«Una delle cinque designer donne che hanno cambiato la storia» (Architectural Digest).
La sua carriera artistica è stata decisamente luminosa anche a intenderla in senso strettamente letterale, per l’uso inedito ai suoi tempi nel campo del design tessile e della moda di «…pigmenti straordinariamente vividi» e luminosi. Nel 2022 la William Morris Gallery di Londra ha ospitato una mostra retrospettiva sull’artista, riproposta l’anno successivo alla Whitworth Art Gallery di Manchester, dal titolo Colour is mine. «…Design innovativi… rosa lussureggiante e rosso intenso, fasce pittoriche di dettagli neri punteggiano motivi ripetuti e variegati… Althea McNish vedeva il nero come un colore potente…».
Elementi di rottura in cui la scrittrice e storica dell’arte Kirsty Jukes coglie un cambio di passo rispetto alla moda della metà del secolo. «Sostituendo i più tradizionali pastelli, marroni, oliva e ruggine con vibranti magenta, scarlatti, chartreuse, melone e azzurro, porta ogni tonalità alla sua massima saturazione» (Ivi). Soluzioni artistiche in cui le radici che la tengono ancorata al lussureggiante paesaggio, alla flora, alla fauna e alle tradizioni culturali caraibiche della sua isola, e che lei stessa ha sempre definito il suo occhio tropicale, si intrecciano ai fermenti innovativi della Londra degli anni Sessanta, la Swinging London che da capitale di un impero sta per trasformarsi in capitale della moda.

Althea McNish nasce nel 1924 a Port of Spain nell’isola di Trinidad che con Tobago, fin dal 1888, era stata amministrata come territorio unico dal Regno Unito. Nel 1962 le due isole diventano uno Stato indipendente e nel 1976 si trasformano in una Repubblica nell’ambito del Commonwealth. Nella sua lunga storia coloniale il Paese ha visto avvicendarsi i domini spagnolo, olandese, courlander, francese e inglese. La dominazione spagnola del XVI secolo aveva decimato la popolazione nativa e solo con le migrazioni coloniali spagnola e soprattutto francese post-rivoluzionaria, incentivate da esenzioni fiscali, le isole hanno cominciato a popolarsi di piantatori di cacao, indaco e tabacco con al seguito la manodopera schiavile proveniente dall’Africa e da altre colonie. Economia decollata specie a fine Settecento con i coloni inglesi orientati alla produzione della canna da zucchero e del cotone.
Con l’abolizione della schiavitù le isole diventano meta di schiavi liberati di altre colonie caraibiche, dell’Asia e del Sud-America e il Regno Unito, in cerca di manodopera a basso costo per i suoi coloni, favorisce l’immigrazione nei Caraibi di persone a contratto provenienti dal sub-continente indiano. L’incontro scontro di tale incredibile varietà di popolazioni, storie e tradizioni ha dato luogo a una caleidoscopica mescolanza culturale. La famiglia di Althea appartiene alla middle class colta dell’isola, suo padre Joseph Claude è scrittore ed editore discendente dei coloni Merikin (ex schiavi afro-americani che avevano combattuto nella guerra anglo francese del 1812), mentre la madre, Margaret Bourne, è una sarta e stilista ben nota. Althea, incoraggiata dalla famiglia, sviluppa precocemente l’interesse per il disegno e la pittura. L’isola sta vivendo una fase effervescente dal punto di vista politico, identitario, artistico e culturale e la ragazza entra a far parte della Trinidad Arts Society fondata nel 1943 da Sybil Atteck, disegnatrice biologica, acquarellista e pittrice espressionista che ne influenza lo stile.
Dopo aver allestito la sua prima mostra a sedici anni, Althea continua a disegnare come cartografa e illustratrice entomologica per il governo britannico a Trinidad, tuttavia sempre alla ricerca di nuovi stimoli e di una dimensione più congeniale si interessa anche di ingegneria edilizia e di architettura. Intanto la madrepatria britannica, in cerca di braccia per la ricostruzione post-bellica, favorisce i primi flussi migratori caraibici (Windrush generation) con cui arrivano anche esponenti della cultura, dell’arte e dello spettacolo, i ritmi del calipso e la tradizione del carnevale trinidadiano. Le aspettative ottimistiche della maggior parte della popolazione migrante destinata a lavorare come manodopera a basso costo vengono presto deluse a causa del clima diffusamente ostile e razzista che colpisce soprattutto la gente nera rendendo difficile persino trovare un alloggio dignitoso, fino a sfociare in episodi di aperta intolleranza e violenza (Notting Hill 1958). Nel 1951, avendo vinto una borsa di studio per studiare architettura presso l’Architectural Association School di Bedford Square a Londra, Althea vi si trasferisce con la madre ricongiungendosi anche al padre che già vi lavora. Frequenta l’ambiente intellettuale e artistico della diaspora afro-caraibica e, per sua esplicita ammissione, lungo il suo percorso di studi non vivrà direttamente alcuna forma di discriminazione.
Ben presto cambia corso per iscriversi alla London School of Printing and Graphic Arts dove l’incontro con lo scultore e incisore Eduardo Paolozzi, insegnante di disegno tessile, sarà determinante per la scelta di applicare il suo talento artistico ai tessuti. Segue il corso post laurea al Royal College of Art, situato entro gli spazi del Victoria & Albert Museum dove, «imparando a sviluppare combinazioni di colori, creare ripetizioni, preparare le opere d’arte per la produzione, apprendeva il processo di produzione».
Le competenze acquisite nella progettazione e nella produzione le permettono di salvaguardare la sua libertà inventiva e l’integrità dei colori scelti. Se l’audacia del disegno e del colore nei suoi progetti possono scoraggiare i serigrafi, le sue raffinate competenze tecniche tendono a superare ogni ostacolo. «Ogni volta che gli stampatori mi dicevano che non era possibile farlo, mostravo loro come farlo. In poco tempo l’impossibile diventava possibile». Nelle sue tasche non possono mancare la matita per gli schizzi e la chiave a brugola indispensabile a regolare gli accessori sui telai serigrafici.

