Quando, nell’estate del lontano 1986, Radio radicale lasciò aperti per giorni i suoi microfoni, furono subito turpiloquio, razzismo, sessismo, cattiveria e malignità, come se di colpo si fosse spalancata una cloaca di cui non si sospettava l’esistenza.
Sembrò allora un caso, un episodio: era un segnale.
”Sdoganare” (= dare legittimazione, riabilitare, riscattare, rendere normali) parole o comportamenti equivale a eliminare gli anticorpi e i freni costituiti dall’etica collettiva che autoregola una società: nel nostro caso la ricerca di spazi e metodi atti a consentire l’incontro e il confronto pacifico di sistemi di valori differenti, accomunati dal non considerare l’'”altro” o l'”altra” come un nemico da odiare ed eliminare.
Se prima la nostra coscienza relegava la violenza espressiva nell’ombra ora questa cessa di suscitare biasimo e indignazione e si può presentare alla luce del sole raccogliendo consensi e proseliti, addirittura pretendendo patenti di libertà di parola. È un fenomeno strettamente legato alle trasformazioni vissute dalla società italiana negli ultimi decenni. Trasformazioni di contesto, di cui è allo stesso tempo esito e sintomo.
Oggi il linciaggio si pratica nel web.
Ora più che mai il fiorente mercato dell’aggressività reclama beceraggini che si adattino ai linguaggi e ai canali della contemporaneità. Le vecchie forme si crogiolano nei nuovi media, che hanno impresso loro un salto di qualità non solo misurando una febbre molto alta, ma facendola crescere continuamente.
Negli ultimi anni la dimensione virtuale della nostra vita ha assunto sempre più spazio ma ci siamo immersi senza preparazione, senza la percezione della potenza degli strumenti a disposizione. È diventato sempre più facile esprimere sentimenti ostili a livello pulsionale, istintivo: lo chiamano effetto di disinibizione.
Ognuno si cerca un feticcio: innanzitutto le donne, poi gli immigrati, i neri, i musulmani, gli ebrei, gli omosessuali, le trans… non per ciò che fanno ma per ciò che sono.
Internet funziona come mezzo facilitatore della diffusione e della potenzialità dell’odio anche per il senso di impunità che deriva, per molti, dalla (falsa) percezione di essere protetti dall’anonimato. Se tutto è lecito e nessuna responsabilità è dovuta si sfocia facilmente nell’eccesso. Avere una platea gratuita e disponibile esalta, spinge al bullismo.
Tanto più un soggetto avverte intorno a sé un clima sociale di legittimazione, tanto più indulge a discorsi d’odio, a insulti, offese, denigrazioni, minacce. La banalizzazione e normalizzazione del razzismo, del sessismo, dell’omofobia va di pari passo con la radicalizzazione del linguaggio (con conseguente abbrutimento) e con l’affievolimento dell’uso del cervello, a favore della pancia.
La nostra esperienza del mondo dipende dalle parole che ascoltiamo e da quelle che usiamo. Se pensiamo “sono solo parole” ignoriamo che la violenza verbale è l’anticamera della violenza fisica. La criminologia dice, dati alla mano, che il linguaggio d’odio può essere prodromico dei crimini d’odio e che investe le fondamenta stesse della convivenza civile.
Non è un processo lasciato al caso. L’accresciuta visibilità e circolazione dei fenomeni d’odio è direttamente connessa in politica alla polarizzazione estrema del dibattito e alla delegittimazione dell’avversario, in psicologia alla semplificazione della realtà imposta dal predominio ormai incontrastato del pensiero binario, in economia alla lucrosa commercializzazione dei like.
L’odio è strumento essenziale delle retoriche congiunte di costruzione del nemico e di ricerca del capro espiatorio: si individua una categoria di cui rappresentare la pericolosità e su cui orientare, anche violentemente, il risentimento sociale. Nelle crisi e nelle situazioni di insicurezza diventa bersaglio su cui riversare la propria rabbia, scaricare il malcontento, le frustrazioni e le ansie diffuse nel vissuto.
Si parte dalla diffidenza e si arriva alla stigmatizzazione, che legittima la discriminazione, e poi alla deumanizzazione, che legittima la violenza.
Le catene si riproducono all’interno di comunità di bolle, dove ciò che conta è il senso di sicurezza che deriva dal rifiuto pubblico di mettere in discussione le proprie convinzioni e i propri pregiudizi.
L’odiatore da tastiera lo incontriamo al bar, per le scale del condominio, in ufficio. può essere di volta in volta un innocuo pensionato, una soave signora, un ragazzo timido, un professionista stimato, un importante dirigente, un perfetto insospettabile: nel social si trasforma in un mostro di cinismo e di rabbia repressa, che per lo più ritira ciò che scrive in presenza di reazioni decise. Era uno scherzo, non volevo offendere.
Come se ne esce?
La lotta ad ogni forma di odio non può svolgersi solo sul piano giuridico-normativo; gli interventi politici, per quanto indispensabili, non bastano. Contro il discorso aggressivo e violento è necessaria una profonda azione culturale che coinvolga i nuovi cittadini della società connessa non con generiche esortazioni ai buoni sentimenti, ma con l’analisi severa di un sistema che consente o addirittura agevola le gerarchie, le dicotomie, gli stereotipi e i pregiudizi.
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Articolo di Graziella Priulla

Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.
