Al lupo, al lupo!

C’è una buona notizia, ogni tanto. Una di quelle che segnano un precedente. È arrivata dal Tribunale di Reggio Emilia ed è stata raccontata, come spesso accade, in una puntata di Considera l’armadillo, la trasmissione di Cecilia Di Lieto che da anni rimette al centro ciò che evitiamo di vedere. Una condanna per maltrattamenti di animali ha colpito il titolare e un dipendente di un allevamento intensivo di suini: i fatti risalgono al 2020, quando l’associazione Essere Animali aveva diffuso immagini documentate di violenze sistematicamente inflitte a maiali in una struttura che sulla carta “produce cibo” ma, difatti, è solo sofferenza. La sospensione dalle attività di allevamento, trasporto e commercio di animali dura “solo” sei mesi, ma la vera svolta — che auguriamo coinvolga sempre più ambienti come questo — è che per una volta la giustizia ha indagato un luogo che normalmente non attira la nostra attenzione. Ma ciò che non vediamo non smette di esistere, e questa sentenza è decisiva perché incrina un alibi collettivo, ovvero l’idea che ciò che accade negli allevamenti intensivi sia inevitabile, “perché si è sempre fatto così”. Ed è proprio qui che si inserisce la militanza perseverante e il lavoro delle associazioni come Essere Animali — e di chi, come in Considera l’armadillo, dà spazio a queste voci — che rompe il patto di silenzio su questi luoghi. Ma se abbiamo bisogno di nascondere un sistema per poterlo accettare, quel sistema è davvero difendibile? E se lo collochiamo fuori dal nostro orizzonte possiamo seriamente non sentirci colpevoli?

Il modo in cui vengono trattati gli animali selvatici è molto simile a quello che abbiamo visto prima: gli animali come l’orsa Amarena, il lupo, i cinghiali e le volpi vengono trasformati in titoli allarmistici ma, nel podcast, Di Lieto e Piero Milani, che lavora al Centro Fauna Selvatica “Il Pettirosso” di Modena, spiegano chiaramente che il problema non è solo colpa di alcuni individui, ma riguarda il modo in cui gli esseri umani e gli animali convivono insieme — un problema che si presenta anche con i piccioni, come abbiamo visto in quest’articolo su Vv. E qui vale la pena fermarsi un attimo a smontare una convinzione diffusa per cui non esiste un’emergenza che riguarda la fauna, esiste un’emergenza umana, causata da noi: strade che segmentano gli habitat, rifiuti lasciati ovunque, territori frammentati, comunicazione da osteria e politica opportunista. Prendiamo Roma, i cinghiali: non sono gli animali a costituire il disagio, lo sono i rifiuti; oppure prendiamo i lupi, che si avvicinano ai centri abitati non perché siano fuori controllo ma perché si muovono in uno spazio che abbiamo ristretto fino all’osso. Quindi cosa contribuisce a questa decisiva distorsione della realtà? Forse la paura, anzi, forse la paura come strumento politico.

Ed è quando la comunicazione smette di informare e inizia a spaventare che succede qualcosa di pericoloso: le immagini del lupo famelico, i racconti di quartieri immobilizzati dall’emergenza, è inutile dirlo, hanno il solo scopo di acuire i conflitti già esistenti. Senza però centrare il punto della questione. I metodi di prevenzione esistono, funzionano e sono già applicati in molti Paesi europei; la caccia indiscriminata, al contrario, non riduce i problemi ma li moltiplica, e gli esempi virtuosi di Francia, Svizzera e Norvegia — che hanno posto/stanno ponendo fine alla caccia al lupo — lo dimostrano.

Se eliminare animali non riduce i conflitti, perché continuiamo a proporlo come soluzione? E, soprattutto, perché ci sentiamo ancora in diritto di gestire a nostro piacimento le vite di questi esseri senzienti? Nel dibattito pubblico c’è un punto molto importante che viene spesso trascurato: gli animali sono una parte imprescindibile del sistema che ci permette di sopravvivere (e non nel modo in cui li abbiamo concepiti finora). Le api, ad esempio, ci mostrano in modo molto chiaro quanto siano importanti e anche la fauna selvatica ci insegna ogni giorno la stessa cosa: senza la biodiversità e senza l’equilibrio nella natura, l’idea di progresso umano perde completamente il suo significato.