Secondo la storica del design Libby Sellers, Althea, fortemente determinata a esprimersi attraverso il suo originale e innovativo vocabolario artistico e a preservare la brillantezza dei suoi colori, non percepisce alcuno stridore fra le sue creazioni e lo spazio del Victoria and Albert Museum come luogo consacrato ufficialmente alle collezioni storiche dell’Impero britannico. Del resto negli anni Cinquanta e Sessanta si esce dall’austerità e dal grigiore del dopoguerra e il Royal College of Art è fucina della Pop Art, il design britannico si sta trasformando e il motto “Il colore è mio” è sintesi calzante della nuova arte di Althea: «…Il tripudio di colori di McNish era come un vulcano in eruzione attraverso il centro del modernismo britannico conservatore» (Kirsty Jukes). Durante il corso di studi, tra i suoi design di maggior successo spicca Golden Harvest ispirato da una passeggiata in un campo di grano nell’Essex. «“A Trinidad camminavo attraverso le piantagioni di zucchero e campi di riso e ora stavo camminando attraverso un campo di grano. Un’esperienza gloriosa”. Questo bucolico idillio inglese trasposto attraverso la sua lente colorata dà vita al progetto (1959). Il modello e le sue varie colorazioni saranno successivamente acquistati da Hull Traders».

Museo n. T.178-19
Nel 1957 alla mostra di fine corso post laurea del Rca espone stampe vivaci e vistose ricche di motivi e fiori tropicali, disegni tessili che «portavano le forme botaniche naturali al limite dell’astrazione, con una tavolozza di colori sfrenata che ribaltava le rigide regole del design britannico del dopoguerra». Subito dopo Arthur Stuart Liberty dei grandi magazzini di Londra, «riconoscendone il talento unico e convinto che i consumatori britannici desiderino disperatamente andare oltre il grigiore degli anni del dopoguerra incarica la giovane designer di creare nuovi ed esclusivi design sia per la moda che per i tessuti d’arredamento. Tra i molti progetti ricordiamo Cebollas (1958) e Hibiscus (1958» (Ivi).
Lavora inoltre per Zika Ascher che dal 1942 con la stilista Lida, sua moglie, ha aperto un laboratorio di stampa su seta producendo tessuti stravaganti e sperimentali per l’industria della moda (famosi i foulard stampati con opere di grandi artisti contemporanei esposti in gallerie come opere d’arte) e che annovera fra i suoi clienti Cardin, Dior, Schiaparelli, Givenchy e Lanvin.
I design di Althea appaiono sulle più note riviste di moda europee. Nel 1959 comincia anche a progettare per l’azienda di arredamento Hull Traders «specializzata in piccole tirature di tessuti disegnati da artisti che venivano serigrafati a mano utilizzando coloranti ricchi di pigmento» (Ivi).
Shirley Craven, la principale designer dell’azienda, le commissiona nove modelli, fra cui il citato Golden Harvest e Painted desert. «Inizialmente chiamato Old Man dal nome comune del cactus gigante, questo tessuto strabiliante incarna l’approccio di Althea, con il suo design grafico vagamente disegnato in nero su colori vivaci. Ed è anche il simbolo della sua totale padronanza dei processi e della tecnologia della serigrafia». Lavora per aziende leader del Regno Unito come Cavendish Textiles, Danasco, Heals e Wallpaper Manufactures Ltd., per British Rail e Orient Steam Navigation, progettando tessuti destinati alla moda e all’arredamento, pannelli laminati, murales e carta da parati.

