Di anguille, piccioni e altri animali

Il nuovo anno porta con sé il desiderio di migliorarsi e, di conseguenza, anche i cosiddetti ‘’buoni propositi’’: molti di questi accumunano tutti/e noi (muoversi di più, condurre uno stile di vita più sano e chi più ne ha più ne metta) ma se avessimo accantonato la necessità di alimentare la nostra consapevolezza e ampliare il nostro sguardo? Per questo, nello spirito che da sempre accende Vitamine vaganti, verranno proposti più approfondimenti sul tema ambientale, come annunciato nell’articolo Considera l’ambiente dell’ultimo numero del 2025: un buon proposito, anche per noi. Partendo da alcune spunti forniti durante le puntate del podcast Considera l’armadillo, trasmesso da Radio Popolare, affronteremo alcune questioni che meritano attenzione, andando oltre i catastrofistici cliché che è facile incontrare nei notiziari e online.
Nelle puntate del podcast dell’8 e del 9 gennaio sono stati protagonisti le anguille e i piccioni, animali che non godono di particolare cura e considerazione e che per mano dell’uomo vedono la loro condizione a rischio per diverse ragioni.

Come spesso accade nella cultura culinaria di un territorio, gli animali non sono percepiti come esseri viventi senzienti, ma parti di preparazioni gastronomiche: questo atteggiamento può essere definito totalmente specista. Ma cos’è lo specismo? Da Treccani: «Convinzione secondo cui gli esseri umani sono superiori per status e valore agli altri animali, e pertanto devono godere di maggiori diritti»; di conseguenza, l’antispecismo è l’«atteggiamento che, in opposizione allo specismo […] sostiene che l’essere umano non può disporre della vita e della libertà di esseri appartenenti a un’altra specie». Ma, come è facile intuire dalle nostre abitudini (alimentari e non), questo atteggiamento non è messo in atto così facilmente e il caso delle anguille e dei piccioni può essere un ottimo punto di partenza per comprendere come lo specismo influenzi le nostre azioni.
Partiamo proprio dall’anguilla, forse maggiormente conosciuta per essere al centro di preparazioni culinarie tipiche del nostro Paese (si pensi alle diverse preparazioni regionali e al capitone natalizio). Eppure questo pesce d’acqua dolce appartiene a una specie antichissima (i cui antenati compaiono circa 100 milioni di anni fa) e il suo lungo ciclo vitale è uno dei più straordinari del mondo animale. Dopo la nascita, nel Mar dei Sargassi, attraversa per anni l’oceano, sfruttando la potenza delle correnti per raggiungere le coste europee e africane sotto forma di “cieca” (ovvero la fase larvare); dopo questo stadio, continua la sua evoluzione risalendo fiumi e lagune e, infine, senza più nutrirsi, affronta un ultimo viaggio di migliaia di chilometri per tornare nel luogo d’origine, riprodursi e morire: un percorso che appare ancora difficilmente decifrabile alla comunità scientifica e che, per ovvie ragioni, non è replicabile in cattività. Ma, ad oggi, è necessario attestare un rischio concreto che mette in serio pericolo questa eccezionalità biologica: rispetto agli anni Novanta, la popolazione di questa specie si è ridotta del 90/95%, portandola quindi sull’orlo dell’estinzione; le molteplici cause sono intrecciate e interessano i cambiamenti climatici — e, di conseguenza, l’inquinamento —, la frammentazione dei corsi d’acqua, ma, soprattutto, una pressione di pesca crescente spesso illegale.

È in tutti questi ambiti che Sea Shepherd svolge il proprio lavoro in Italia ormai da oltre un decennio, concentrandosi in particolare sulla conduzione di una campagna volta alla protezione del ciclo di vita delle anguille nel Paese, un atteggiamento non comune in tutta Europa. Vale la pena notare che il lavoro di quest’associazione viene svolto sul campo e si concentra in particolare sul monitoraggio delle aree più sensibili alla migrazione, sulla raccolta di dati sull’ambiente, nonché sullo studio dei flussi e riflussi stagionali in relazione all’animale e sull’intervento a livello di lotta contro i bracconieri (anche grazie alla collaborazione con la Guardia di Finanza, i Carabinieri Forestali e altre autorità portuali). Particolare attenzione è riservata alla lotta al traffico di anguille cieche, giovani esemplari di anguilla provenienti dal Mar Mediterraneo e dall’Oceano Atlantico che entrano in un mercato illegale di altissimo impatto: a seguito della loro inclusione nella Cites (Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione, anche nota come Convenzione di Washington) come specie in pericolo critico di estinzione, il loro bracconaggio è ora un reato. Ciononostante, la domanda è elevata e purtroppo soddisfa, in un certo senso, il lavoro clandestino dell’illegalità lungo le rotte che attraversano l’Europa collegandola all’Asia.

