Donne e media 

«Di tutte le cose che le donne possono fare nel mondo, parlare è ancora considerata la più sovversiva», scriveva Michela Murgia. 
Le parole e le immagini che arrivano ai nostri canali sensoriali sono le porte e le finestre della nostra percezione, perché il percepito deve essere organizzato in schemi. Esse hanno funzione generatrice: costruiscono le rappresentazioni e le narrazioni e ne creano le cornici, delimitano i contesti, descrivono i soggetti con le loro caratteristiche e le loro intenzioni.

I mezzi di comunicazione di massa (nel loro ambito soprattutto la tv, ancora egemone nonostante l’agguerrita presenza dei social) hanno un influsso determinante sull’immaginario sociale e sulle conoscenze diffuse: non riflettono una realtà ma i valori, i giudizi e le idee sulla realtà di volta in volta dominanti. 
Sono fonti credibili e attraenti: non servono solo a vendere prodotti ma a rafforzare valori e a insegnare stili di vita. C’è una linea di continuità tra simbolico e materiale: se un medium popolare filtra una descrizione del genere femminile — soggetto e oggetto — legata a un ruolo secondario o a tratti che ne minano la dignità, i comportamenti di ambedue i sessi ne rimangono fortemente influenzati. 

Per questo Calendaria 2026 è dedicato a 63 donne che hanno lavorato nei media, con le parole o con le immagini, mostrando un nuovo protagonismo da professioniste e sguardi e punti di vista diversi da quelli tradizionalmente maschili. Alcune hanno fatto da apripista nel loro Paese e nel loro tempo; altre hanno raccontato il femminismo, l’ambientalismo, i diritti umani; altre hanno documentato gli orrori delle guerre, o le discriminazioni in atto nella loro patria; altre hanno condotto inchieste e denunce coraggiose, che a volte sono costate loro la vita.
Molte sono sconosciute in Italia: mandare il calendario di Toponomastica femminile nelle scuole serve a far capire alle nuove generazioni quanto si muove nel mondo oggi, e quante energie e quanto impegno sia costato e costi ancora affermare e far valere la voce femminile in un settore così importante nella costruzione delle identità personali e collettive. 

Assenze e gerarchie 

È esemplare la rivolta (1970) delle giornaliste di Newsweek. Mentre il direttore Osborn Elliott, che aveva sempre visto la sua rivista come faro di libertà giornalistica, ignorava la crescente frustrazione tra le sue dipendenti; un gruppo di 46 giornaliste decise di farsi sentire, facendo causa al proprio datore di lavoro per le discriminazioni di genere che vivevano quotidianamente. La causa, portata avanti da Eleanor Holmes Norton, avvocata e attivista per i diritti civili, diventò il primo caso legale di discriminazione sessuale nel giornalismo americano, dando il via a una serie di cause uguali in altre redazioni. 

Le questioni di genere nei media vennero sollevate ufficialmente per la prima volta nella Conferenza mondiale sulle donne (Pechino, 1995), che identificò due obiettivi strategici: 
1. aumentare la partecipazione femminile ai mezzi di comunicazione; 
2. promuovere un’immagine non stereotipata delle donne.
Il Global Media Monitoring Project (Gmmp) è oggi la più grande iniziativa di ricerca e advocacy sull’uguaglianza di genere nei mezzi di comunicazione di tutto il mondo. È promosso in collaborazione con gruppi per i diritti delle donne a livello nazionale, organizzazioni della società civile, associazioni e sindacati di professionisti e professioniste dei media, universitari/e , ricercatori e ricercatrici di tutto il mondo. 
Nei ruoli editoriali chiave delle principali testate giornalistiche del mondo le donne sono il 24%, come risulta da una ricerca condotta dal Reuters Institute, intitolata Women and leadership in the news media 2024. Lo studio ha esaminato i dati provenienti da 240 testate giornalistiche online e offline distribuite in 12 Paesi (Stati Uniti, Gran Bretagna, Finlandia, Sudafrica, Germania, Hong Kong, Spagna, Brasile, Corea del Sud, Kenya, Messico e Giappone). L’Italia non c’è. 

L’European Institute for Gender Equality (Eige) ha recentemente stilato il primo rapporto europeo sul numero delle donne ai vertici delle principali organizzazioni dei media nei 28 paesi dell’Unione. Il risultato è sconfortante: sebbene il numero delle donne che lavorano nel settore sia in costante crescita, l’organizzazione ai livelli decisionali resta saldamente in mano agli uomini. 
Nonostante la consapevolezza sia aumentata, le gerarchie di potere negli enti editoriali sono state scalfite solo superficialmente: è l’ordine di critiche sollevate al nostro Paese dal Comitato che dal 1979 ha il compito di monitorare l’attuazione della Convenzione Onu per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna (Cedaw). 
In Italia su 38 direzioni, includendo agenzie, testate giornalistiche, radio e TV, i risultati evidenziano una marcata disparità di genere: solamente 6 direttori sono donne, mentre 32 sono uomini. 
Il progresso c’è stato ma di questo passo serviranno più di quarant’anni per raggiungere la parità di genere. Il 70% di chi si laurea in giornalismo e comunicazione è composto da donne; sono però donne solo il 40% di chi lavora nel settore dei media e il 30% di chi occupa posizioni manageriali. 

