La pazienza 

«La pazienza è la più eroica delle virtù, giusto perché non ha nessuna apparenza d’eroico». 
Leopardi, Lo Zibaldone, 1820 

Una virtù antica, la pazienza. Tenace e mite, serena, accogliente, ottimista, empatica, inclusiva, oggi sembra fuori moda. Non è né passività né accettazione supina ma forza di sopportare le difficoltà, risolvere i problemi e perseverare verso gli obiettivi a lungo termine anche quando i risultati non sono immediatamente visibili. 
Tipica virtù femminile, si dice, poiché paziente è la cura: così ci hanno sempre celebrate. Sappiamo che è un’arma a doppio taglio, come segnala l’etimo. La tradizionale pazienza delle donne è stata anche la loro prigione. È stata forma di difesa. È stata raffigurazione compiacente, rassicurante, innocua del femminile taciturno e obbediente. Non solo “debole” ma “gentil sesso”, e non è un complimento: si riferisce soprattutto a quello che una “vera” donna non fa, prevede un lungo elenco di negazioni e di limitazioni. Non si arrabbia, non litiga, non reagisce, non si ribella, non si impone…
Nel 1998 Marta Boneschi ha intitolato Santa Pazienza la ricostruzione del percorso lungo e faticoso del femminismo verso la parità e l’autodeterminazione, l’epopea di milioni di donne in piazza e in Parlamento, nelle fabbriche e nelle scuole e negli uffici, nelle cucine e nelle camere da letto: l’unica rivoluzione che ha cambiato il mondo senza versare una sola goccia di sangue. Abbiamo strappato a poco a poco (pazienti appunto!) riforme a costo zero con tenacia e con fiducia, inverando la democrazia e migliorando la vita di tutte e di tutti. 
Venivamo da una storia millenaria di discriminazioni, di esclusioni e di umiliazioni, di minorità, subalternità, asimmetrie, denigrazioni, sottovalutazioni, stereotipizzazioni che avevano giustificato le gerarchie del potere maschile e i relativi privilegi additandone la fonte nella natura o addirittura nel volere divino.
Eravamo state cancellate da una violenza simbolica coercitiva ritenuta “normale” dal diritto e dalle religioni, dalle scuole e dalla politica; assenti non dalla storia ma dai racconti degli storici; non dalla letteratura e dall’arte e dalla filosofia ma dai canoni letterari e filosofici e artistici e dunque dai manuali scolastici; non dalla parola ma dalla lingua e dai suoi luoghi comuni… perfino dalle targhe stradali, che celebrano con la scelta delle intitolazioni l’identità e la storia di un popolo e che sono monopolizzate ancora da figure virili. 

Il recentissimo convegno internazionale di Toponomastica femminile l’ha documentato non solo descrivendolo, ma allargando lo sguardo alle sue cause. La stessa scoperta maschile di non rappresentare l’universo ma di appartenere alla parzialità di un genere è controversa e la dobbiamo ai men’s studies che stentano ad affermarsi nell’accademia, a quei pochi gruppi di uomini che se ne fanno carico. 
«Abbiamo guardato per 4000 anni e finalmente abbiamo visto», scriveva Carla Lonzi; vedendo chiaro abbiamo messo a frutto la nostra esperienza, consapevoli che i cambiamenti culturali sono imprese di lungo periodo. Armate proprio della pazienza antica con cui avevamo tessuto, ricamato, rammendato, rassettato, cucinato abbiamo capito che si può guardare il mondo intero con altri occhi, usare altri metodi, superare le incrostazioni di un assetto usurato senza paura di uscire dalla sfera intima, rifiutare ruoli preordinati senza aggredire nessuno. Abbiamo intrecciato reti, inventato canali, lavorato e scritto e parlato, impegnato conoscenze e volontà e pian piano abbiamo ricostruito le storie e le protagoniste, le attività e i pensieri di un capitale umano vastissimo sommerso nell’oblio: per farlo bisognava cambiare i linguaggi, sostituire le regole, sovvertire le priorità. 

Contro il grigio autoreferenziale del politicismo e contro il ricorso diffuso alla violenza, con il potere generativo della parola e dell’esempio abbiamo trovato nelle manifestazioni un coraggio civile e gioioso che sembrava dimenticato, nelle relazioni modalità paritarie che mai si erano praticate, nel lavoro soddisfazioni che mai si erano immaginate, nella ricerca scoperte che mai si erano fatte. Non si trattava solo di rivalutare figure femminili misconosciute ma di ridiscutere l’impianto dei saperi, superando l’inerzia con cui si riproducono modelli vetusti per pigrizia, per interesse, per ignoranza, per paura. 
Giuriste, letterate, linguiste, storiche, filosofe, sociologhe, antropologhe, urbaniste, architette, scienziate, mediche, artiste, giornaliste, registe… hanno messo in campo competenze e risorse per ribaltare gli assetti dei loro campi d’azione, utilizzarne il potenziale invisibile; legioni di insegnanti si sono assunte l’onere e l’orgoglio di trasmettere alle nuove generazioni conoscenze ed esperienze con la prospettiva di orizzonti diversi, che interrogassero il silenzioso e il fuori tema. 
Nel corso degli ultimi decenni grazie a tutto questo si sono diffusi e legittimati nuovi ruoli per donne e uomini, nuove presenze hanno animato la scena del mondo; permangono però, anzi ritornano forti modelli stereotipi. 

Molti sono ancora riluttanti, spaventati o increduli. Persa la vecchia architettura della mascolinità non sono capaci di rimpiazzarla con niente di nuovo: li spaventa che parliamo con i loro figli; cercano ancora di regolare la società o avvalendosi della forza d’inerzia o tentando colpi di mano. Molte donne trovano ancora comodo e redditizio copiare modelli maschili piuttosto che avventurarsi su strade proprie. 
Ciclicamente quanto si era conquistato torna in discussione: il fenomeno è noto come backlash, contrattacco, onda di riflusso. Fa leva su canali mediatici favorevoli. L’avvento dei suprematismi, il prevalere della forza, la polarizzazione bellicista, la demonizzazione del diverso, le delusioni delle democrazie han creato il clima propizio. Nella politica finanziaria di oggi, ad esempio, una fabbrica di armi è vista come qualcosa che crea valore e un ospedale come qualcosa che lo toglie. Nella politica elettorale è apprezzata l’aggressività, non la mitezza. 
Le conquiste materiali, politiche, culturali non sono date una volta per tutte ma esigono un lavoro costante di trasformazione e di rinnovamento. Non siamo mute né incerte, ci unisce una grande comune preoccupazione. Delle guerre e del cosiddetto eroismo abbiamo conosciuto e subìto l’orrore per millenni. Dello sfruttamento insensato del pianeta, del rapporto insalubre con l’ambiente siamo le prime a fare le spese. Del capitalismo digitale temiamo l’hybris insensata, il delirio di onnipotenza, la corsa indipendente dalla meta. 
Sappiamo che nessuna storia è lineare, ma non possiamo permettere che lo sperimentino ancora e ancora gli umani che verranno. La pazienza ha bisogno di tempo, ma di tempo ne rimane davvero poco. 

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Articolo di Graziella Priulla

Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.

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