Le scritture segrete delle donne 

Quando si inizia a leggere un libro di Dacia Maraini (Firenze, 13 novembre 1936) è difficile potersene staccare perché la sua prosa è così limpida, scorrevole, lineare, avvincente che qualunque tema tratti inevitabilmente diventa anche “il tuo” tema. 

Nella sua opera più recente, Scritture segrete. Le donne che hanno cambiato il mondo con la parola (Rizzoli, 2025), curata da Michelangelo La Luna, non racconta una storia, non commenta l’attualità, non rievoca il suo passato, la sua infanzia nel campo di concentramento giapponese, i suoi viaggi, le sue amicizie. Questa volta si occupa di altre scrittrici, alcune delle tante che l’hanno formata e arricchita, ma che per lo più sono rimaste ― come diciamo spesso ― nell’ombra, cancellate, dimenticate, sottovalutate. Donne, tuttavia, che con la penna e le parole hanno contribuito a cambiare il mondo, a portare nuove idee e nuova sensibilità, a scoprire aspetti della vita e dell’animo umano come gli uomini difficilmente riescono a fare, anche i più aperti e attenti. Personalmente confesso di essermi sentita coinvolta fino dalle prime pagine, quelle della Premessa, intitolata giustamente La cura delle parole, in cui la scrittrice spiega con semplicità che non siamo di fronte a una antologia, ma a un percorso per «capire cosa voglia dire creare nel campo letterario essendo donna, adoperando un linguaggio abituato alla centralità virile e usando una grammatica decisamente misogina», argomento che tocca molto da vicino anche noi toponomaste. Si passa poi al capitolo Le grandi madri della scrittura in cui tante lettrici accanite e onnivore si ritroveranno, quando Maraini racconta di aver sempre avuto con sé, in ogni momento della vita, un libro, grande, piccolo, da tasca, da taschino, da borsa, e di non aver mai perso l’occasione di tirarlo fuori: al mare, in treno, in aereo, in una sala d’aspetto, in un caffè… Anch’io, nel mio piccolo, ricordo quando leggevo i volumi autobiografici di Simone de Beauvoir sulla spiaggia, da ragazzina, scottandomi sotto il sole senza farci caso oppure quando, in sala travaglio, mi ostinavo a leggere, sempre le solite righe a dire il vero, senza capire neppure cosa stessi leggendo, tanta era ed è l’abitudine. Chi mi venne a trovare subito dopo la nascita di mia figlia, conoscendomi, non si meravigliò nel vedermi già con un libro in mano.  
Maraini puntualizza ricordando che le donne hanno sempre letto e scritto, e tanto, magari nascondendo i loro fogli sotto i panni da stirare, eppure si rende conto di aver anche lei per molto tempo commesso un errore comune: leggeva “i padri” della letteratura e ignorava “le madri”, ma poi le ha scoperte, non le ha più lasciate e non ha ancora finito di esplorare questo campo immenso.  
Il libro in questione, dotato di un indice dei nomi e di fonti assai utili, parte da lontano, anzi lontanissimo, con Giulia, figlia di Augusto, la martire cristiana Vibia Perpetua, Ipazia e la fondatrice della narrativa giapponese: Murasaki Shikibu, che ha nobilitato la propria lingua, snobbata dagli intellettuali della sua epoca medievale a favore del cinese. 
Una particolare attenzione viene dedicata a Chiara d’Assisi e alle mistiche, praticamente sconosciute e tuttavia affascinanti con le loro estasi e la loro “carnalità” di fronte allo sposo divino. Di Isabella Morra si era già occupata Maraini con un testo teatrale e una biografia era comparsa sulla nostra rivista, ma pure a numerose altre poete e scrittrici via via abbiamo dato nuova vita: Deledda, Aleramo, Mansfield, Cialente, Ginzburg, mentre alcune hanno acquisito negli anni giusta notorietà: Virginia Woolf, Karen Blixen, Simone de Beauvoir, Elsa Morante, Michela Murgia. Qui ci limiteremo a evidenziare figure meno note, ma significative di cui Maraini tratta da par suo, rendendo il compito di chi legge sempre piacevole e aiutando a fare scoperte rivelatrici, di ogni tempo e Paese. Può essere la giusta occasione per acquisire nuove conoscenze, per aprirsi a personaggi inediti, per entrare in mondi, terre, vite, pensieri altrimenti ignoti, per leggere romanzi, racconti, testi poetici, saggi e tanto altro, come vedremo. 

