Isabella di Morra, poeta sublime e moderna

Breve e tragica è la vita della lucana Isabella di Morra che si consuma nel giro di soli ventisei anni. Malgrado il breve arco della sua esistenza, scrive a grandi lettere il proprio nome nella storia della letteratura, e non solo italiana, rivelandosi una poeta straordinariamente moderna e attuale e nello stesso tempo una donna dei nostri tempi, sorella nel dolore di innumerevoli donne al giorno d’oggi vittime di violenze, frustrazioni e umiliazioni di ogni genere. 

Figlia di un feudatario della valle del Sinni nell’odierna provincia di Matera, nasce a Favale (oggi Valsinni) nel 1520. Terzogenita di otto figli, vive nel vecchio e freddo castello normanno arroccato sul monte Coppolo da dove si scorge in lontananza il mar Jonio.
Il padre, persa la guerra contro Carlo V ed esiliato in Francia, sua alleata, insieme al figlio Scipione, non rivedrà mai più i suoi luoghi e sua figlia. 

Presunto ritratto di Isabella Morra

Venutole a mancare l’affetto paterno, con una madre che vive in una sorta di clausura impostale dai figli, inizia il calvario per la sensibile fanciulla sepolta viva nel maniero chediventa la sua prigione e la sua tomba. La natura aspra e selvaggia che osserva dagli spalti del castello è per lei una «valle inferna», circondata solo da «ruinati sassi», attraversata da un «fiume alpestre». Sotto l’amorevole guida di un canonico, suo precettore, la ragazza passa il tempo a studiare, immergendosi nella lettura dei classici latini: le sue preferenze vanno immancabilmente a Petrarca.
I fratelli minori Cesare, Decio e Fabio, partecipi di un ambiente sociale che lei dice fatto di «gente irrazionale, priva d’ingegno, di aspro costume, ignorante», sono ben lontani dal comprendere la solitudine e l’immenso bisogno affettivo della sorella.
Con il passare degli anni Isabella, intellettuale dalle ampie vedute e dall’animo delicato e gentile, tagliata fuori da accademie e salotti letterari, avverte sempre più forte il bisogno dell’amore insieme al desiderio di evadere dal suo borgo e di conoscere un uomo che, sposandola, potrebbe portarla lontana da quell’ambiente chiuso e senza speranze. Un giorno, il barone spagnolo Diego Sandoval, uomo colto e amante della poesia che possiede un terreno confinante col suo, per mezzo del pedagogo della ragazza, le invia delle liriche e una lettera. È l’inizio di una corrispondenza epistolare segreta che reca gioia a entrambi: lui è felicemente sposato con una certa Antonia Caracciolo, ma non vi è ombra di tradimento né di malizia nel fruttuoso scambio di idee e di sentimenti che Isabella e don Diego intrattengono, dotati come sono entrambi di una finissima sensibilità. Non è certo che i due abbiano avuto modo di incontrarsi e conoscersi di persona, anche se alcune fonti lo ritengono molto probabile. Un giorno i perfidi fratelli, suoi spietati carcerieri, la sorprendono mentre si accinge ad aprire la busta e, sospettando che si tratti di una relazione amorosa clandestina, tra la fine del 1545 e l’inizio del 1546 pugnalano a morte Isabella e il suo pedagogo, latore del plico galeotto.

Il castello di Valsinni, dimora-prigione della baronessa di Favale

Poco tempo dopo, nell’autunno del 1546, gli stessi fratelli, venuti a conoscenza che il barone de Castro, ritenuto a torto amante della sorella, è solito percorrere a cavallo la mulattiera che congiunge il suo feudo a quello di Isabella, gli tendono un agguato e lo ammazzano brutalmente con tre colpi di archibugio. Espatriano in Francia per sfuggire alla galera che li attende e che mai sconteranno.
Il canzoniere di Isabella Morra, scarno quanto a numero di composizioni (dieci sonetti e tre canzoni in tutto) ma ricchissimo di sentimento e di profonda e sentita ispirazione, è un’originale e sincera autobiografia in versi, un diario che rivela nell’eleganza e nel contenuto dei versi tutta la sua ricchezza interiore, un senso malinconico della vita e un accento poetico tutto nuovo quale non si ritrova in quasi nessuna delle numerose rimatrici petrarchesche del secolo. Con versi struggenti la giovane esprime il desiderio, che l’accompagna ogni giorno, di rivedere l’amatissimo padre, versi che richiamano immediatamente alla mente la pucciniana Butterfly che scruta il mare nella vana attesa del suo sposo americano. Sentiamo attraverso il suo sfogo così accorato le lacrime che bagnano la mano di Isabella e il foglio su cui scrive: 

«Da un alto monte ove si scorge il mare
miro sovent’ io, tua figlia Isabella,
s’alcun legno spalmato in quello appare
che di te, padre, a me doni novella.

Ma la mia avversa e dispietata stella
non vuol ch’alcun conforto possa entrare
nel tristo cor, ma di pietà rubella
la salda speme in pianto fa mutare:

ch’io non veggo nel mar remo né vela
(così deserto è l’infelice lito)
che l’onde fenda, o che la gonfi il vento.

