1° Convegno internazionale di Toponomastica Inclusiva. Giorno 1. Prima parte 

Il 14° Convegno nazionale di Toponomastica femminile e il 1° Convegno internazionale di Toponomastica inclusiva, ospitato all’Università Roma Tre il 23 e 24 ottobre 2025, è riuscito a unire in due densissime giornate riflessioni, punti di vista ed esperienze che cercheremo di riassumere. 
Il convegno è stato introdotto da Silvia Garambois, giornalista e moderatrice della sessione mattutina del 23 ottobre, che ha presentato il titolo del convegno — Tutta mia la città — un auspicio, o meglio, una rivendicazione di appartenenza e riscatto femminile nello spazio urbano. Il riscatto si rende tutt’oggi necessario in tutti gli spazi di rappresentazione, fisici e mediatici: la stampa italiana, almeno fino agli anni ’70, è stata per lo più gestita da uomini, relegando le donne a posizioni secondarie o di invisibilità. Le pioniere del giornalismo, citate da Garambois, hanno saputo raccontare il mondo e la condizione femminile nonostante censura e persecuzioni: fra queste, Maria Giudice, Rina Melli, Anna Kuliscioff, Olga Ossani e Irene Brin; un’introduzione densa, che ci ha preparato ad affrontare le successive relazioni con uno spirito critico, aperto a molte suggestioni. 

Ad aprire ufficialmente i lavori del convegno sono stati i saluti di Paola Perucchini, direttrice del Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università Roma Tre, seguiti da quelli del rettore Massimiliano Fiorucci. La direttrice del Dipartimento ha tirato le somme della lunga collaborazione tra il Dipartimento di Scienze della Formazione e l’associazione Toponomastica femminile: i molteplici progetti educativi con le scuole sono stati un importante motore per lavorare sulle nuove generazioni, con l’obiettivo di promuovere la parità di genere attraverso la conoscenza dei nomi e delle storie delle donne. Il rettore Massimiliano Fiorucci, intervenuto poco dopo, ha colto invece l’occasione per ricordare le iniziative già avviate — dalle intitolazioni a Bianca Maria Bosco Tedeschini Lalli, prima rettrice italiana, e alle vittime di mafia, fino all’istituzione del Centro Antiviolenza Sara Di Pietrantonio: il superamento della cultura patriarcale e degli stereotipi passa soprattutto dall’educazione e dal coinvolgimento delle giovani generazioni, con l’indispensabile competenza di chi agisce in questo processo come la comunità educativa. È intervenuta anche Monica Lucarelli, assessora alle Attività produttive e alle Pari opportunità di Roma Capitale, ricordando che lo spazio pubblico non è mai neutro, ma riflette lo sguardo di chi lo progetta. Per questo, ha sottolineato, è fondamentale inserire la prospettiva di genere in ogni scelta urbana, sociale e culturale. Roma — ha spiegato — sta lavorando in questa direzione: da una giunta paritaria e dalla certificazione del Comune sulla parità di genere, fino ai progetti di toponomastica femminile e di rigenerazione urbana attenta alla sicurezza delle donne. 

Da sinistra Paola Perucchini, Silvia Garambois e Monica Lucarelli. Foto di Nicole Maria Rana

