Ho partecipato nei giorni scorsi, invitata dall’amica Milena Gammaitoni, a un webinar sulla Spiritualità Femminile tra Arti e Tradizioni, terza edizione del Convegno “Arte, Mistica, Comunità”. Interessanti relazioni, nei pomeriggi di martedì 16 e venerdì 19 dicembre, hanno regalato a chi ha seguito spunti di riflessione sulla magia popolare italiana, sulla spiritualità delle donne indiane, sull’esperienza di Monte Verità e sulle voci magnetiche delle figure femminili che l’hanno animata, sulla musica sacra femminile nei contesti contemporanei, sulle immagini mistiche di Hildegard von Bingen e su altro ancora. Il mio intervento consisteva in una panoramica sul linguaggio femminile dello spirito attraverso i secoli.

Le più antiche immagini della spiritualità femminile sono senz’altro le famose statuette cosiddette di Venere, risalenti al paleolitico: con le forme accentuate, nei seni, nei fianchi e nel ventre, il volto inesistente o nascosto dai capelli, le gambe affusolate, simboleggiano un archetipo universale, una dea-madre, la cui capacità di generare era considerata sacra, un fenomeno sorprendente e prodigioso. Associate a riti sciamanici, questi amuleti magico-religiosi servivano probabilmente a favorire la procreazione e il buon esito del parto.

La figura femminile più presente nell’arte, almeno fino a qualche secolo fa, è senz’altro quella della Madonna. E la cosa non meraviglia, come ben sappiamo noi che abbiamo fatto l’esperienza di Toponomastica femminile: è anche il nome più frequente nelle intitolazioni stradali dedicate alle donne. La sua figura può essere considerata un tramite tra l’umano e il divino, una donna terrena che partorisce il figlio di Dio, un potente strumento di comunicazione tra i due mondi. Spesso rappresentata come madre amorevole, è vista come un’intercessora a cui si rivolgono i fedeli per ottenere grazie da Dio, ma ci sono anche tante Madonne sofferenti, che piangono e si disperano per la morte del figlio. Le immagini che la ritraggono ispirano la devozione nei fedeli, fungendo da veicoli per l’esperienza spirituale, celebrano l’aspetto divino, ma anche l’umanità.
Simbolici sono i colori utilizzati nelle sue raffigurazioni: il blu, il colore del cielo, del divino, sottolinea la regalità di Maria; il rosso è simbolo dell’umanità, del sacrificio, dell’amore e della passione; il bianco rappresenta la purezza, la verginità; l’oro è simbolo della luce divina, della santità, come nelle aureole; il verde è il colore della natura, della fertilità, della rigenerazione; il nero è usato per esprimere il dolore, il lutto. Blu e Rosso combinati insieme esprimono la doppia natura della Madonna, umana e divina.


Nelle opere monastiche la spiritualità si manifesta in pale d’altare, scene sacre, attraverso le quali la vita claustrale si trasforma in un’esperienza estetica e religiosa di spiritualità, come nel caso di Caterina Vigri, fondatrice e prima badessa del monastero delle clarisse del Corpus Domini di Bologna. Nota come la “Santa di Bologna”, ha utilizzato pittura e miniatura per esprimere la sua profonda esperienza mistica, per glorificare Dio e comunicare la bellezza della sua intensa vita di unione con il Signore, vissuta attraverso preghiere e visioni. La sua arte è uno strumento per la devozione, la contemplazione della Passione di Cristo e la trasmissione della fede. Nel suo breviario miniato, destinato a sé stessa e alle consorelle, specialmente alle novizie, la bellezza artistica diventa veicolo e testimonianza della sua ricerca di Dio.

Plautilla Nelli, religiosa domenicana, è considerata la prima pittrice di Firenze. A quattordici anni entrò nel convento domenicano di Santa Caterina da Siena a Cafaggio. In un’epoca in cui la formazione artistica era inaccessibile alle donne, il chiostro fornì paradossalmente a Plautilla un ambiente protetto dove sviluppare le sue abilità. Qui diede vita alla prima bottega d’arte interamente femminile di Firenze. Plautilla fu in gran parte autodidatta: studiava il corpo umano sui cadaveri delle consorelle morte, per cui in convento si diceva che invece di fare Cristi, faceva Criste.
Sviluppò uno “sguardo femminile” unico sulle narrazioni sacre, concentrandosi sulla “resa femminile dell’emozione religiosa”. Un motivo ricorrente nei suoi tanti ritratti di Santa Caterina è la presenza di una lacrima, simbolo della capacità femminile di empatia con la passione di Cristo. In altri ritratti la santa volge gli occhi verso il cielo, dove un alone di giallo luminoso rivela la luce divina che ispirava Caterina.


