Con una riflessione semiseria tra campo e bottiglia, oggi ci addentriamo alla scoperta di quei vitigni con un nome al femminile che arricchiscono di vini speciali la produzione italiana, vini spesso omonimi del proprio vitigno femminile che però spesso si declinano al maschile. Vini per i quali identità e nomi vedono il segno della differenza nella scelta dell’articolo “Il” o “La” che li accompagna, con l’uso comune (non la grammatica!) a dettarne la prevalenza.
Nulla di troppo strano se consideriamo che dal melo abbiamo la mela, dal rovo spicchiamo la mora e dall’arancio cogliamo l’arancia. Tuttavia, sul “sesso” dei vini — o se preferite sul loro “genere” — s’incontrano spesso incertezza e incongruenza.

L’attribuzione di genere a vitigni e vini — genere inteso solo con riferimento all’articolo da abbinare agli uni e agli altri — in diversi casi si rivela variabile, dubbia e mutevole ed esprime una dualità che se da un lato richiama all’unità del tutto (il vino indivisibile dal suo vitigno), dall’altro scivola in quel dilemma (e pessima abitudine tutta italiana) che fa prevalere il cosiddetto “maschile sovra esteso” anche su quei termini, su quelle parole, che la grammatica prevede al femminile.
Nel linguaggio e nella storia, poi, vocaboli e peculiarità del femminile e del maschile si alternano da sempre nelle degustazioni e nelle descrizioni delle specificità dei vini, presentando immagini stereotipate come, per fare un esempio, impronte muscolari o delicatezze femminili varie. Rappresentazioni e parole talmente antiche e desuete (sì, sappiamo che con questa parola abbiamo messo a dura prova il vostro humour!) da generare disaffezione verso la narrazione del vino e antipatie difficili da sbrogliare.
Una semplice ricerca online, ancora, assegnerà a molti trai vitigni e vini che più avanti troverete al femminile, nomi inesorabilmente declamati al maschile. Fanno eccezione, tuttavia, alcuni strenui baluardi: oppongono una resistenza quasi partigiana la Barbera, la Vernaccia, la Falanghina, la Malvasia. Vitigni e vini innegabilmente al femminile, ai quali non si è mai riuscita a imporre la maschilizzazione del nome grazie a tradizioni locali forti, che li radicano saldamente in questa declinazione.

Dall’atlante dei vitigni italiani, comunque, in un’eccezione rovesciata di raro stile, la presenza del Grechetto gentile riequilibra un po’ le cose, facendoci conoscere un signor vitigno al maschile che si presta a realizzare vini collocabili su entrambi i versanti, come il Pignoletto dei Colli bolognesi e la Rebola dei Colli di Rimini, regalando un ottimo esempio di fair-play, se vogliamo, di parità di genere in vigna e nel bicchiere.
Nell’impossibilità di elencare qui tutti i vitigni al femminile, per l’ampiezza delle sottovarietà e delle declinazioni locali e dialettali, possiamo giocare comunque con un elenco breve, saltellando tra Settentrione e Meridione.
L’Albana, vitigno a bacca bianca, è coltivata principalmente in Emilia-Romagna. Con lei, in aggiunta alla versione dolce della tradizione, oggi si realizzano vini in versione secca. L’Albana di Romagna, nel 1987 diventa il primo vino bianco a entrare in una Docg* (Denominazione di origine controllata e garantita). Qui il nome di vitigno e vini coincide e il vino si richiede al femminile.
La Barbera è il vitigno a bacca nera del Piemonte da cui si producono numerosi vini omonimi, sia Doc** (Denominazione di origine controllata), sia Docg. Anche qui, vini e vitigno mantengono strettamente articolo e identità tutte al femminile.
La Corvina, vitigno a bacca nera della provincia di Verona, è un elemento fondamentale nel disciplinare di vini come l’Amarone della Valpolicella e il Bardolino. Ma quando il vino è tutto di Corvina, non si sa mai quale articolo sia da preferire e si oscilla tra il maschile e il femminile.
L’Erbaluce di Caluso è una varietà bianca del Piemonte che, oltre ad avere un nome brillante e suggestivo, esprime anche una Docg. I suoi vini si realizzano in purezza (Erbaluce al 100%) e si trovano in versione ferma, spumantizzata o dolce passita.
La Falanghina, vitigno a bacca bianca della Campania, diffuso nelle zone alle pendici del Taburno e in alcune aree dei Campi Flegrei, dà origine a diverse Doc. Vini fermi e vitigno, entrambi molto antichi, si declinano sempre e solo al femminile.
La Glera, la cui uva è alla base del noto Prosecco, ci regala invece la bollicina italiana più nota fuori dai confini dell’Italia. Molto gettonata sia all’estero sia in casa, trova le sue zone di elezione nel Veneto e nel Friuli-Venezia Giulia. Chi non conosce nomi come Asolo o Conegliano-Valdobbiadene?
La Malvasia si trova invece in tutta Italia. Può essere a bacca bianca o nera, presente da nord a sud, da Asti all’Istria, dalle isole Eolie alla Sardegna. Anche lei dà origine a diverse Doc e mantiene per i vitigni e per tutti i suoi innumerevoli vini la declinazione al femminile.
La Nosiola, vitigno a bacca bianca autoctono del Trentino, produce un vino che seppur omonimo del vitigno, si declina spesso con l’articolo al maschile.
Per la Passerina, vitigno a bacca bianca presente nelle zone tra Lazio, Marche e Abruzzo, il nome del vino, invece, rimane quasi naturalmente al femminile.
Con la Ribolla Gialla, genotipo friulano di uva bianca che si vinifica sia nella versione ferma sia nella versione spumantizzata, i vini, di nuovo, si declinano al maschile.
La Schiava, vitigno con uve a bacca nera tipico del Trentino-Alto Adige, al contrario, anche nel nome del vino mantiene il femminile iniziale.
La Tintilia, varietà tipica del Molise dalla quale si realizzano vini rossi o rosati che danno vita anche a una Doc, è un’uva poco nota ma capace di regalare qualche sorpresa interessante. L’utilizzo del femminile per riferirsi ai suoi vini sembrerebbe qui la scelta più agevole, ma produttori anche noti, forse per par condicio, scelgono di declinarlo una volta al femminile e una al maschile.
La Vernaccia, come la Malvasia, rappresenta un insieme di vitigni principalmente a bacca bianca. Floreale ma non aromatica, è una varietà molto diffusa, con declinazioni che la collocano soprattutto nelle regioni del centro Italia. La Vernaccia di San Gimignano, nel 1966 si fa registrare come prima Doc Italiana. I suoi vini si declinano al femminile.
La Vespolina, detta anche Ughetta (e qui abbiamo ben due nomi femminili per una stessa varietà d’uva!) è il vitigno a bacca rossa tipico del Piemonte. La declinazione dei suoi vini, qui si fa al femminile e senza discussione!