Sempre proveniente dall’ambiente accademico, è poi intervenuta Fiorenza Taricone, già rettrice vicaria dell’Università di Cassino e Lazio meridionale: il suo discorso ha messo in luce il tema dell’esilio come metafora storica dell’esclusione femminile — un processo distinto da quello maschile che invece ha spesso generato fama e martirologi. La distinzione tra esilio interno (confino) ed esterno chiarisce come, da Aristotele in poi, la cittadinanza politica da cui gli uomini venivano talvolta espulsi fosse negata alle donne alla radice: i casi, per così dire, canonici maschili (ricordiamo Socrate, Dante, Machiavelli) sono un chiaro segnale dello scarto effettivo con le vicende femminili, invisibili nella narrazione pubblica. Nel contrattualismo moderno le donne non sono firmatarie del patto nella società: vengono ricollocate nel privato e celebrate come madri, non come soggetti politici. In Italia, il Risorgimento ha cancellato gran parte del contributo femminile: Rosalia Montmasson (che ha sostenuto Crispi in esilio, poi ripudiata) e il circuito femminile attorno a Mazzini (da Giuditta Sidoli a Sarah Nathan), sacrificate nella memoria ufficiale. Per questo ricerca storica e toponomastica sono profondamente legate: dare nomi significa restituire cittadinanza e interrompere l’“esilio” della memoria delle donne. 
A seguire, Agostino Bistarelli, già storico contemporaneista dell’Università La Sapienza, ci ha illustrato un altro lato della toponomastica, cioè come Public History, una pratica di ricerca e comunicazione partecipata, in cui il pubblico può diventare co-autore della memoria civica e in cui i nomi dei luoghi sono il segno della storia concretizzata nello spazio pubblico. Come afferma Bistarelli, la denominazione nasce da processi misti: talvolta dal basso (proposte comunitarie, scuole, associazioni), altre dall’alto (come iter istituzionali), e la qualità democratica di queste proposte dipende da come queste direzioni si incontrano. La deroga ai 10 anni post mortem, oggi frequente, e la tendenza a privilegiare vittime/martiri, mostrano rischi di uso strumentale della memoria: l’antidoto è un percorso aperto, documentato e partecipato, affinché Tutta mia la città significhi anche Tutta mia la storia.

A sinistra Fiorenza Taricone, a destra Agostino Bistarelli. Foto di Nicole Maria Rana

In Italia le intitolazioni femminili sono il 5%; a Roma su 16.479 vie i nomi femminili sono il 4,5%: così esordisce Barbara Belotti, già figura cardine di Tf e parte della Commissione toponomastica del Comune di Roma. Nella capitale, ci ha spiegato, l’indice di femminilizzazione è del 9,4% (ovvero ogni 100 odonimi maschili, 9 femminili): questo valore, dopotutto, è sovrastimato da Sante/Mariane e figure mitologiche; sottraendole dalla stima, infatti, la memoria laica e storica delle donne si assottiglia ulteriormente. La mappa per Municipi mostra forti squilibri (il I Municipio è composto prettamente da odonimi religiosi/mitologici) e nella classificazione del 2012 di Tf si arriva al 40% di denominazioni che non ricordano donne reali. Le cause sono molte: memoria cancellata, proposte cittadine sbilanciate, ricerca assente di biografie femminili e commissioni toponomastiche storicamente maschili che talvolta sovra-includono o cancellano l’esistenza delle donne (come nel caso delle strade intitolate ai “Fratelli…’’ che occultano le sorelle: per esempio, via Fratelli Marchetti Longhi, dove Maria scompare). Ma stiamo assistendo a un cambio di rotta grazie a mirate contromisure: cominciando da una distribuzione diversificata nelle commissioni, alla presenza di studiose competenti e alla regola simbolica “N maschili → N+1 femminili” — che, vedremo in seguito, è stata adottata in altre parti d’Italia. 
Una contromisura originale viene presentata subito dopo da Beatrice Cattedra con il lavoro di mappatura digitale tramite Qgis, partendo da un primo censimento dei nomi femminili a Roma. Il progetto, che integra sviluppo grafico ed elaborazione di codici Html, consiste nella creazione di mappe interattive personalizzate, dove ogni segnaposto rimanda a una scheda narrante: una pagina informativa dedicata a figure femminili dimenticate o poco conosciute. Le schede includono foto con didascalie e dati autoriali, biografie sintetiche, citazioni e articoli di approfondimento, con l’obiettivo di restituire memoria e visibilità alle donne della storia. Su questi presupposti c’è stata anche la possibilità di ideare un prototipo di gioco interattivo basato sulla mappa — un percorso a quiz per quartieri — ideato per coinvolgere scuole e cittadinanza in modo ludico e partecipativo: gli strumenti digitali e la gamification possano rendere la toponomastica un mezzo dinamico di divulgazione e inclusione culturale, per tutte le fasce d’età. 