Questa premessa, forse un po’ prolissa ma necessaria, prepara il terreno per affrontare una questione snocciolata in un’altra puntata del podcast. Ci sono due modi in cui trattiamo la natura: da una parte, la ammiriamo e la celebriamo attraverso le immagini, come nelle mostre fotografiche citate, ad esempio Al Paese della biodiversità – Il patrimonio naturale italiano al Corner Maxxi di Roma, con le foto di Marco Colombo e Bruno D’Amicis; dall’altra parte, nello stesso nostro Paese e nello stesso momento, leggiamo notizie sulla cronaca di piccioni uccisi a fucilate a Cascina Campazzo, vicino a Milano, o di ibis eremita abbattuti nonostante ci sia un progetto europeo per la loro reintroduzione. Questa contraddizione evidenzia che il punto centrale del problema è che la natura va bene finché resta cartolina; quando entra nella vita quotidiana, la violenza diventa una pratica tollerata e spesso ripulita nel linguaggio, nascondendola dietro parole come gestione, controllo, selezione. Su questo punto interviene Anna Maria Procacci, responsabile Fauna Selvatica Enpa (Ente Nazionale Protezione Animali), ospite della puntata. Il recente declassamento del lupo da “rigorosamente protetto” a “protetto” non è un dettaglio tecnico e non significa automaticamente che il lupo diventi cacciabile, ma rende più semplice giustificare interventi di controllo, che possono includere anche l’uccisione. La legge prevede l’abbattimento come extrema ratio ma il rischio concreto è che, indebolendo questo principio, l’eccezione diventi prassi.

C’è poi un nodo che in Italia si fatica ancora ad affrontare: il bracconaggio, che vede l’Italia classificata come uno dei Paesi peggiori in Europa. Una parte rilevante della mortalità dei lupi dipende da investimenti stradali, avvelenamenti e fucilate illegali. E allora c’è da chiedersi: se il problema fossero davvero i lupi, perché continuiamo a ignorare la principale causa di morte di questi animali? È più semplice accusare un predatore che riconoscere le responsabilità umane che coinvolgono infrastrutture mal progettate, habitat frammentati, prevenzione insufficiente, impunità diffusa.

In questo contesto pesa anche il ruolo del Comitato tecnico faunistico-venatorio nazionale, che formalmente è consultivo ma spesso viene usato come strumento politico; non si tratta di un organismo scientifico, eppure orienta decisioni, mentre i pareri dell’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), basati sulla ricerca, vengono messi in secondo piano.

Per di più, ci sono casi in cui vengono spese somme di denaro enormi, addirittura si utilizzano elicotteri per uccidere un solo lupo, spiega Procacci: i costi di queste operazioni sono pari o molto spesso superiori ai danni che il lupo può aver causato. Se si spende più denaro per uccidere un lupo che per prevenire i danni, allora è evidente che non si sta risolvendo il problema. Nel frattempo, le misure che potrebbero essere veramente efficaci, come ad esempio le recinzioni, l’utilizzo di cani da guardiania, la presenza del pastore e una corretta gestione dei rifiuti, non vengono utilizzate in modo sufficiente.

Nel mezzo di tanto rumore nelle notizie, c’è un altro fatto rilevante che viene tralasciato: il lupo gioca un ruolo fondamentale nel mantenere la natura in equilibrio aiutando a teneresano l’ambiente in cui viviamo, e mette quindi in discussione l’idea che la caccia sia assolutamente necessaria. E forse è per questo che la sua esistenza può essere considerata scomoda.
Al netto di tutte queste considerazioni, viene naturale chiedersi: vogliamo una società che governi la complessità e ne accetti le sue sfaccettature, o una che la cancelli nel nome di un presunto controllo?

Copertina: foto di Uriel Soberanes su Unsplash.

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Articolo di Nicole Maria Rana

Nata in Puglia nel 2001, studente alla facoltà di Lettere e Filosofia all’Università La Sapienza di Roma. Appassionata di arte e cinema, le piace scoprire nuovi territori e viaggiare, fotografando ciò che la circonda. Crede sia importante far sentire la propria voce e lottare per ciò che si ha a cuore.

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