Contra Fortuna allor spargo querela,
ed ho in odio il denigrato sito,
come sola cagion del mio tormento».

I dieci sonetti e le tre canzoni, nutriti da un vissuto autentico nel suo strazio, manifestano stilemi e moduli diversi e irripetibili che siglano l’inconfondibile cifra stilistica della poeta lucana. Isabella trova un amico e confidente nel fiume Sinni che vede scorrere in lontananza e alimenta in lei l’anelito a correre verso il mare alla scoperta di più vasti orizzonti. In un toccante sonetto affida alle acque del fiume, ingrossate dalle sue lacrime, il dolore che le lacera il cuore perché lo porti a guisa di testamento al padre lontano.

«Torbido Siri, del mio mal superbo,
or ch’io sento da presso il fin amaro,
fa’ tu noto il mio duolo al Padre caro,
se mai qui ’l torna il suo destino acerbo.

Dilli come, morendo, disacerbo
l’aspra Fortuna e lo mio fato avaro
e, con esempio miserando e raro,
nome infelice a le tue onde serbo.

Tosto ch’ei giunga a la sassosa riva
(a che pensar m’adduci, o fiera stella,
come d’ogni mio ben son cassa e priva!),

inqueta l’onde con crudel procella
e di’: – Me accreber sì, mentre fu viva,
non gli occhi no, ma i fiumi d’Isabella».

Conosciuta solo dopo la morte per il suo tragico destino e per l’originalità della sua poesia, Isabella Morra è una delle voci più intense e toccanti della lirica italiana del XVI secolo, come giustamente ha rilevato Benedetto Croce che ne ha riscoperto la storia e ne ha messo in risalto la grandezza poetica. Anzi è ben da ritenersi con tre secoli di anticipo una pioniera della poesia romantica poiché nei suoi versi, che recano in nuce il dissidio tra sogno e vita vissuta, sempre le illusioni cozzano impietosamente e inevitabilmente contro la nuda e cruda realtà. 

La giovane nobildonna, chiusa nel guscio della propria solitudine, pensa con nostalgia alla vita che le donne conducono nel centro culturale di Napoli e nelle altre istituzioni disseminate in Italia dove il suo talento potrebbe ottenere i giusti riconoscimenti. La malinconia, insieme al tono nostalgico e mesto che traspare dalle sue rime, ha una matrice più complessa di quella delle altre poete del tempo. Molto simile è il suo destino a quello di Leopardi, accomunati dal vivere privi di contatti umani in un ambiente chiuso e retrivo, in mezzo a gente rozza, ignorante e miope, dalla mentalità ristretta, un habitat (che sia Valsinni nel primo Cinquecento o Recanati agli inizi dell’Ottocento non fa differenza) lontano anni luce dalle loro aspirazioni e dal loro sentire: entrambi anime grandissime simili a due uccelli creati per grandi altezze e invece chiusi in una gabbia, dorata quanto si vuole, ma pur sempre una cella che impedisce loro di spiccare il volo verso quell’azzurro a cui tendono invano lo sguardo. 

Isolata come una prigioniera tra le mura dell’angusto castello di famiglia, Isabella comincia fin da ragazza a sfogare la sua amarezza attraverso la poesia. I versi sono per lei l’unica via di fuga e di evasione dalla tetra e monotona quotidianità sullo sfondo di un paesaggio desolato, ma anche un grido di protesta che giunge fino a noi e che, col suo potente anelito di libertà, ne fa una femminista ante litteram

«I fieri assalti di crudel Fortuna
scrivo piangendo, e la mia verde etate;
me che ’n sì vili ed orride contrate
spendo il mio tempo senza loda alcuna.

Degno il sepolcro, se fu vil la cuna,
vo procacciando con le Muse amate;
e spero ritrovar qualche pietate
malgrado de la cieca aspra importuna,

e col favor de le sacrate Dive,
se non col corpo, almen con l’alma sciolta
essere in pregio a più felice rive.

Questa spoglia, dov’or mi trovo involta,
forse tale alto Re nel mondo vive
che ’n saldi marmi la terrà sepolta».

In ogni lirica Isabella lamenta il destino avverso, che lei chiama Fortuna (ben diversa dalla dea bendata dell’immaginario collettivo) e trova riscontro nella natura leopardianamente vista come madre cattiva e matrigna. Spietato è il suo atto di accusa contro il fato nemico, che condanna le donne alla sofferenza e all’inferiorità: 

«Fortuna che sollevi in alto stato
ogni depresso ingegno, ogni vil core,
or fai che ’l mio in lagrime e ’n dolore
viva più che altro afflitto e sconsolato…

Son donna, e contra de le donne dico
che tu, Fortuna, avendo il nome nostro,
ogni ben nato cor hai per nemico.

E spesso grido col mio rozo inchiostro
che chi vuole esser tuo più caro amico
sia degli uomini orrendo e raro mostro».

La natura è ostile alla donna, e a lei in particolare, fin dal primo istante in cui si è messi al mondo, come rivela in questa canzone che ancora ci fa correre col pensiero alla Silvia del Leopardi e alla caduta dei sogni e delle illusioni.