Beatrice Cattedra e Barbara Belotti. Foto di Nicole Maria Rana

Nella ricerca di visibilità storica abbiamo ascoltato anche la testimonianza di Giulia Grechi, antropologa e fondatrice di Rete Yekatit 12-19 febbraio, e Cecilia Babolin dell’Associazione Tezeta: la prospettiva delle memorie rimosse del colonialismo italiano può proporre una lettura intersezionale dello spazio urbano, coinvolgendo diverse comunità e fenomeni; dopotutto, Roma continua a conservare oltre duecento odonimi coloniali nati tra Ottocento e fascismo che hanno consolidato una visione gerarchica dell’espansione coloniale. In particolare possiamo rintracciare un esempio sul monumento di Dogali, eretto nel 1887: l’obelisco — che si trova a Roma in Via delle Terme di Diocleziano — è il simbolo del mito dell’eroismo coloniale, una memoria distorta della sconfitta dell’esercito italiano in Eritrea. Restauri recenti continuano a perpetuare le fuorvianti narrazioni coloniali: realtà come Rete Yekatit 12-19 Febbraio — nata per ricordare il massacro di Addis Abeba del 1937 e decostruire l’eredità coloniale italiana — e il collettivo Tezeta, nato a Roma nel 2020, si propongono di raccontare il colonialismo con linguaggi nuovi, corali e antiaccademici. Tra i progetti, Harnet Streets, passeggiate nel quartiere africano, e il podcast “Echi da Dogali”; uno dei risultati più significativi ha portato all’intitolazione del giardino intorno al monumento a Zerai Deres, simbolo della resistenza anticoloniale. 

Cecilia Babolin e Giulia Grechi. Foto di Nicole Maria Rana

Del territorio romano si è occupato anche l’assessore alla Cultura di Roma Massimiliano Smeriglio, che in meno di un anno ha impostato tre chiari assi di intervento: fare i conti con il passato coloniale, rimettere al centro la memoria repubblicana e antifascista e dare visibilità alle donne nella toponomastica cittadina. Sul fronte del colonialismo, Smeriglio ha approfondito un punto della relazione precedente: l’intitolazione dell’area intorno al monumento di Dogali a Zerai Deres e l’installazione di QR code esplicativi si sono rivelati strumenti eccellenti per accompagnare la cittadinanza in una lettura critica del passato coloniale italiano. Quanto alla memoria repubblicana, l’assessore ha rimarcato i ripristini periodici delle targhe dedicate a Giacomo Matteotti, denunciando anche le difficoltà ancora aperte nel segnalare il palazzo dove abitava. Sul versante di genere, nel suo discorso sono ritornate le statistiche di cui Belotti aveva parlato poco prima, dando ora risalto alle nuove intitolazioni: fra queste figurano Alfonsina Strada, Rosa Genoni, Giuseppina Cattani, Luisa Guidotti Mistrali, Maria Plozner Mentil, Goliarda Sapienza, Alessandra Melucco Vaccaro, Rosina Pisaneschi e le Sorelle Mirabal; anche il Parco delle Staffette Partigiane inaugurato a Tor Bella Monaca è una prova riuscita di questa amministrazione. L’assessore ha anche annunciato la re-intitolazione correttiva del viale Florence Nightingale, con l’aggiornamento dei dati e della qualifica riportati in targa, programmati per il 5 novembre. «I nomi che noi diamo ai luoghi della città qualificano o, diciamo, ci aiutano a contestualizzare il tipo di città che abbiamo in mente», dice Smeriglio: raccontano il grado di democrazia, di autodeterminazione e di parità, e ci impongono di affrontare, di petto, anche la questione coloniale. 

