Quando si parla di Arti visive in Italia solitamente ci si immagina i capolavori della pittura e della scultura, da Giotto a Caravaggio, da Donatello a Bernini. Quando, invece, si tratta di arte nello spazio pubblico, le immagini che emergono sono di busti, statue equestri, oppure, in alcuni casi, installazioni geometriche astratte. Tuttavia circa quarant’anni fa, l’Arte contemporanea ha subito quella che viene definita come “Svolta sociale”. Si tratta essenzialmente della ridefinizione, da parte delle artiste e degli artisti esponenti del movimento, non solo degli obiettivi dell’arte ma della sua materia stessa e del ruolo dell’artista.
Nel periodo che va dalla prima comparsa di progetti del genere, negli anni Novanta, fino ai giorni nostri, sono emersi diversi progetti artistici che si possono caratterizzare come pubblici, estroversi, partecipativi, oppure Socially Engaged (la traduzione del termine in italiano sarebbe “arte socialmente coinvolta”. Tuttavia, si considera che le parole italiane abbiano connotazioni che mancano in quella inglese e perciò si tende a usare il termine direttamente in inglese). Progetti, quindi, che danno particolare attenzione al coinvolgimento della comunità a cui è destinato “l’utilizzo” dell’opera, e che dimostrano sensibilità verso le implicazioni dell’occupazione dello spazio pubblico, mirando a sottolineare delle criticità socioculturali affini al territorio dove si collocano. Si cerca in breve di produrre opere, qualunque sia la loro forma, ideate o co-create dalla comunità pertinente, con legami stretti con lo spazio circostante, e che idealmente abbiano un impatto su di esso, non solo visivo ma anche concettuale.
È proprio in questo contesto artistico che si colloca Maria Papadimitriou, una delle artiste contemporanee greche di maggior rilievo che ha partecipato a numerose mostre internazionali e che ha rappresentato la Grecia nelle Biennali di Sao Paulo nel 2002, di Haifa e di Sinop nel 2009 e di Venezia nel 2015, la quale è anche protagonista e caso di studio di questa tesi.
L’obiettivo di questo lavoro di ricerca è di analizzare quattro delle sue opere (T.A.M.A., Free Hotels, Agrimikà e Victoria Square Project), individuare possibili influenze e identificare eventuali progetti paralleli, paragonabili dal punto di vista logico o concettuale, per poter interpretare come si inseriscono nella scena artistica locale. Tutte e quattro le opere, ciascuna a modo suo, esprimono lo spirito della Socially Engaged Art. Si rivolgono a delle comunità marginalizzate. Tentano la produzione collaborativa e mirano alla creazione di un risultato finale che risulti significativo a chi ne usufruisce e che appartiene allo spazio che occupa.
Si può dire quindi che l’artista rappresenta uno slancio verso la contemporaneità non-conforme in un ambito pressoché sempre trascurato dalla comunità internazionale, l’arte greca moderna; perennemente al terzo posto, dopo quella antica in primis, e dopo anche la poesia, per la quale la Grecia ha ricevuto due premi Nobel. Si tratta in più di una mossa piuttosto audace se si considera che Papadimitriou ha proposto opere sociali e relazionali, il cui risultato finale sarebbe dichiaratamente immateriale e consistente nelle interazioni accorse durante i progetti, entrando in aperto conflitto con la tradizione delle arti visive in Grecia, portandole, in più, in giro per il mondo in quanto rappresentazioni dell’arte greca contemporanea.
L’audacia si può anche identificare nella scelta di portare sul palcoscenico artistico internazionale il rapporto dei greci con la comunità dei Rom, nel suo lavoro T.A.M.A., la multiculturalità del centro di Atene accorsa dopo il periodo di alto afflusso di immigrati nel 2017, in Victoria Square Project, e la linea mobile tra umano e non-umano che permette l’esistenza di una crudeltà etica, in Agrimikà. In più, per quanto questi progetti arrivino relativamente tardi rispetto alle grandi esposizioni della svolta sociale negli anni Novanta in America, rimangono significativamente innovativi per il Paese e arrivano anche a rappresentarlo a diverse biennali, oltretutto in un periodo particolarmente turbolento, tra il fallimento dell’economia greca che ha portato ai Capital Controls, la situazione dell’immigrazione e la tensione sociale e politica relativa alla completa diffidenza verso il primo governo da un partito della sinistra in Grecia.
Quello che offrono, quindi, le opere di Maria Papadimitriou, oltre alle immagini schiaccianti provenienti dall’attualità e l’immaginario greco, è una visione della situazione sociopolitica ed economica greca interpretata non solo attraverso la lente dell’arte ma anche dallo sguardo delle persone stesse che costituiscono queste realtà. È importante, tuttavia, notare che non si tratta di opere perfette, prive di criticità, ma di vere e proprie sperimentazioni processuali attraverso le quali l’artista, la critica e in generale la comunità artistica locale e internazionale hanno l’opportunità di porsi delle domande, discutere e scontrarsi a livello creativo. Questo elaborato si focalizza particolarmente sulle critiche avanzate, dall’alto o dal basso, verso le opere di Papadimitriou in un tentativo non solo di individuare la loro ricezione e l’impatto che hanno avuto sulle comunità, ma anche di delineare l’adesione o meno a una serie di “regole” relative a questa nuova arte immateriale e relazionale, priva di proporzioni, palette cromatiche, forme e volumi.
In poche parole, Maria Papadimitriou, questa tesi ed esponenti e critici della Socially Engaged Art si pongono domande sulla migliore postura con la quale un’artista si può approcciare a delle comunità esterne, affrontare la collaborazione, promuovere il voice-giving e confrontarsi con l’autorialità multipla. Ci si chiede come navigare in situazioni di scontro e di disaccordo tra artista e comunità, tentando di diffondere e internalizzare un approccio aperto alle criticità e un interesse verso opere “imperfette”, irrisolte e immateriali.






Qui il link alla tesi integrale: https://toponomasticafemminile.com/sito/images/eventi/tesivaganti/pdf/347_Tesi.%20Rizopoulou.pdf
***
Articolo di Chrysanthi Rizopoulou

Archeologa diventata Storica dell’Arte. Greca di nascita e bolognese di adozione, gentilmente accolta a Roma per il proseguimento degli studi. Quindi, forse, studente in eterno, e aspirante alle radici volanti. Quelle che permettono di viaggiare senza sradicarsi.