Seguace di Jacopo Tintoretto, presunto ritratto di Veronica Franco

Un caso davvero interessante è rappresentato da una “cortigiana”, intesa come prostituta di alto livello, nella Venezia del Cinquecento: Veronica Franco, con cui i gentiluomini amavano conversare per la sua brillante formazione, la sua arguzia, la sua finezza. Ciò che colpisce Maraini, costretta a recarsi fino negli Usa per trovare del materiale su di lei, è che Veronica, spiritosa e intelligente, non tratta nelle sue poesie e nelle sue lettere di temi frivoli e leggeri, ma parla con chiarezza della sua professione, senza rinnegarla. Professione ben diversa, di fede questa volta, per suor Juana, cilena finita in convento dove tuttavia ebbe la possibilità di cimentarsi nei suoi tanti talenti: musica, poesia, matematica. Si fanno spazio in queste pagine poesie eterne (Emily Dickinson) e romanzi intramontabili, da La piccola Fadette a Ragione e sentimento, da La principessa di Clèves a Jane Eyre fino a Cime tempestose, presi come esempi di letteratura autenticamente “al femminile”, ma cosa dire di chi, pur consapevole delle proprie doti, si trova costretta dentro uno pseudonimo maschile? È la situazione ben nota di George Sand, autrice sensibile di storie di uomini, smentendo ogni stereotipo sulla narrativa per signorine e sulle “scrittrici della domenica”. Rivelatore il ruolo di acuta saggista di Lou Salomé, che si esprime sull’amore con inaudita modernità, come pure coinvolgente il femminismo del Diario di Anaïs Nin; altrettanto innovatrice Matilde Serao che fa di Napoli un quadro spietato, come «tele espressioniste in cui il particolare viene ingrandito e deformato», e ancora una americana in Italia poco nota: Edith Wharton e l’australiana Elizabeth von Arnim, ironica e spiritosa autrice di Un incantevole aprile, opera «che solo una donna avrebbe potuto scrivere». 

Un incantevole aprile, copertina

Pagine ispirate e commosse vengono dedicate a un personaggio che fa parte della famiglia di Dacia Maraini: sua nonna paterna, dal complicato nome Yoï Pawlowska Crosse, una di quelle «figure forti e originali che il nostro tempo distratto e frettoloso ha consegnato all’oblio». Viaggiatrice curiosa e instancabile, reduce da vicissitudini familiari dolorose e segnata da un duplice abbandono (il suo verso marito e figli, quello dell’amato verso di lei), trova la forza di scrivere e di fare la giornalista in Italia, terra per lei straniera ma dove incontrerà l’amore di Antonio Maraini, «giovane scultore di talento e uomo di visioni moderne». 
Maraini, fra le altre cose, nel testo parla di suoi incontri con lettrici e lettori, di visite a mostre d’arte, di conferenze e convegni a cui viene invitata, di viaggi all’estero. In uno di questi, in Giappone, dove la sua famiglia fu internata durante dal Seconda guerra mondiale, luogo comunque a lei caro e ricco di ricordi, anche terribili, ha potuto parlare della monaca Jakuchö Setouchi, ignorata dal pubblico italiano perché mai tradotta, come quasi tutte le scrittrici di quel Paese, eccetto Banana Yoshimoto. Una vera mancanza che ci priva di un intero patrimonio culturale. 

Jakuchö Setouchi

In alcuni casi nel libro è stato scelto di focalizzare l’attenzione su un unico romanzo, esemplificativo e di particolare spessore, utile per delineare l’arte della singola autrice; così accade per Maria Messina (La casa nel vicolo), Djuna Barnes (La foresta della notte), Dolores (Dolò) Prato (Giù la piazza non c’è nessuno), Anna Seghers (La gita delle ragazze morte), Clarice Lispector (Vicino al cuore selvaggio). 