Massimiliano Smeriglio. Foto di Nicole Maria Rana

La mattinata volge al termine con una ricchissima tavola rotonda moderata da Sara Marsico a cui presenziano esponenti di alcune regioni italiane che ci hanno portato virtuosissimi esempi di azioni e buone pratiche. Sara Marsico, referente di Toponomastica femminile per il Sud Milano, e Danila Baldo, vicepresidente dell’associazione, hanno presentato le collaborazioni avviate in Lombardia con enti pubblici e realtà educative, tra cui il progetto Unar Confluenze, dedicato all’inclusione e al dialogo interculturale che ha coinvolto 25 enti tra comuni, università e associazioni. Non meno importante è la presenza femminile nelle commissioni toponomastiche e l’aggiornamento dei regolamenti comunali, che ha preso spunto da esempi come la città di Torino, che vedremo fra poco.
Tra le altre meravigliose iniziative, la campagna nazionale “8 marzo, 3 donne 3 strade”, patrocinata da Anci, promuove intitolazioni a figure femminili locali, nazionali e internazionali. Emblematico il caso di Cernusco sul Naviglio, dove un percorso partecipato con scuole e cittadinanza ha portato a venti nuove intitolazioni femminili — da Tina Anselmi a Frida Kahlo — e alla partecipazione delle scuole al concorso Sulle vie della parità
Abbiamo poi avuto l’occasione di accogliere l’assessore alle Pari Opportunità di Francavilla Fontana (in Puglia), Sergio Tatarano, che ha raccontato il percorso con cui la sua amministrazione ha integrato la parità di genere e la visibilità femminile nelle politiche locali. Tra i progetti più significativi, la delibera sul linguaggio non discriminatorio (2019) e il Regolamento del Consiglio comunale dei ragazzi e delle ragazze, redatto in forma paritaria. Sul piano toponomastico, è stato introdotto un nuovo regolamento che supera le logiche clientelari e apre a forme di partecipazione attiva — con docenti, avvisi pubblici e consultazioni popolari — facendo crescere da 15 a 34 il numero di luoghi intitolati a donne, con particolare attenzione alle Madri costituenti. Di recente attivazione è il progetto Cosmopolita, finanziato dalla Presidenza del Consiglio e coordinato da Francavilla Fontana insieme ad altri comuni pugliesi: un progetto pluriennale il cui obiettivo è contrastare gli stereotipi di genere attraverso percorsi formativi e culturali, diffondendo un modello virtuoso replicabile a livello nazionale. 
In collegamento dall’Emilia-Romagna, da Bologna, la vicesindaca Emily Clancy che ci ha descritto le numerose politiche cittadine per la parità di genere nello spazio pubblico; partendo dall’adesione alla campagna Anci “8 marzo, 3 donne, 3 strade” fino all’impegno ad ampliare le intitolazioni femminili anche a piazze, giardini e piste ciclabili: dedicare luoghi a singole figure femminili — e non solo a ruoli o collettivi — è uno strumento per evitare di riprodurre stereotipi di genere. Parallelamente, ci racconta, il Comune sta attuando misure per valorizzare la presenza delle artiste nei musei e negli edifici pubblici, e la memoria delle prime amministratrici nei luoghi istituzionali. Bologna, per questo, ha elaborato mappe e linee guida di genere e un Atlante della città femminista: strumenti per orientare politiche, servizi e spazi verso un uso più inclusivo, intersezionale. 
Dalla Toscana abbiamo ascoltato le testimonianze di Francesca Basanieri, presidente della Commissione Pari Opportunità della Regione Toscana, e di Paola Malacarne, referente di Tf per la regione. La collaborazione con Toponomastica femminile ha infatti permesso di costruire una memoria forte delle donne toscane, valorizzando storie locali, lavoro femminile e Resistenza; il volume e portale Resistenze – Femminile plurale, dedicato alle partigiane toscane, ha stimolato un movimento “dal basso” di ricerca e intitolazioni spontanee e partecipate da scuole e comunità. A Pontedera, un progetto che ha coinvolto tre Istituti Superiori e finanziato dall’Amministrazione, ha portato all’intitolazione di 10 piste ciclabili a figure femminili che si sono distinte in azioni di cura di portata universale — nei campi della salute, dell’ambiente, dei diritti, dei beni comuni e in altri ambiti.Il progetto si è concluso con la realizzazione, da parte degli/delle studenti dei pannelli grafici dedicati a ciascuna figura, segno concreto di un percorso condiviso di memoria e partecipazione. Altri esempi sono stati presentati da Paola Malacarne: a San Casciano un percorso quadriennale ha portato a otto nuove intitolazioni, a Barberino Tavarnelle quattordici strade sono state dedicate a figure femminili con una pubblicazione illustrata per le scuole, e a Calenzano sono stati promossi progetti sul superamento degli stereotipi di genere e sull’intitolazione di spazi scolastici. 
Maria Grazia Grippo, della Commissione Toponomastica del Comune di Torino, e Loretta Junck hanno raccontato come il Piemonte stia finalmente cambiando rotta. A Torino, dove solo il 5,3% delle vie portava un nome femminile, il nuovo Regolamento ha imposto una regola rivoluzionaria: a ogni tornata, almeno una proposta femminile in più rispetto a quelle maschili. Il risultato? 41 intitolazioni femminili contro 25 maschili. Per Grippo, dare visibilità a questo cambiamento è fondamentale: «Le cerimonie contano», ha spiegato, ricordandoci come anche nei momenti pubblici si giochi la partita della rappresentanza. E non si tratta solo di “recuperare le solite figure note”: oggi emergono storie inedite come quella di Esterina Zuccarone, sarta diventata la prima montatrice stimata da Disney, o di Maria Bongioannini, pioniera dell’architettura libera professionale. Junck, invece, ha ripercorso la nascita del Regolamento, nel pieno della pandemia del 2020, e l’ingresso in Commissione di quattro esperte — provenienti da Toponomastica femminile, Società italiana delle letterate, Società italiana delle storiche e Cisde — che hanno trasformato una norma tecnica in un motore culturale. Oggi, a Torino, si tengono sedute interamente dedicate alle intitolazioni femminili e si respira un nuovo clima: un cambiamento che si vede, si sente, si pratica. 