Foto di Francesco Majo su Unsplash

Ma il lavoro di Sea Shepherd ha come secondo pilastro, non meno determinante, la formazione di un crescente senso civico attraverso la promozione culturale — un lavoro più lento, ma ugualmente efficace e utile. Su vari fronti, Sea Shepherd opera per rafforzare la consapevolezza della cittadinanza sulle questioni civiche conducendo varie campagne per proteggere la biodiversità marina. In Italia, ad esempio, una campagna denominata Apulian Campaign mira a proteggere la biodiversità lungo la costa pugliese attraverso la sorveglianza costante delle aree marine, l’individuazione dei casi di bracconaggio marino, la sensibilizzazione dell’opinione pubblica e la riduzione dei rifiuti marini attraverso la collaborazione con le autorità locali. Sea Shepherd lavora a stretto contatto con le autorità per proteggere la biodiversità marina attraverso l’Operazione SISO, una campagna condotta in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente, la Guardia Costiera e la Guardia di Finanza per combattere la pesca illegale delle risorse marine nel Mar Tirreno: grazie a questo impegno, è stato possibile ottenere una massiccia riduzione delle catture illegali, salvando molti esemplari marini. Il Progetto Scuole mira a sensibilizzare i/le giovani sulla biodiversità marina fornendo materiale didattico per introdurli a questo tema. Fra le altre campagne troviamo il Progetto Jairo volto a proteggere le tartarughe marine Caretta caretta arrestando i bracconieri. Oltre a questi numerosi esempi, e assieme alla tutela delle anguille, l’associazione svolge anche operazioni di pulizia delle spiagge in collaborazione con le autorità locali e le fondazioni partner: un impegno civico, continuo e instancabile che contribuisce concretamente alla salvaguardia delle specie marine e della biodiversità.

Per comprendere in maniera più profonda il rapporto ambivalente con il non umano, abbiamo il dovere di considerare anche il piccione “urbano” — forse uno degli animali che meglio raccontano l’ambiguità strutturale del nostro atteggiamento con la specie animale. Messaggero e compagno domestico, per secoli è stato alleato dell’uomo (proprio come il cane, ad esempio) ma oggi è considerato un corpo eccedente nello spazio urbano, tollerato a fatica, spesso allontanato con gesti di sufficienza. Questo accade perché è visto come un simbolo di sporcizia e degrado, e ciò non riguarda la sua evoluzione, bensì un mutamento nella nostra concezione: a seguito di una lunga storia di addomesticazione, con il progresso la sua funzionalità è venuta meno ed è stato gradualmente espulso dall’orizzonte di cura. Si tratta, quindi, di una situazione che non può essere considerata un’invasione, ma piuttosto il risultato di un processo in cui l’uomo ha gestito a suo piacimento le risorse animali; questi uccelli discendono dal piccione selvatico, ma sono stati strappati dal loro habitat, utilizzati e poi lasciati a sopravvivere in un ambiente che non vuole assumersi la responsabilità collettiva per loro.

È proprio in questo vuoto, in questa assenza, che le attività di Piccioni Paralimpici non si limitano a rispondere alle emergenze, ma trovano la loro ragion d’essere facendoci interrogare su quali vite consideriamo degne di essere salvate nei contesti metropolitani, e quali no. Il fatto che le politiche pubbliche dedicate ai piccioni si possano quasi contare sulle dita di una mano rivela l’esistenza di una gerarchia tra popolazioni animali considerate meritevoli di tutela e altre ritenute sacrificabili, spesso sulla base di una convinzione che descrive quest’ultimi come portatori di malattie, degenerazione e indecenza. Il lavoro del collettivo si articola allora su due percorsi: da un lato smantella queste narrazioni, mostrandoci come siano infondate e funzionali a perpetrare credenze ingannevoli; dall’altro, propone forme di convivenza fondate su una logica alternativa a quella dell’eliminazione. Attraverso la sensibilizzazione, l’aiuto e l’azione diretta, soddisfa un bisogno che è stato lasciato dall’istituzione, intervenendo su casi segnalati di animali feriti o in difficoltà che, altrimenti, passerebbero inosservati. Allo stesso tempo, è presente al fianco della popolazione e delle amministrazioni nella gestione dei nidi, degli stormi e dei problemi di collocamento, dovendo far fronte a strategie disumane e inutili come reti, punte o disinfestazione, che non risolvono il problema ma lo spostano, causando sofferenze ancora maggiori a questa specie. Quindi, in un certo senso, il lavoro dei Piccioni Paralimpici può dirsi politico e militante, dato che si scontra con una città che richiede ordine e decoro, sicurezza e pulizia, ma non riflette sulle cause della presenza degli animali. È proprio il piccione stesso, quindi, a fungere da lente attraverso cui comprendere un processo più generale, ovvero il modo in cui il nostro mondo non riesce a vedere i diritti, la dignità e l’autonomia degli animali che ci circondano, in particolare quando non sono più utili o ritenuti accettabili in alcun modo. Per questo, restituire complessità a quest’animale non significa solo salvare un essere vivente emarginato, ma anche, in un certo senso, mettere in luce la natura arbitraria del confine che separa il valore dall’invisibilità tipica dello sguardo umano. In altre parole, possiamo dire che non esiste una “soluzione” al problema dei piccioni in città. Anzi, è proprio il contrario.

Parlare di anguille e piccioni, oggi, non dev’essere un gesto di isolata sensibilità ma un modo per rimettere in discussione le nostre abitudini, gli automatismi e le narrazioni che guidano il nostro sguardo sul mondo. Forse ampliare la nostra consapevolezza significa proprio accettare che la questione ambientale inizi dove smettiamo di chiederci “a cosa serve” una vita, e iniziamo a domandarci come convivere con ciò che non possiamo — o non dobbiamo più — controllare.

Copertina: Foto di Yining Liu su Unsplash

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Articolo di Nicole Maria Rana

Nata in Puglia nel 2001, studente alla facoltà di Lettere e Filosofia all’Università La Sapienza di Roma. Appassionata di arte e cinema, le piace scoprire nuovi territori e viaggiare, fotografando ciò che la circonda. Crede sia importante far sentire la propria voce e lottare per ciò che si ha a cuore.

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