Se è vero che nel giornalismo italiano le donne sono finalmente presenti non solo nei tradizionali settori del costume e dello spettacolo ma anche nei più decisivi campi della politica, dell’economia e della cultura, se è vero che è molto alto il numero delle inviate nei luoghi di guerra, tuttavia i dati parlano chiaro. Le giornaliste aumentano di anno in anno e sono brave ma faticano a conquistare ruoli di responsabilità, hanno salari mediamente più bassi e carriere molto spesso congelate o affogate nella precarietà. Per i giornalisti la retribuzione media è di 65 mila euro; per le giornaliste di 52 mila. 

Gli articoli e i servizi di denuncia contro la disparità di genere sono pane quotidiano per il mondo dell’informazione, ma è proprio all’interno delle redazioni che si consumano discriminazioni ed enormi contraddizioni. 
Se il giornale è fatto da uomini, per quante possano essere le redattrici non sono loro che decidono cosa va in pagina e come titolare. Nel nostro Paese si contano 15.000 giornaliste, pari al 42% del totale. Se si guardano gli articoli firmati emerge però una disparità ben più grande. Stando ai dati dell’European Journalism Observatory, il 63% delle firme sono attribuite a uomini, mentre solo il 21% appartiene alle donne. Negativa anche la situazione in Germania (58% vs. 16%) e nel Regno Unito (41% vs. 29%), mentre il Portogallo fa eccezione (20% vs. 31%). 
Inoltre, su 2.000 esperti ingaggiati per i talk show d’informazione, le donne sono solo il 24% e vengono interpellate principalmente su temi sociali (nel 22% dei casi). La loro presenza quando si tratta di questioni politiche o economiche è irrisoria (solo nel 6 e nel 7% dei rispettivi casi). 

Dalle ricerche emerge inoltre un tema comune a tutti i settori professionali: le donne che lavorano nei media — proprio perché hanno poco potere decisionale — tendono ad adeguarsi ai valori e ai punti di vista maschili invece di bilanciarli proponendo una visione del mondo al femminile. 
Nel mondo digitale accanto alle testate più tradizionali ci sono le newsletter, i blog e le testate indipendenti, che fanno un altro tipo di informazione. In questi contesti il protagonismo femminile è maggiore. 
Gi.U.Li.A, la rete nazionale delle Giornaliste Unite Libere Autonome, è nata nel 2011 per superare i limiti dell’informazione italiana. Ad oggi ha più di 100 giornaliste professioniste e pubbliciste che vogliono riequilibrare «un’informazione parziale che racconta un mondo fatto da uomini, non la realtà del Paese». 

Scritti e scatti di libertà 

Scrivere, o addirittura studiare, non era rientrato per secoli tra le attività consentite alle donne. Le scuole per loro, le “Normali”, nell’Italia dell’800 sfornavano le maestre come unico orizzonte professionale: dalle Normali provenivano le prime giornaliste, Matilde Serao in testa. 
Non sono state tante coloro che in passato, precorrendo i tempi, si sono fatte strada nel panorama del giornalismo internazionale, ma alcune hanno lasciato segni inconfondibili di impegno e di qualità. Fin da quando esistono i giornali ci sono state giornaliste di talento che hanno raccontato il mondo e testimoniato la storia.
Dai primi periodici di moda e di costume ai giornali politici del Risorgimento, al giornalismo pedagogico dell’800 postunitario, ai combattivi periodici femministi di primo ‘900, fino all’alba della Repubblica, attraverso gli scritti, la militanza politico-sociale, i comportamenti, esse hanno contribuito a diffondere nell’opinione pubblica l’idea dell’importanza del ruolo delle donne nella società civile. 

Figuriamoci fare fotogiornalismo, che presuppone in più la libertà di muoversi e di viaggiare, di avere i soldi per le attrezzature: limiti ulteriori, che insieme ai pregiudizi sessisti contribuivano a rendere difficilissimo essere accreditate sui fronti di guerra. Solo con la seconda guerra mondiale cambiarono le cose. 

C’è un podcast che si chiama Giornaliste ed è un luogo in cui giornaliste e scrittrici di oggi raccontano le loro icone del passato, sintetizzandone il potentissimo lascito. Curato da Annalisa Camilli e prodotto da Storielibere.fm e Fondazione Circolo dei Lettori, racconta professioniste che hanno voluto narrare le guerre andando sul campo, che attraverso la parola e la fotografia hanno sfidato i poteri, che hanno fondato riviste e quotidiani in un secolo in cui farlo era anche una forma di ribellione, che hanno saputo cavalcare ogni genere di forza, persino quella del sense of humour, per tracciare strade nuove alla professione per cui sentivano di essere nate. Sono donne che hanno dato un contributo straordinario al giornalismo ma alcune di loro sono dimenticate. 

Non mancavano il talento e la passione, mancava la possibilità di dimostrarli. 

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Articolo di Graziella Priulla

Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.

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