McNish si è sempre percepita come un’artista, da pittrice affermata a Trinidad a contatto con l’avanguardia culturale londinese supera i rigidi confini tra belle arti e arte applicata per approdare a nuove forme espressive e creando un linguaggio tutto suo: «Il mio design è funzionale, ma libero, puoi indossarlo, sedertici sopra, sdraiartici e starci in piedi sopra». Sperimenta tecniche pionieristiche, come la stampa dei suoi disegni direttamente su tavole laminate decorative di Warerite e multistrato dalla lavorazione complessa ed estremamente specialistica, progetta nuovi materiali e un nuovo tessuto in poliestere come il Terilene. E per il design trae ispirazione ovunque: «Non devo guardare molto lontano, di solito sono gli oggetti a portata di mano che mi vengono in aiuto. Vedo un’idea in una cipolla, un cavolo o qualsiasi altro oggetto in giro per lo studio».
Viaggia regolarmente in Europa, vendendo i suoi progetti direttamente a prestigiose ditte in Svizzera, Italia Francia e Scandinavia e riceve nel suo studio londinese acquirenti e produttori stranieri. Nel 1966 disegna i tessuti per il guardaroba ufficiale della regina Elisabetta II per il Royal Tour nei Caraibi. All’Ideal Home Show di Londra del 1966 progetta e allestisce la Bachelor Girls Room, una stanza per una ragazza di città come lei, indipendente economicamente, che ha fiducia in sé stessa e svolge un lavoro creativo, svincolata da aspettative sociali e familiari che limitino entro i confini domestici le ambizioni e i desideri delle ragazze. Uno spazio agile e libero in cui poter esprimere la propria personalità, arredato con mobili componibili e vivaci stampe floreali, coerentemente con l’idea che «le donne dovrebbero avere sempre l’opportunità di mettere in mostra sé stesse, i propri talenti e i propri risultati…».

Come attivista per i diritti civili della comunità caraibica contribuisce a fondare il Cam (Caribbean Artistic Movement) impegnato dal 1966 al 1972 a promuovere l’arte, la musica e le tradizioni caraibiche. E mentre i discorsi razzisti di Enoch Powell fomentano discriminazione e violenze contro la popolazione immigrata non bianca, nonostante siano state approvate leggi contro la segregazione razziale, Althea decora gli spazi britannici con la flora della sua Trinidad, esprimendo la sua libera creatività, sentendosi legittimamente parte di un discorso artistico che valica i confini nazionali e diventando simbolo di una vera e propria «fusione di culture creolizzate».
Nel 1969 sposa il designer di gioielli e argentiere John Weiss con cui condivide una ricca e profonda vita sentimentale, l’amore per l’arte e la passione per lo studio delle culture della migrazione e per l’insegnamento. Nel 1973 recita e progetta il set per Full House, un programma della Bbc sulle arti caraibiche di John La Rose, scrittore e attivista per i diritti civili della comunità caraibica fondatore del Cam. Nel 1958 organizza il Carnevale caraibico di Notting Hill collaborando con Claudette Jones, amica di famiglia e attivista per i diritti civili, ricoprendo, negli anni successivi, il ruolo di giudice. Nel 1963 British Vogue la definisce «il nuovo volto del British design». Nel 1969 allestisce la mostra centrale all’Ideal Home Show dal titolo Fiesta riportando da Trinidad una selezione di costumi premiati al Carnevale fra cui uno disegnato da lei. Espone in mostre collettive e personali in tutto il mondo continuando a vivere nella sua casa studio di West Green Road a Tottenham dove muore all’età di 95 anni, dopo 60 anni di attività.
A partire dagli anni Ottanta fino al 2022, anno della prima retrospettiva a lei dedicata, Althea McNish cade nell’oblio insieme a una quantità di artiste/i della diaspora afro-caraibica in Gran Bretagna. Il 15 maggio 2023 per celebrare il novantanovesimo anniversario dalla sua nascita, in West Green Road viene apposta una targa, la Nubian Jak Community Trust che riconosce il contributo storico delle minoranze etniche e della migrazione afrodiscendente in Gran Bretagna: «Il suo impatto sulla capitale ha risuonato per oltre mezzo secolo e confidiamo che la targa continuerà a rendere la sua eredità meglio conosciuta e non più invisibile alle generazioni future». Nell’autunno del 2024, nel centenario della nascita, si prevede l’uscita della prima monografia su Althea McNish scritta da Rose Sinclair per Yale Publishers.
Qui la traduzione in francese, spagnolo e inglese.
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Articolo di Rossana Laterza

Insegnante di Italiano e Storia in pensione. Con il gruppo Toponomastica femminile ha curato progetti di genere nella scuola superiore e collaborato a biografie di donne di valore dimenticate.
