Nella suggestiva cornice della Casina delle Civette, gioiello dell’architettura liberty romana immerso nel verde di Villa Torlonia, una mostra curata da Claudio Crescentini, dal 26 ottobre 2024 prorogata fino al 25 gennaio 2026, è stata dedicata a Niki Berlinguer, una delle figure più affascinanti e meno conosciute dell’arte tessile italiana del Novecento.
La Casina delle Civette è nata intorno al 1840 come semplice capanno, un rustico rifugio voluto da Alessandro Torlonia all’interno della sua villa, dove il principe poteva allontanarsi dalla vita ufficiale per dedicarsi a momenti più intimi. Tra il 1908 e il 1920 Giovanni Torlonia il Giovane decise di trasformare il modesto capanno in una vera e propria residenza, affidando il progetto all’architetto Vincenzo Fasolo. L’edificio a pianta irregolare sviluppa intorno a un nucleo centrale una serie di torri, porticati e logge, utilizzando una varietà di materiali, come mattoni, maioliche, legno e ferro battuto. Quello che rende questo edificio veramente unico sono, però, le sue vetrate.

La Casina delle Civette ospita infatti uno dei più importanti complessi di vetrate liberty in Italia, realizzate tra il 1910 e il 1930 da alcuni dei maestri vetrai dell’epoca, tra cui Duilio Cambellotti, Umberto Bottazzi e ilLaboratorio Picchiarini. Il tema, ovviamente, è quello delle civette, ma troviamo anche altri animali come rondini, pappagalli, pavoni, farfalle, libellule, e tanti fiori. Maioliche policrome, decorazioni a stucco, affreschi, rivestimenti in legno decorano l’interno.




Dopo la morte del principe Giovanni Torlonia nel 1938, per l’edificio cominciò un progressivo declino. Nel dopoguerra fu acquisito insieme alla Villa dal Comune di Roma, che solo negli anni Novanta decise di restaurarla. Nel 1997 la Casina riaprì finalmente al pubblico come museo, entrando a far parte del circuito dei Musei di Villa Torlonia.
Il museo ospita regolarmente mostre temporanee. L’ultima, Niki Berlinguer. La signora degli arazzi, è stata un’occasione preziosa per scoprire l’opera di un’artista, molto apprezzata in vita e sostenuta nella Seconda metà del Novecento, soprattutto da G.C. Argan, ma dimenticata poi dalla critica. Un’artista che ha saputo rinnovare profondamente l’antica tradizione dell’arazzo, spesso relegata a pura tecnica artigianale, portandola verso linguaggi contemporanei e conferendole una dignità artistica paragonabile a quella della pittura e della scultura. I suoi arazzi dialogano inoltre magnificamente col contesto della Casina, creando giochi di riflessi e corrispondenze cromatiche con le vetrate.
Niki Berlinguer, nome d’arte di Corinna Adelaide Augusta Fidelia, è nata a Borbona, nel Reatino nel 1905, ma ha vissuto per la maggior parte della sua vita a Roma, dove si è diplomata all’Istituto d’Arte nel settore Arazzi. Si è dedicata prima alla tessitura ad alto liccio, che utilizza un tipo di telaio verticale; in seguito ha adottato la tecnica del piccolo punto, un ricamo, simile al punto croce ma più minuto, eseguito su telaio o canovaccio a maglie strette. Nel 1950 sposò in seconde nozze il senatore Mario Berlinguer (già padre di Enrico e Giovanni, vedovo dal 1936); adottando il nome d’arte Niki cominciò a lavorare con gli esponenti principali delle correnti artistiche italiane del secondo dopoguerra, dall’informale all’arte povera, con una predilezione, coraggiosa per quei tempi, verso il mondo dell’astrattismo. Pioniera nel tradurre la pittura in opere che non sono dei veri e propri arazzi, piuttosto quadri, pannelli ricamati, ha raccontato l’arte italiana della sua epoca con ago e filo, ispirata da grandi maestri del Novecento italiano, come Umberto Mastroianni, Achille Perilli, Renato Guttuso, Piero Dorazio, Emilio Vedova e Corrado Cagli, ma anche da artisti internazionali, come Hans Hartung, Vincent Van Gogh, Joan Mirò, Georges Braque e molti altri.




Concordando sempre con gli autori la scelta delle opere, ha poi ricomposto e interpretato i soggetti in modo personale, non replicandoli semplicemente, spesso accentuandone la forza del colore. Senza mai tradire l’idea figurativa originale, ma arricchendola con nuove armonie, non creava copie, ma, grazie alla capacità dei fili di assorbire e riflettere la luce e alla consistenza materica, riusciva a realizzare straordinari effetti cromatici.


