Due piccoli musei romani, due gioielli, scrigni di bellezza, la Casa Museo Boncompagni Lodovisi e la Casa-museo Andersen, aprono le porte in questo autunno a due artiste: una scenografa, costumista, Antonella Cappuccio, e una seguace della Neon Art, Manuela Bedeschi.
I due eventi sono inseriti nelle Giornate europee del patrimonio, iniziativa risalente agli scorsi 27 e 28 settembre, che ha promosso il patrimonio culturale italiano con eventi, visite guidate e laboratori nei musei e nei luoghi della cultura pubblici e privati presenti nel nostro Paese. Le giornate, istituite dal Consiglio d’Europa, mirano a «valorizzare il patrimonio culturale e a incoraggiare la partecipazione attiva alla sua salvaguardia».
Il tema dell’edizione 2025 è Architetture: l’arte di costruire, un invito a riflettere sul valore culturale del paesaggio costruito che ci circonda, inteso come espressione viva della storia. La Casa Museo Boncompagni Ludovisi, appartenuta alla omonima famiglia, è stata donata allo Stato italiano nel 1972, e nel 1995 è diventata un museo destinato alla Moda e al Costume. Vi si possono ammirare arredi, abiti, dipinti e sculture, che un tempo erano destinati a un uso privato, e oggi sono fruibili pubblicamente, oggetti che documentano la ricerca di bellezza e perfezione della proprietà, ma anche l’eccellenza del made in Italy. Negli anni si sono aggiunte altre acquisizioni, tra tutte la collezione di abiti, gioielli e accessori di Palma Bucarelli, storica direttrice della romana Galleria nazionale di Arte moderna.

La Casa presenta dal 26 settembre al 30 novembre la personale di Antonella Cappuccio, Theatrum Mundi, curata da Maria Giuseppina Di Monte e Tiziano M. Todi, con la collaborazione di Martina Casadio. Il titolo della mostra richiama la tradizione del Theatrum mundi, secondo la quale il mondo sarebbe un palcoscenico in cui ognuno recita la propria vita come un ruolo. L’esposizione ci consente di apprezzare il valore dei costumi anche al di fuori del contesto scenico, dove spesso rimangono in secondo piano, e ci invita a considerarli non come elementi accessori, ma parte integrante del patrimonio culturale.
In mostra sedici grandi tele, costumi teatrali e cinematografici, disegnati dall’artista e scenografa per la storica Sartoria Farani. Da semplici oggetti di scena i costumi diventano presenze vive che, anche se scollegati dai corpi che li hanno indossati, riescono a farci immedesimare nel personaggio, a raccontarcelo in tutta la sua personalità, nei dettagli, nelle pieghe delle vesti. Sono costumi che hanno segnato la storia dello spettacolo italiano e internazionale, costumi che hanno reso celebri i personaggi che li hanno indossati, protagonisti di grandi eventi dello spettacolo. In assenza del corpo dell’attore, il costume diventa il personaggio e dialogano, senza sovrapporsi, con gli spazi liberty della Casa Museo.

Nei dipinti Cappuccio non si limita a riprodurre i costumi, ma li reinterpreta, concentrando la sua attenzione sui dettagli, su cuciture, passamanerie, lacci e pieghe. La pittura restituisce la matericità della stoffa, e rende la sua qualità tattile; senza volersi sostituire all’abito reale, lo fissa in una dimensione bidimensionale, mantenendo intatto il suo potere seducente.


Dichiara la curatrice, direttrice della Casa Museo, Maria Giuseppina Di Monte: «Sono lieta di inaugurare la mia Direzione della Casa Museo Boncompagni con una mostra che lega insieme molteplici fil rouge: costumi e dipinti di Antonella Cappuccio ai quali rispondono gli arredi, le suppellettili e gli abiti esposti nella Casa Museo, luogo pulsante di storia e vita vissuta che nel presente si attualizza per diventare patrimonio delle nuove generazioni».