«Tu, crudel, de l’infanzia in quei pochi anni
del caro genitor mi festi priva,
che, se non è già pur ne l’altra riva,
per me sente di morte i grevi affanni.
ché ’l mio penar raddoppia gli suoi danni.
Cesar gli vieta il poter darmi aita.
O cosa non più udita,
privar il padre di giovar la figlia!
Così, a disciolta briglia
seguitata m’hai sempre, empia Fortuna,
cominciando dal latte e da la cuna.

Quella ch’è detta la fiorita etade,
secca ed oscura, solitaria ed erma
tutta ho passata qui cieca ed inferma,
senza saper mai pregio di beltade… ».

In un sonetto indirizzato a Giunone, la dea protettrice del matrimonio, questo, sia pure intravisto come un miraggio lontano, resta l’unica via possibile di liberazione e di emancipazione. 

«Cingimi al collo un bello aurato laccio
de’ tuo’ più cari ed umili soggetti,
che di servir a te sola procaccio.

Guida Imeneo con sì cortesi affetti
e fa’ sì caro il nodo ond’io mi allaccio,
ch’una sola alma regga i nostri petti».

Amare ed essere amata è per lei un sogno irrealizzabile data l’ostilità che la circonda e la soffoca tra le sue spire. E allora il pianto di Isabella da dolente e sommesso lamento si trasforma in un urlo lancinante di sofferenza che non può lasciarci indifferenti ma compartecipi del suo dolore e della sua amara condanna a una morte da viva poiché lei stessa chiama la natura tutta a piangere insieme a lei in un simbiotico afflato.

«Ecco ch’una altra volta, o valle inferna,
o fiume alpestre, o ruinati sassi,
o ignudi spirti di virtute e cassi,
udrete il pianto e la mia doglia eterna.

Ogni monte udirammi, ogni caverna,
ovunqu’io arresti, ovunqu’io mova i passi;
ché Fortuna, che mai salda non stassi.
cresce ogn’or il mio mal, ogn’or l’eterna.

Deh, mentre ch’io mi lagno e giorno e notte,
o fere, o sassi, o orride ruine,
o selve incolte, o solitarie grotte,

ulule, e voi del mal nostro indovine,
piangete meco a voci alte interrotte
il mio più d’altro miserando fine».

In una situazione che non trova via di scampo, alla giovane reclusa non resta che la speranza della morte liberatrice.

«Se a la propinqua speme nuovo impaccio
o Fortuna crudele o l’empia Morte,
com’han soluto, ahi lassa, non m’apporte,
rotta avrò la prigione e sciolto il laccio».

Ma poi, come in un trasalimento, sente che, al di là di ogni destino sinistro, anche nel tunnel più buio dell’amara disperazione si insinua il raggio di luce della fede che promette un bene e una gioia più grandi.

«Scrissi con stile amaro, aspro e dolente
un tempo, come sai, contra Fortuna,
sì che null’altra mai sotto la luna
di lei si dolse con voler più ardente.

Or del suo cieco error l’alma si pente,
che in tai doti non scorge gloria alcuna.
e se de’ beni suoi vive digiuna.
spera arricchirsi in Dio chiara e lucente.

Né tempo o morte il bel tesoro eterno,
né predatrice e vïolenta mano
ce lo torrà davanti al Re del cielo.

Ivi non nuoce già state né verno,
ché non si sente mai caldo né gielo.
Dunque ogni altro sperar, fratello, è vano».

Interno del castello di Valsinni, teatro della tragedia della poeta

Isabella Morra continua a far parlare di sé anche a cinque secoli di distanza. Nel castello di Favale si rievoca ancora la sua tragica vicenda con le manifestazioni organizzate dal Parco Letterario a lei dedicato. Nel 2005 la sua storia viene portata sul grande schermo dalla regista Marta Bifano col film Sexum superando Isabella Morra che vede Micaela Ramazzotti fedele interprete della poeta. Seguendo le orme del drammaturgo francese André Pieyre de Mandiargues, che nel 1974 scrive il dramma Isabella Morra, e di Dacia Maraini, che nel 1999 fa di Isabella Morra la protagonista di un’opera teatrale, Storia di Isabella di Morra raccontata da Benedetto Croce, non possiamo non riconoscere nell’infelice poeta di Valsinni l’icona della donna che, attraverso la cultura, cerca di affermare il proprio diritto all’indipendenza e ad essere sé stessa. Il suo è un dramma umano che si consuma in un profondo Sud d’Italia che sembra dimenticato da Dio e dagli uomini e fa riflettere oggi più che mai col dilagare del clima di violenza e di soprusi che miete tante vittime inermi tra le donne.

***

Articolo di Florindo Di Monaco

Florindo foto 200x200

Docente di Lettere nei licei, poeta, storico, conferenziere, incentra tutta la sua opera sulla Donna, esplorando l’universo femminile nei suoi molteplici aspetti con saggi e raccolte di poesie. Tra i suoi ultimi lavori, il libro La storia è donna e le collane audiovisive di Storia universale dell’arte al femminile e di Storia universale della musica al femminile.

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