestica ma addomesticata). Se l’ambito della cura è il terreno di coltura di valori antagonisti a quelli eterni del dominio e a quelli contemporanei del mercato, esso va sminuito: va reso gratuito e/o sottovalutato dalla coscienza collettiva e dal prestigio sociale.
Più i sistemi sono repressivi e reazionari, più forte è il controllo dello Stato-padre. I diritti delle donne sono gli ultimi a essere riconosciuti dalle democrazie, i primi a essere sacrificati dai regimi.
Le religioni monoteiste nelle intenzioni dei fondatori avrebbero dovuto occuparsi delle nostre anime, invece intervengono sui nostri corpi imponendo norme e divieti che immaginano stabiliti direttamente dal Dio Unico tramite rivelazione, rendendoli sacri, immutabili e ineludibili. Le loro interpretazioni portano ancor oggi impresse le caratteristiche dei contesti socio-politici nei quali si sono formate, ispirate a mentalità androcentriche poiché l’esegesi dei testi sacri è sempre stata — per la Bibbia come poi per il Vangelo e il Corano — appannaggio esclusivo di gruppi elitari di sesso maschile: l’autorità era in mano loro e ci è restata.
Le donne non hanno problemi con la religione: ne hanno con i controlli e con i privilegi decisi da chi detiene il potere, con il suo linguaggio e i suoi frutti malati, con i costumi che impone, con gli stereotipi che perpetua.
Le prescrizioni cambiano a seconda del clima culturale e del regime politico del luogo e dell’epoca. Più completa è la sovrapposizione tra potere religioso e potere politico, più il “vero maschio” assume aspetto punitivo, più il controllo delle donne è feroce, più si contiene e si limita la libertà femminile, ritenuta fonte di disordine.
Per mogli, madri, ragazze, bambine, come sappiamo, metà del mondo è un inferno. La segregazione delle donne, la negazione del loro corpo, la regolamentazione minuta e grottesca della loro vita è il fondamento legislativo di intere società.
E l’Occidente? Il suo sessismo è molto più benevolo, assume vesti protettive ma ha anch’esso lo scopo di giustificare uno stato subalterno (rendendo tra l’altro più difficile per le donne emanciparsene). Lo dimostra il fatto che basta una svolta politica per mettere in forse ciò che avevamo faticosamente conquistato.
Ora che nei civilissimi Stati Uniti d’America è andato al potere un maschio suprematista, con il suo machismo e la sua schiera di predicatori oscurantisti, i diritti delle donne tornano in discussione. In Italia il potere delle destre coincide con battaglie contro l’educazione di genere nelle scuole, contro il linguaggio corretto, per l’obiezione di coscienza a proposito dell’interruzione di gravidanza.
Paternalismo verso quelle che si adeguano, violenza simbolica contro quelle che non si adeguano: ecco le risposte.
Il corpo della donna in quanto tale è sistematicamente violato sul web, dove le parole più usate per offendere sono ‘troia’, ‘puttana’ eccetera, senza contare gli inviti a provare pratiche sessuali reiterate e dolorose. Il continuo rimando a corpi da deturpare, a persone da sottomettere, sembra essenziale per destare interesse e condivisione, per aumentare i like.
Ho il tablet e lo smartphone, sono indipendente, lavoro e viaggio, abito in una grande capitale della libera Europa, ma nell’anno di grazia 2025 — come nei secoli bui — per strada non mi sento sicura: vivo la sensazione del pericolo insieme alla rabbia dell’impotenza. Il mio è un corpo a rischio, che dall’età della pubertà in poi è diventato pubblico ed esposto. Posso venire apostrofata, importunata, molestata, insultata, infastidita, seguita, toccata, palpeggiata, malmenata, braccata, aggredita da chiunque. Mi domanderanno se non sia stata io a provocarlo.
A casa sono magari in balia di un partner violento; se lo lascio o disattendo le sue aspettative metto a rischio la mia vita.
Era il novembre del 1976. La notte ci piace, vogliamo uscire in pace: le donne italiane si ritrovarono nelle piazze antistanti le principali stazioni ferroviarie. Quarant’anni dopo, il Capodanno di Colonia. Quasi cinquant’anni dopo, gli allarmi da Termini.
In Germania una società regionale di trasporti ha deciso di introdurre sui treni degli scompartimenti speciali per le donne che viaggiano da sole, così come il governo indiano ha introdotto i taxi rosa. Ghetti necessari, dicono: per il nostro bene.
Nessuna storia è lineare, come dimostra ciò che è accaduto nel ‘900.
A ogni ondata femminista è seguita una regressione dovuta al ricollocamento dei meccanismi di dominio maschile, quasi sempre coincidente con virate autoritarie dei regimi politici. Si pensi all’Europa nella prima metà del secolo, quando i totalitarismi bloccarono il percorso di emancipazione delle donne avviato con il suffragismo; o all’Italia degli anni ’80, quando dopo l’esplosione del femminismo della differenza arrivò il sessismo ilare di Berlusconi.
La controversa legge francese ha messo in luce i paradossi della stessa laicità. Non è paradossale che in nome di quel principio alle ragazze velate sia vietato l’accesso alle scuole, mentre vi possono accedere tranquillamente i ragazzi appartenenti alla stessa cultura (magari proprio quelli che impongono il velo o un matrimonio combinato alle sorelle)?
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Articolo di Graziella Priulla

Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.