Antonella Cappuccio è nata a Ischia nel 1944. Ha studiato a Roma all’Accademia di costume e di moda, e ha lavorato come costumista nel cinema e in televisione, inizialmente come assistente, in seguito come costumista designer, con i maestri del teatro italiano, da Luigi Squarzina, Daniele D’Anza fino a Edmo Fenoglio, Giulio Majano, Lina Wertmuller e Paolo Poli. Contemporaneamente, insieme alla passione per il costume teatrale, nasceva il suo amore per la pittura. Negli anni Settanta si è dedicata all’arte a tempo pieno dopo un attento e profondo studio dei grandi maestri italiani, da Mantegna a Botticelli, da Raffaello a Bellini. Ha iniziato a esporre nel 1976. Dal 1985 al 1994 ha fatto parte del movimento chiamato “Nuova Maniera Italiana”. Ha esposto in mostre personali e collettive, in importanti sedi pubbliche e private in Italia e all’estero. Vive e lavora a Roma. Ha sposato Luigi Muccino, col quale ha avuto tre figli che lavorano nel mondo del cinema e dello spettacolo, Gabriele, Silvio e Laura. La Casa-museo Hendrik Christian Andersen è in una palazzina fatta costruire dallo stesso scultore statunitense, di origine norvegese, vissuto a Roma dalla fine del XIX secolo fino alla morte avvenuta nel 1940. Decorata in stile eclettico neo-rinascimentale, porta all’ingresso la scritta “Villa Helene”, una dedica dello scultore alla madre. Al piano terra si trovano due grandi sale con le monumentali opere dell’artista, al primo piano la sua abitazione, ora utilizzata per mostre temporanee o eventi speciali.
In occasione delle Giornate europee del patrimonio 2025, la Casa Museo presenta la personale di Manuela Bedeschi, Eutopia, dal 27 settembre al 26 ottobre 2025, curata da Maria Giuseppina Di Monte e Valentina Filamingo.

Le istallazioni luminose dell’artista si relazionano con le sculture monumentali di Andersen. Attraverso l’esibizione del nudo eroico classico lo scultore intendeva affermare il valore di una bellezza ideale e la testimonianza di una cultura universale; voleva fare di Roma una città mondiale e auspicava una Utopia urbanistica visionaria, un’architettura capace di ispirare la fraternità universale. Il titolo della mostra di Bedeschi volutamente fa riferimento al progetto di Andersen: Eutopia è una parola che deriva dal greco, e significa “buon luogo”. Non è l’Utopia, predicata da Andersen, cioè il non-luogo irrealizzabile, il sogno vano, ma un orizzonte concreto, una condizione abitabile, un luogo di serenità e di felicità. Bedeschi costruisce con la luce una città immateriale, fatta di segni che guidano e orientano, e colloca le sue installazioni luminose in punti particolari del museo, costruendo un percorso che si interfaccia con la poetica di Hendrik Andersen.



Manuela Bedeschi in Eutopia
I suoi segnali luminosi, creati col neon, si rapportano profondamente con il sito, interagiscono con le imponenti statue di Andersen, in un dialogo silenzioso; la materia pesante dei monumentali corpi scolpiti contrasta e si confronta con la leggerezza e la fragilità della luce. Anche se con un linguaggio diverso, affidato a materie diverse, la tensione emotiva è identica. Le parole luminose di Bedeschi non cancellano il messaggio di Andersen, ma inserendosi negli spazi vuoti, lo sottolineano, fanno riflettere e restituiscono al museo la sua funzione principale, quella cioè di sollecitare le coscienze, di essere uno spazio vivo. Le opere di Andersen sono fonte di ispirazione per Bedeschi, il cui intento è creare un’atmosfera di unità e armonia universali.
Per Valentina Filamingo, una delle curatrici, la mostra vuole essere un invito a riflettere sulla possibilità di vivere il “buon luogo” come luogo di fratellanza universale, creato dall’arte, per riscoprire la necessità dell’unità e della pace, un tema quanto mai attuale nel periodo che stiamo vivendo, caratterizzato da divisione e venti di guerre.
Manuela Bedeschi è nata a Vicenza nel 1950, si diploma in Scultura e Pittura presso l’Accademia di Verona, dove attualmente vive. Frequenta vari corsi di Grafica Sperimentale a Venezia e Laboratori del Marmo a Sant’Ambrogio di Valpolicella, ma è il corso di Arte concettuale tenuto all’Accademia internazionale di Salisburgo che segna profondamente il suo lavoro. Nel 2000 acquista Villa Pisani a Bagnolo di Lonigo, dove inizia a realizzare il suo sogno di presentare nella propria casa l’arte di amici artisti e ogni anno organizza mostre di arte contemporanea con importanti artisti nazionali e internazionali. Fonda e presiede l’Associazione culturale Villa Pisani Contemporary Art, con lo scopo di valorizzare un edificio storico attualizzandolo con la presenza di testimonianze dell’arte contemporanea. Ha praticato scultura e pittura, interessandosi sempre più, nel tempo, alle installazioni e agli interventi site specific, opere cioè concepite e realizzate per un preciso luogo o ambiente, con cui si legano in modo indissolubile. Nel 2025 è stata pubblicata la monografia Manuela Bedeschi. Pensa guarda ascolta che racchiude le sue riflessioni, la sua ricerca e i principali appuntamenti di vent’anni di lavoro sulla luce.
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Articolo di Livia Capasso

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, ha insegnato Storia dell’arte fino al pensionamento. Tra le fondatrici dell’associazione Toponomastica femminile e componente del Comitato scientifico della Rete per la parità, ha scritto Le maestre dell’arte, uno studio sull’arte fatta dalle donne dalla preistoria ai nostri giorni e curato La presenza femminile nelle arti minori, ne Le Storie di Toponomastica femminile.
