Amarcord. Obiettivo parità

Gli innegabili progressi che nei decenni l’esperienza e gli studi delle donne hanno prodotto, pur avendo mutato in parte atteggiamenti e comportamenti, non hanno ancora significativamente inciso sul piano simbolico dei due generi. Da qui la necessità di progettare una traduzione sociale e culturale dei cambiamenti intervenuti: partire dalla scuola è passaggio fondativo, ma se essa viene scelta come luogo ideale per innescare un cambiamento è necessario che abbia a disposizione strumenti operativi adeguati, che le consentano di non rispecchiare e di non riprodurre le disparità.
La necessità di innovare i libri scolastici, tradizionalmente portatori di una cultura androcentrica, presentata come neutrale ma in realtà rappresentativa del solo genere maschile, è un tema ricorrente nelle Raccomandazioni della Commissione europea ed è oggetto di molti interventi e azioni dei Paesi membri. Tutti, tranne alcune eccezioni, dispongono di politiche in materia di parità tra i sessi nel campo dell’istruzione o intendono dotarsene.
A questo scopo nacque il progetto PolitePari opportunità nei libri di testo — promosso nel lontano 1997 dal Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri in collaborazione con l’Associazione italiana editori. Il manuale scolastico non è soltanto un aggregato di contenuti, una fonte di apprendimento di conoscenze, ma uno strumento di interazione che può stimolare la curiosità, offrire risposte alle infinite domande che le nuove generazioni si pongono.
L’iniziativa, volta a promuovere il principio della parità di genere nei saperi scolastici, nasceva dalla spinta della Conferenza di Pechino del 1995 e si collocava nel IV Programma d’azione comunitaria a medio termine per le pari opportunità fra le donne e gli uomini 1996-2000; era stata preceduta, parecchi anni prima, da una proposta assai meno nota dell’Arcidonna di Palermo, dal titolo Squaderniamo i libri di testo.

Grazie al finanziamento europeo furono elaborati numerosi strumenti, di cui si trova attualmente traccia in rete:

  • ricerca sui curricula in uso negli Stati membri (1998-1999)
  • censimento, raccolta e schedatura di buone prassi (1999-2000)
  • video didattico Polite Movie (1999-2000)
  • modulo di aggiornamento professionale per insegnanti (1999-2000)
  • Codice di autoregolamentazione degli editori (1998-1999)
  • Saperi e libertà, primo Vademecum per autori/autrici (1999-2000): storia medievale e moderna, letteratura, linguistica, psicopedagogia, matematica, scienze, filosofia
  • Saperi e libertà, secondo Vademecum per autori e autrici (2000-2001): orientamento, diritto, economia, lingua e letteratura francese, storia contemporanea.

Gli editori aderenti individuarono alcune linee-guida per il recupero dello svantaggio e per la produzione del nuovo materiale, condensate in indicazioni di massima:

  • i libri di testo devono fornire una rappresentazione equilibrata delle differenze di genere;
    entrambi i sessi devono apparire in una varietà di situazioni in ambiti professionali, pubblici e privati;
  • le famiglie devono essere rappresentate in maniera consona alle trasformazioni in atto nella società.

Caratteristiche auspicabili di un libro scolastico attento all’identità di genere:

  • evitare gli stereotipi sessisti;
  • fornire rappresentazioni equilibrate delle differenze;
  • promuovere una cultura della differenza di genere;
  • ripensare il linguaggio;
  • adeguare la scelta delle illustrazioni.

Tutte le indicazioni non erano regole rigide ma si proponevano di offrire spunti di sensibilizzazione di ampio respiro, lasciando massima libertà alla creatività di autori e autrici, illustratori e illustratrici per interpretare i punti proposti e tradurli in opere rispettose del principio di parità.
La pubblicazione dei primi testi contrassegnati dal marchio Polite, a partire dal 2001, rappresentò un risultato in termini di significato e visibilità, benché gli editori aderenti non fossero molti, ma non ebbe rilevanti conseguenze in termini di efficacia, poiché l’iniziativa fu presto abbandonata.

E oggi, a un quarto di secolo di distanza? Questo strumento di autoregolamentazione tace, non perché gli obiettivi siano stati raggiunti ma perché sono tuttora disattesi. È un patrimonio di consapevolezze che si è indebolito, un regresso sostanziale.
Dal profilo stesso di competenze che lo Stato italiano suggerisce agli educatori e alle educatrici delle nuove generazioni sono cancellate le donne e le questioni di genere (dalla letteratura alla filosofia alla storia, dal diritto all’economia alla medicina). Nonostante la pedagogia di genere cominci ad avere una certa consistenza nei percorsi di ricerca delle università, le azioni organiche di contaminazione di ciò che si fa nella scuola con gli esiti di questa ricerca sono esigue e incapaci di colmare le lacune presenti.
Rileggere i canoni disciplinari e dunque i curricula scolastici in una nuova prospettiva significherebbe:

  • renderne evidente la struttura come stratificazione non delle esperienze di tutta l’umanità ma di una parte di essa;
  • fare proposte di conoscenza non acquiescenti rispetto a un patrimonio già dato, solo da recepire;
  • sviluppare nei e nelle giovani le capacità critiche, offrire il senso della storicità delle conoscenze, della loro non univocità;
  • rendere la scuola ambiente che si rinnova attraverso la comprensione, gli sguardi e i bisogni di chi vi si avvicina, perché saperi vitali transitino sia attraverso le passioni di chi insegna, sia attraverso i vissuti di chi apprende.

Ci sono molte donne — e alcuni uomini — che insegnando dedicano tempo e intelligenza a rivisitare le discipline e a far emergere la componente femminile della storia e del pensiero umano; tuttavia le istituzioni sono singolarmente vuote di parole di genere, e questo ne rende il lavoro frammentario e invisibile.
Gli anni che coincidono con la frequentazione delle scuole sono tra i più importanti e delicati nel processo che conduce a formare una determinazione della propria identità di genere. La presenza dei due sessi in aula pervade l’immaginario e il vissuto delle ragazze e dei ragazzi, ma raramente si trasforma in trama pedagogica consapevole: non diviene risorsa, finisce per consolidare gli stereotipi e i pregiudizi con il silenzio e con le omissioni.
Le conseguenze le conosciamo.

***

Articolo di Graziella Priulla

Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.

Lascia un commento