Immergerci tra questi vitigni e vini dai nomi al femminile, partendo da un diverso punto di vista, ci ha consentito di aprire lo sguardo sulle numerosissime varietà del nostro Paese di Vitis Vinifera Sativa (nome scientifico delle viti che producono uve adatte a fare vini). E su varietà e ricchezza di una viticoltura e di una tradizione agricola capaci di attraversare e rappresentare tempi, luoghi e tradizioni della nostra vita.
Un pantheon di nomi di viti e vini che, a partire da quelli che speriamo rimangano nel vostro ricordo al femminile, esprimono un’identità collettiva, un bagaglio culturale e un patrimonio vivo. Elementi capaci di riflettere l’essenza di un prodotto, il vino, che riconosciamo tra i nostri asset economici più strategici e felici.
Per non far torto però a nessuna zona, in chiusura gettiamo ancora uno sguardo veloce a qualche altra Vitis Vinifera al femminile, incontrando varietà come l’Ancellotta, vitigno a bacca nera diffuso in Emilia, come la Bonarda piemontese, come la Bianchetta genovese o la Croatina dell’Oltrepò Pavese o, ancora, come la Durella del Veneto, la Garganega delle province di Verona e di Vicenza, la Minnella di Sicilia, la Neretta cuneese, le Olivetta di provenienze varie o la Coda di volpe della Campania.
Consapevoli di averne lasciata indietro più di qualcuna, per finire ricordiamo l’uva da tavola Pizzutella e poi anche la Termarina, un vitigno antico e raro che si trova tra Parma e Reggio Emilia, invitandovi a cercare e apprezzare, qualunque sarà la vostra scelta (ma sperando che sia femmina), almeno una di queste ottime perle della nostra tradizione vitivinicola.
Buona scoperta!
Nota bene
*Docg — La denominazione Docg (Denominazione di origine controllata e garantita), indicata obbligatoriamente in etichetta, consiste nel nome geografico di una zona viticola (ad esempio Barbera) o nella combinazione del nome storico di un prodotto (vino o vitigno) e della sua zona di produzione, come l’Albana di Romagna.
**Doc — La denominazione Doc (Denominazione di origine controllata) è la certificazione che indica vini le cui caratteristiche siano determinate da uve raccolte in particolari zone controllate.
In copertina: Anna Kumpan su Unsplash.
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Articolo di Eva Panitteri

Sono nata a Genova da una famiglia girovaga. Amo viaggiare alla scoperta di sapori, profumi, atmosfere e territori. Lettrice seriale, giornalista pubblicista, autrice, Sommelier del Vino e dell’Olio di Fondazione Italiana Sommelier, appassionata di Food & Wine ed esperta di questioni di Genere, scrivo di temi e passioni che sono le mie identità.