Per questo Cagli, che non voleva arazzi personalizzati, ruppe con la Berlinguer e si rivolse ad artigiani che ripetessero fedelmente il suo progetto. Mastroianni invece gradiva la traduzione delle sue opere fatta da Berlinguer, dove addirittura scopriva cose che aveva pensato ma non era riuscito a rendere concrete.
Così affermava Alberto Moravia nel 1957: «Per Niki Berlinguer le nature morte, i paesaggi e le composizioni di questi pittori non sono modelli da copiare pedissequamente bensì temi da interpretare con la massima libertà sul tessuto del piccolo punto. Assai curiosamente i suoi arazzi rivelano possibilità impensate e nascoste nell’arte dei pittori che ella ha preso come modelli».
Berlinguer ha anteposto i soggetti di altri artisti alla propria produzione di soggetti autonomi, che comunque si svolgeva parallelamente all’attività principale. Incoraggiata da G.C. Argan che ha creduto fermamente in lei, si decise a tessere e a esporre le proprie composizioni, in cui ampie campiture di colore e forme appena abbozzate rimandano a un mondo lirico e fiabesco.

Il suo contributo vanta un imponente corpus di lavori che espose in numerose mostre, a Roma, Firenze, Milano, a New York e a Buenos Aires. È del 24 gennaio 1994 l’ultima sua personale a Roma, all’Antico Caffè Antinoo di via Genova. Si spense nello stesso anno. Dimenticata dopo la sua morte, per un mercato poco attento alla valorizzazione delle opere tessili, viene oggi ricordata e apprezzata grazie a una rinnovata attenzione per questo tipo di arte.
La mostra ripercorre l’intera carriera dell’artista, dagli esordi negli anni Cinquanta fino alle opere più recenti, evidenziando l’evoluzione del suo linguaggio e la costante ricerca di un equilibrio tra tradizione e innovazione.

Berlinguer apprese le tecniche tradizionali dell’arazzo, visitando manifatture storiche e studiando i segreti di un’arte che risale al Medioevo. Le sue opere degli anni Sessanta e Settanta mostrano un progressivo distacco dal figurativo per abbracciare un linguaggio astratto o parzialmente astratto, dove i colori diventano componente importante. La precisione e la complessità dei dettagli tecnici, le variazioni cromatiche, la ricchezza delle superfici dimostrano la maestria con cui Berlinguer manipolava i fili colorati per creare effetti di profondità, di movimento, di luce.




L’artista ha sempre lavorato personalmente al telaio, rifiutando la separazione tradizionale tra chi progetta e chi esegue. In questo modo poteva anche improvvisare durante la lavorazione. Selezionava personalmente e tingeva con metodi naturali i tessuti, lane, lini, sete, delle cui proprietà aveva profonda conoscenza. Questa scelta le consentiva sempre di mantenere il controllo diretto del processo creativo; spesso non usava cartoni preparatori, ma lavorava direttamente guardando l’originale con ammirazione e rispetto, ma poi si lasciava guidare dalla sua creatività e dalla sua maestria.
Racconta Bianca, la nipote: «Arrivò nella vita di mio nonno quando i figli erano già grandi, anche se vivevano ancora in casa. Per noi è stata a tutti gli effetti una nonna, anche se si faceva chiamare “ninna”. Nonna diceva che la invecchiava e lei teneva molto al suo aspetto estetico, ad esempio le pantofole coordinate alla vestaglia. Da quando abbiamo memoria, noi ce la ricordiamo sempre intenta a fare il piccolo punto. Si metteva al telaio alle dieci e interrompeva solo per il pranzo e per portare a spasso il cane. Poi ricominciava il pomeriggio fino a cena. Era eternamente insoddisfatta del suo lavoro, cui dedicò tutta la vita. Di molti artisti era anche amica. tutto quello che abbiamo appeso alle pareti lo dobbiamo a lei».
La mostra offre anche un’importante contestualizzazione storica. Negli anni del dopoguerra, in tutta Europa vi fu una rinascita dell’interesse per le tecniche artigianali e per le pratiche considerate “femminili” (tessitura, ricamo, ceramica), e diverse manifatture si dedicarono alla progettazione di arazzi. Inoltre rende merito alla figura di Niki Berlinguer: donna determinata e indipendente, in un’epoca in cui le donne artiste ancora stentavano a essere riconosciute, seppe costruire una carriera solida e un linguaggio artistico riconoscibile.
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Articolo di Livia Capasso

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, ha insegnato Storia dell’arte fino al pensionamento. Tra le fondatrici dell’associazione Toponomastica femminile e componente del Comitato scientifico della Rete per la parità, ha scritto Le maestre dell’arte, uno studio sull’arte fatta dalle donne dalla preistoria ai nostri giorni e curato La presenza femminile nelle arti minori, ne Le Storie di Toponomastica femminile.