Da sinistra Francesca Basanieri, Maria Grazia Grippo, Loretta Junck, Sergio Tatarano, Sara Marsico, Danila Baldo e Paola Malacarne. Foto di Nicole Maria Rana

L’ultimo intervento della mattinata ha riguardato il Friuli Venezia Giulia con l’assessora Arianna Facchini, presidente della Commissione Toponomastica di Udine, una città che sta tracciando un nuovo cammino verso un reale equilibrio di genere nello spazio pubblico. Dopo decenni senza donne in Commissione, dal 2013 si è aperta una strada di partecipazione e rappresentanza, oggi finalmente sancita anche sul piano formale: la Commissione 2023 è la prima con un equilibrio di genere garantito e i risultati iniziano a farsi vedere. In soli due anni, la percentuale di intitolazioni femminili è passata dal 3,7% al 4,6%, con 10 donne su 12 tra le nuove intitolazioni; tra loro, Ursula Hirschmann, cui è stato dedicato anche un convegno per restituirle il pieno riconoscimento come antifascista e teorica del federalismo europeo. Nel 2025 il Consiglio comunale ha approvato all’unanimità una mozione contro la violenza di genere, includendo la toponomastica tra gli strumenti di contrasto: un segnale forte di consenso politico trasversale e di visione condivisa. La referente regionale Bruna Proclemer, storica militante di Toponomastica femminile, ha sottolineato l’importanza del coinvolgimento diretto dell’associazione nelle istituzioni. A Udine, infatti, il Comune ha formalmente invitato Tf a designare una propria rappresentante, introducendo un precedente significativo. 

Arianna Facchini e Bruna Proclemer. Foto di Nicole Maria Rana

Le linee tracciate durante questa prima mattina di lavori si sono diversificate, pur tenendo alla base una prospettiva comune: dare spazio di riconoscimento, validità e visibilità alle donne è un processo che va oltre le normative comunali o regionali; le radici di una cultura incentrata sulla predominanza maschile necessitano di molto lavoro per essere scardinate. Ma questa energia l’abbiamo vista in atto durante tutti gli interventi di questa prima parte: nel prossimo numero di Vitamine vaganti allargheremo gli orizzonti verso prospettive europee, che sono state affrontate nel pomeriggio del 23 ottobre. 

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Articolo di Nicole Maria Rana

Nata in Puglia nel 2001, studente alla facoltà di Lettere e Filosofia all’Università La Sapienza di Roma. Appassionata di arte e cinema, le piace scoprire nuovi territori e viaggiare, fotografando ciò che la circonda. Crede sia importante far sentire la propria voce e lottare per ciò che si ha a cuore.

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