Giù la piazza non c’è nessuno, copertina

Proseguendo Maraini ci confida momenti della sua amicizia con Armanda Guiducci e ci racconta la coinvolgente esperienza della mostra internazionale di libri delle donne tenutasi nel 1984 a Londra, dove ha conosciuto personaggi straordinari, provenienti da ogni angolo del mondo, ma anche il viaggio a Lima, in occasione di un incontro fra scrittrici di lingua spagnola e alcune europee. 
Altre autrici vengono trattate, fra cui Marie Cardinal, Judith Rossner, Esther Tusquets, Diana Russell, Kathleen Cleaver, Robin Norwood, prevalentemente saggiste e romanziere, ma pure le poete Mariana Yonüsg Blanco, venezuelana ma partecipe delle vicende dolorose del Nicaragua, e Mahvash Sabet, una iraniana da non dimenticare.  
Il volume si conclude con una ampia Appendice, divisa in due parti, meritevole di una attenta riflessione; la prima, dal titolo Le donne: una creatività scoraggiata, che in realtà si potrebbe definire «una storia di repressione», affronta inizialmente il problema della lingua, lo strumento indispensabile per chi scrive: «il linguaggio non è anonimo, non è astratto, non è matematica legata al ragionamento. Il linguaggio esprime, riflette esattamente la soggettività di chi lo manovra. […] Dentro la lingua si trova una simbolizzazione sessuale di cui non ci rendiamo più conto». Visto che nel tempo la lingua cambia, da qui prende il via il discorso che ci preme sottolineare ancora una volta, quello del genere femminile da utilizzarsi al pari del maschile, non “dentro” il maschile. Maraini poi riporta degli esempi per evidenziare quanto, in luoghi e momenti diversi, sia stata scoraggiata la creatività delle donne, in vari àmbiti; troviamo di nuovo la poeta Isabella Morra, uccisa dai fratelli a 23 anni, la geniale matematica Gaetana Agnesi, la pittrice Artemisia Gentileschi, la sorella di Shakespeare, immaginata da Virginia Woolf, tanto dotata ma senza possibilità di studiare né di esprimersi liberamente.  
Assai convincente (e condivisibile) il fatto che, secondo una scrittrice esperta come lei, la letteratura italiana del Novecento abbia due “genitori”: Italo Svevo da un lato, Grazia Deledda dall’altro, eppure ricorda che per la nostra Nobel nuorese non fu così semplice farsi prendere sul serio e uscire dalla gabbia della scrittura al femminile. 

Nuoro, lapide sulla casa natale di Grazia Deledda, foto di Laura Candiani

La seconda parte dell’Appendice si intitola Altre scritture delle mie compaesane di sesso, ma si tratta in verità di bellissime pagine in cui si mescolano ricordi, incontri significativi (come quello con Rossana Rossanda), descrizioni dell’ambiente campagnolo dove si trova al momento, presenze come il vecchio cane Mulino, il giovane gattino Carbonella, salvato da morte certa, e il cavallo del circo che le fu donato per non essere abbattuto. L’attenzione per la natura, per gli animali, che Maraini manifesta con la scelta di essere vegetariana, lo sguardo attratto dal mutare degli eventi, la sollecitudine verso tutto ciò che riguarda la sfera femminile, dalla prostituzione alla “casalinghitudine”, dal lavoro al matrimonio, ne fanno una lettura coinvolgente e ricca di spunti per continuare a pensare: «In tempi di intolleranza per i più deboli e nostalgia per l’uomo forte e autoritario voglio voler credere che abbia ancora un senso riflettere pubblicamente sui corpi logici e illogici delle mie compaesane di sesso». Così si conclude il libro. 

Sembra incredibile che questa donna l’anno prossimo compirà 90 anni e sia così vivace, così attenta, così sensibile e aggiornata; ha un modo di fare gentile, cordiale, che colpisce chi le si rivolge, è decisamente simpatica e ancora bella, con i suoi espressivi occhi azzurri e i suoi immancabili foulard celesti annodati al collo. Viaggia, presenta libri, partecipa a incontri e convegni, scrive assiduamente; quando collabora al Corriere della Sera con la rubrica Il sale sulla coda le sue osservazioni sono sempre acute, improntate a pacatezza e capacità riflessiva, vicine alle aspirazioni delle donne, critiche verso ogni forma di sopraffazione e violenza. Basta leggere proprio oggi (9-12-2025) il suo intervento dal titolo Croazia e gruppi per la verginità, ispirato a un fatto di cronaca assai conturbante mentre partecipa a una fiera di libri a Pola. 

Dacia Maraini bambina con le sorelle e i genitori

La vitalità di Dacia Maraini è un auspicio per tutte quante noi, ma nel suo caso buon sangue non mente: sua madre Topazia Alliata, pittrice e gallerista di nobile famiglia siciliana, morì a 102 anni, il padre dai molteplici talenti, l’antropologo, orientalista, fotografo Fosco Maraini, fiorentino, visse un po’ meno: 1912-2004, ma non c’è male. Che bella famiglia, dove la cultura in senso lato era davvero di casa, ma si spargeva intorno con generosità! 

Dacia Maraini
Scritture segrete. Le donne che hanno cambiato il mondo con la parola
Rizzoli, 2025
pp. 368

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Articolo di Laura Candiani

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Ex insegnante di Materie letterarie, pubblicista, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate a Pistoia e alla Valdinievole. Ha curato il volume Le Nobel per la letteratura (2025).

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