La sua “Ultima Cena”, dipinta per il refettorio del suo convento e oggi conservata nel Museo di Santa Maria Novella, rappresenta l’unico Cenacolo di mano femminile nel Rinascimento. Plautilla scelse di raffigurare il momento in cui Cristo rivela che sarà tradito, emulando l’idea leonardiana di ritrarre gli Apostoli nel dinamismo delle loro emozioni. L’opera, lunga sette metri, circonda e avvolge lo spettatore che ne riceve l’effetto di totale immersione. Notevole è anche la particolare attenzione di Plautilla ai dettagli, che solo uno sguardo femminile poteva avere: le rifiniture delle stoviglie, così come i cibi disposti sulla tavola.

La spiritualità in Leonardo da Vinci non si manifesta come religiosità convenzionale, ma come una forma di ricerca interiore fondata sull’osservazione. Per lui, studiare la natura significava avvicinarsi al divino. La sua Gioconda non rappresenta una figura sacra ma una donna reale, eppure è trasformata in un’immagine pervasa di mistero, calma interiore e profondità psicologica. È in perfetta continuità con il paesaggio che la circonda e l’assorbe, le linee dei monti si raccordano con le curve del suo corpo, che non ha contorno. Il suo enigmatico sorriso comunica calma e dignità interiore, è l’espressione dell’essere umano che gode di far parte della natura.

Nel Barocco l’arte diventa spettacolo della fede e dell’emozione. Nell’Estasi mistica di S. Teresa di G. L. Bernini si fondono corpo e spirito, dolore e piacere mistico. Santa Teresa stessa racconta nella sua autobiografia il momento in cui, immersa nella preghiera e negli esercizi spirituali, così praticati al suo tempo, arriva all’estasi, cioè il momento più alto di contatto col Divino: a un certo punto avverte come il colpo di una freccia scagliata da un angelo, che dapprima l’addolora profondamente e poi l’accompagna verso la beatitudine dei sensi, che per molti studiosi è assimilabile al momento dell’orgasmo. Il gruppo scultoreo realizzato dal Bernini si trova nella cappella Cornaro, all’interno della chiesa romana di S. Maria della Vittoria. Il Bernini riuscì a creare una scena teatrale, in cui spiritualità e melodramma si fondono in una rappresentazione suggestiva ed emozionante tra il sacro e il profano. Da entrambi i palchi scolpiti sulle pareti laterali della cappella, infatti, sono raffigurati membri della famiglia Cornaro, committente dell’opera, che commentano vivacemente l’estasi della Santa!



La Giuditta che decapita Oloferne, la Maddalena e la Susanna di Artemisia Gentileschi non sono solo figure bibliche: esprimono la forza spirituale, etica e psicologica della donna. La potenza interiore, il coraggio della sfida trasforma le protagoniste in figure capaci di agire, scegliere e resistere. Artemisia recupera figure bibliche o storiche che nelle mani di altri artisti sono spesso sentimentalizzate o rese passive e le trasforma in eroine. La spiritualità in Artemisia non è un’aura mistica, ma uno spessore interiore: paura, determinazione, dolore, serenità, coraggio. In tutte queste narrazioni, la forza spirituale è la capacità di resistere alla violenza e alla disumanizzazione.

Pur attingendo al sacro, Artemisia umanizza le figure, rendendole vive e legate alla realtà quotidiana. Lottando per la verità, mostrano ciò che una donna è capace di fare. Giuditta con forza e rabbia uccide il suo oppressore, Susanna resiste alla violenza e al giudizio, Lucrezia sceglie la morte piuttosto che il disonore. Icone di coraggio e riscatto, simboleggiano l’integrità e la dignità femminile.
A presto la seconda parte.
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Articolo di Livia Capasso

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, ha insegnato Storia dell’arte fino al pensionamento. Tra le fondatrici dell’associazione Toponomastica femminile e componente del Comitato scientifico della Rete per la parità, ha scritto Le maestre dell’arte, uno studio sull’arte fatta dalle donne dalla preistoria ai nostri giorni e curato La presenza femminile nelle arti minori, ne Le Storie di Toponomastica femminile.
