La prima donna in Italia a fare breccia nel tetto di cristallo del giornalismo è stata Matilde Serao. Nasce il 7 marzo 1856 a Patrasso, in Grecia, perché suo padre napoletano, Francesco Saverio, era fuggito in esilio a seguito dei moti del 1848, in quanto antiborbonico, e lì aveva conosciuto Paolina Borrelly Scanavy, madre di Matilde, principessa greca originaria di Istanbul. La famiglia ritorna a Napoli nel 1860 e Matilde ha a che fare con il mestiere del giornalismo sin da piccola nella redazione de “Il Pungolo”, presso cui il padre lavora. Da giovanissima sa cosa vuol dire rimboccarsi le maniche per aiutare la propria famiglia: inizia a studiare tardi perché deve lavorare da ausiliaria presso le Poste e i Telegrafi della città, ma a quindici anni consegue il diploma magistrale e la vocazione letteraria in lei maturerà in modo sempre più preponderante.
La giovane Serao vive in un’epoca di grandi fermenti, ma anche di crisi e di cambiamenti della società italiana post-unitaria, che lei ha saputo descrivere e interpretare con franchezza attraverso il suo lavoro di giornalista, come ama definirsi. Comincia a scrivere brevi articoli di giornale e varie novelle e nel frattempo, nel 1879, conosce Eleonora Duse, con la quale stringe un forte legame di amicizia.

Nel 1882 si trasferisce a Roma nel tentativo di farsi conoscere e dare una svolta alla sua carriera, ma l’ambiente affettato e altolocato della capitale non favorisce i suoi modi diretti e spontanei. Tale ambiente è lo stesso che nel 1900 vedrà l’arrivo di Grazia Deledda, la quale avrà non poche difficoltà ad affermare il suo talento, riconosciuto dal conferimento del Nobel nel 1926: anche Serao è candidata, ma non lo vince probabilmente per il suo impegno antinazionalista e antimilitarista che spiace a Mussolini.
Nel 1883 viene pubblicato Fantasia, un romanzo che narra la storia avventurosa di due amiche — delle quali una si innamora del marito dell’altra — e che la rende famosa, ma viene bocciato dal critico Edoardo Scarfoglio, con cui Serao ben presto però intreccerà un sodalizio professionale e relazionale che esiterà nel matrimonio del 1885. Di lei Edoardo aveva scritto a un amico: «Questa donna tanto convenzionale e pettegola e falsa tra la gente e tanto semplice, tanto affettuosa, tanto schietta nell’intimità, tanto vanitosa con gli altri e tanto umile meco, tanto brutta nella vita comune e tanto bella nei momenti dell’amore, tanto incorreggibile e arruffona e tanto docile agli insegnamenti, mi piace troppo, troppo, troppo».

Nel 1884 pubblica Il ventre di Napoli, una raccolta di cronache che erano state pubblicate in varie riviste e che trattavano le condizioni di vita miserrime dei quartieri poveri della città, ma anche la constatazione dell’arretratezza della plebe e del suo fatalismo, che la induce ad accettare passivamente la propria condizione. La scrittura di Serao assume, dunque, carattere di denuncia sociale.
L’attività lavorativa ferve, Serao scrive articoli su usi, costumi, avvenimenti sociali, moda, sport, e contemporaneamente romanzi. Nella sua biografia, Anna Banti afferma che «Donna Matilde aveva il giornalismo nel sangue». Fonda con il marito il “Corriere di Roma” che però non decolla per la concorrenza de “La Tribuna”.

Così Matilde ed Edoardo tornano a Napoli, fondano il “Corriere di Napoli”, nato dalla fusione tra il “Corriere di Roma” e il “Corriere del Mattino”, e dopo pochi anni, nel 1892, fondano il quotidiano “Il Mattino”. Nel 1891 viene pubblicato sul “Corriere di Napoli” il romanzo di maggiore impegno sociale della scrittrice, Il paese di Cuccagna, che in venti capitoli affronta il tema della passione dei napoletani per il gioco del lotto e le conseguenze autodistruttive sui protagonisti della vicenda narrata.
È in questi anni che accade un avvenimento che sconvolge la vita di Matilde: dopo un litigio, Scarfoglio la tradisce con una cantante di teatro, Gabrielle Bessard. La ragazza rimane incinta ma Edoardo non vuole lasciare Matilde: la vicenda ha un epilogo tragico, poiché Gabrielle raggiugerà la casa degli Scarfoglio, lascerà la neonata sulla soglia e si sparerà un colpo di pistola davanti a Serao. Matilde prenderà con sé la bambina, ma ormai la relazione con il marito sarà irrecuperabile. “Il Mattino” non vuole dare la notizia che verrà diffusa, invece, dal “Corriere di Napoli”.
In seguito, nel 1900, il giornale della coppia viene travolto da uno scandalo per un’inchiesta condotta sul senatore Giuseppe Saredo. A nulla vale la difesa di Scarfoglio dalle colonne del giornale: Matilde abbandona la redazione.
Ma una donna di tale tempra non si abbatte facilmente di fronte alle avversità, e così, conosciuto il giornalista Giuseppe Natale nel 1903, fonda con lui un nuovo giornale, Il Giorno, la prima volta come fondatrice per una donna. Natale diventa anche il suo nuovo compagno e dalla loro unione nasce Eleonora, la bambina che porta il nome della cara amica Duse.
Matilde muore il 25 luglio del 1927 colta da un infarto mentre è intenta a scrivere.

Come sostiene lo studioso Giulio Ferroni, la scrittura di Serao è caratterizzata dall’efficacia di uno «stile limpido e comunicativo, temprato dall’esercizio giornalistico», che le permette di avere successo presso il pubblico ma anche presso critici come Benedetto Croce, che ne evidenziò la «fantasia mirabilmente limpida e viva» e come «Ella è tutta osservazione realistica e sentimento; o meglio, osservazione mossa da sentimento».
Serao fu sempre in aperta e schietta polemica con il femminismo. Come ricorda Vera Gheno in Parole d’altro genere, «era consapevole che le donne avrebbero avuto bisogno di studiare, di vivere le loro vite con più equità; ma non riteneva necessario che ciò avvenisse tramite quello che per lei era un adeguamento al modello maschile. […] Nei suoi scritti, l’autrice affermava, in maniera più o meno esplicita, che la donna dovesse rimanere donna, centrata sulla famiglia e sui figli, senza inseguire i maschi sul loro terreno». La giornalista non era ostile alle donne, bensì infastidita rispetto agli obiettivi che il femminismo dell’epoca si dava, come per esempio il diritto di voto: Serao affermava che non aveva senso avere il diritto di andare a votare se le condizioni concrete e quotidiane delle donne rimanevano precarie («Sono ormai persuase di aver esercitato con coscienza uno dei più preziosi diritti della donna; sanno di aver compiuto una missione, non troppo bene quale, ma è una missione», da Votazione femminile, 1879 in Dal vero). Sembra essere questa — a una prima superficiale analisi — la sensazione che coglie lo spettatore del film C’è ancora domani di Paola Cortellesi: la condizione di violenza domestica che la protagonista Delia subisce non muterà, perché lei decide di non fuggire via con il suo vero e primo amore Nino, ma di restare con la sua famiglia e di andare a votare. Oggi sappiamo bene che tale diritto è assolutamente importante e prioritario, perché rende una persona pienamente cittadino/a, che partecipa alla vita politica e sociale del proprio Paese. Sappiamo anche che, grazie al diritto di voto e alla piena partecipazione politica, le donne hanno potuto incidere sul cambiamento della società con le loro istanze: si pensi alla riforma del diritto di famiglia, all’accesso alle carriere pubbliche, alla legge 194/78, al divorzio, all’abolizione del matrimonio riparatore e del delitto d’onore, ma soprattutto alla possibilità che ventuno donne hanno avuto di essere elette nell’Assemblea Costituente e di dare significativi contributi alla stesura della legge fondamentale del nostro Stato, la Costituzione.
Serao non poteva ancora comprendere tale portata rivoluzionaria dell’esercizio dei diritti politici perché — a mio avviso — ella guardava alla concretezza dell’immediato piuttosto che alla lungimiranza di un progetto a lungo termine. Nel suo volume Parla una donna. Diario femminile di guerra, Maggio 1915-Marzo 1916 (raccolta di articoli usciti sul quotidiano “Il Giorno” tra il 1915 e il 1916 sul ruolo assunto dalle donne durante il primo conflitto mondiale mentre gli uomini erano a combattere), la scrittrice presenta una visione conservatrice del ruolo della donna nella società in linea con la mentalità di fine Ottocento e con la propaganda di guerra.

Oggi rileggeremmo con altri occhi la sua posizione, dotati di ulteriori strumenti di emancipazione, ma resta indiscusso il talento di Serao nel cogliere il reale parlando alle donne delle donne, come affermava Anna Banti, in modo diretto e con passione. Con l’incipit incisivo della raccolta Il ventre di Napoli («Voi non lo conoscevate, onorevole Depretis, il ventre di Napoli… e se non lo conosce il governo, chi deve conoscerlo?») incentivò l’inchiesta Saredo sulla corruzione, lo sventramento dei quartieri malsani di Napoli, la prima Legge Speciale per il Sud voluta da Francesco Saverio Nitti con l’insediamento dell’Ilva. Una scrittrice e giornalista che merita di essere studiata sin dai banchi di scuola, in un percorso che porta dal Realismo francese di Germinale di Zola al Verismo italiano dei Malavoglia di Verga.
Qui le traduzioni in francese, spagnolo e inglese.
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Articolo di Valeria Pilone

Già collaboratrice della cattedra di Letteratura italiana e lettrice madrelingua per gli e le studenti Erasmus presso l’università di Foggia, è docente di Lettere al liceo Benini di Melegnano. È appassionata lettrice e studiosa di Dante e del Novecento e nella sua scuola si dedica all’approfondimento della parità di genere, dell’antimafia e della Costituzione.
