Al Museo Centrale Montemartini, dal 17 ottobre 2025 al 22 febbraio 2026, la prima esposizione monografica omaggia Maria Barosso, artista e archeologa, che documentò con acquerelli, disegni, rilievi e incisioni i cantieri di demolizione, le scoperte e gli interventi di restauro che per tutto il primo Ventennio del Novecento cambiarono per sempre il volto della Capitale.
La sua opera, con accuratezza filologica, rigore scientifico e sensibilità estetica, è testimonianza artistica e preziosa degli interventi scenografici voluti dal regime fascista, che, per aprire nuove strade e piazze monumentali, sacrificavano interi quartieri, chiese e palazzi.
L’artista-archeologa è rimasta, per decenni, una donna senza volto. Solo la fotografia da lei stessa scelta per la sepoltura nel Cimitero Monumentale del Verano restituisce, in una posa di tre quarti, il suo volto minuto, il collo esile protetto da un foulard, lo sguardo ancora vivo sotto i riccioli corti.
In mostra anche un piccolo autoritratto, emerso inaspettatamente, che ci restituisce una vivida immagine giovanile, forse ancora degli anni della formazione accademica.

Maria Teresa Carolina Barosso fu testimone instancabile della più spettacolare stagione di scavi e scoperte nell’area archeologica, figura di rilievo, purtroppo poco conosciuta, nel panorama culturale italiano del primo Novecento. L’altissima qualità della sua opera le valse il riconoscimento a livello internazionale, ma non le assicurò la memoria, che fu offuscata dalle tante personalità accademiche e scientifiche che si avvalsero del suo lavoro. Era nata a Torino il 21 agosto del 1879; diplomatasi nel 1900 presso l’Accademia Albertina, dopo aver frequentato prima il corso serale di ornato e disegno con attestato di premio, poi il corso triennale, vinse una cattedra di disegno nelle scuole medie. Giunse a Roma nel 1905 per collaborare con Giacomo Boni, allora direttore degli scavi del Foro Romano, prima funzionaria femminile al Ministero della Pubblica istruzione, Soprintendenza alle Belle arti di Roma e del Lazio, e unica donna disegnatrice in quegli uffici. «Bizzarra nel vestire come nelle acconciature», così viene descritta, si innamorò della sua città di adozione, di cui sapeva cogliere particolari non consueti. Cominciò col Foro di Traiano a realizzare sin dal 1906 la documentazione grafica dell’area della Colonna e dei Mercati.


Impegnata nel grande cantiere di S. Maria Antiqua sia come studiosa che come disegnatrice, al Palatino, alla Basilica di Massenzio e alla Domus Aurea svolse una vera e propria attività di archeologa.


Volontaria della Croce Rossa, allo scoppio della Grande Guerra venne chiamata come infermiera, ma ebbe gravi problemi di salute. Il periodo successivo fu invece molto intenso dal punto di vista lavorativo: fuori Roma realizzò studi ad acquerello del Palazzo di Bonifacio VIII ad Anagni, delle rovine di Ninfa e del castello di Sermoneta.



Anche per influenza di Boni aderì al Partito fascista nel 1923. L’ambasciatore italiano negli Stati Uniti, Gelasio Caetani, organizzò a Washington nel 1923 una personale con venti acqueforti dell’artista dedicati ai maggiori monumenti romani, che ebbe un discreto successo di pubblico. Nel 1924 la Barosso espose anche all’American Academy di Roma sempre grazie all’interessamento del Caetani, che si dichiarava incantato dalla perizia di Maria. Tramite l’amicizia di Esther Boise Van Deman pubblicò in un volume dell’American Face Brick Association disegni e acquerelli che riproducevano monumenti archeologici e medievali romani e anche chiese medievali di Venezia e Bologna.
Su incarico di Francis W. Kelsey, docente di lingua e letteratura latina presso l’Università del Michigan, realizzò una copia fedele degli affreschi di Villa dei Misteri di Pompei, da poco riportati alla luce. Il lavoro fu particolarmente apprezzato da Pietro Fedele, allora Ministro della Pubblica Istruzione, che volle esporlo a Galleria Borghese nel 1926. Pietro Scarpa sulle pagine de Il Messaggero dell’arte elogiò le qualità tecniche dell’artista e il valore scientifico della sua rigorosa documentazione.


Altre esposizioni seguirono nel secondo decennio del Novecento; quella al Lyceum romano fu l’occasione per aderire alle attività del circolo che aveva l’obiettivo di «incoraggiare le donne alle opere letterarie, artistiche e scientifiche». Alla morte di Boni nel 1925 successe alla direzione dell’ufficio Alfonso Bartoli, che, nonostante avesse avuto divergenze con il direttore degli scavi, continuò a coinvolgere Maria in alcuni progetti. Per il Governatorato di Roma realizzò acquerelli del Sepolcro degli Scipioni, della Casa dei Cavalieri di Rodi, della chiesa di S. Basilio ai Pantani che si andava demolendo per l’isolamento dell’area dei Fori imperiali.



Maria diventò una delle principali testimoni a documentazione di quanto andava scomparendo. Seguì un faticoso periodo di cattiva salute per cui dovette affrontare un intervento chirurgico e una lunga convalescenza. Intanto nel 1929 fu nominata disegnatrice principale con un aumento di stipendio. Tra il 1928 e il 1935 realizzò un consistente numero di acquerelli sugli sventramenti. Per la Soprintendenza marchigiana documentò gli scavi nell’area di Ancona e in Dalmazia quelli del foro di Zara. Tornata a Roma collaborò agli scavi di Largo Argentina e si dedicò alle riproduzioni delle pitture della Casa di Livia.


Nel 1933 espose il suo lavoro in una mostra al Museo di Roma, dove i suoi acquerelli furono descritti “vivi e palpitanti”. Ma questa operosità di Barosso al di fuori dell’Ufficio Scavi del Foro romano e del Palatino le procurò delle accuse di inadempienza e fu trasferita alla Soprintendenza ai Monumenti. Continuò comunque la sua proficua attività nello studio degli ambienti rinvenuti sotto la Basilica di Massenzio, del Tempio di Venere e della Domus Aurea. Nel 1936 fu incaricata di un sopralluogo a Creta che produsse otto acquerelli sulle pitture di Haghia Triada e del Palazzo di Festos.


Sullo scorcio degli anni Trenta cominciò per lei un calo professionale, vuoi per l’allontanamento dall’ambito archeologico a lei più congeniale, vuoi per l’affermazione della fotografia nell’illustrazione storico-artistica. Ebbe però importanti riconoscimenti come Corrispondente dell’Istituto germanico di Archeologia e Accademica dell’Accademia dei Virtuosi del Pantheon. Nel 1949 fu nominata Primo disegnatore capo con un aumento di stipendio, necessario per una donna sola che viveva unicamente del suo lavoro. Nel 1950 fu collocata a riposo, anche se lei sentiva di poter fare ancora tanto. Non mancandole le energie, continuò a studiare e a pubblicare i suoi studi. Si spense il 3 febbraio 1960 e fu sepolta nel Verano.
La mostra offre con 137 opere, tra stampe, disegni, acquarelli e dipinti, una documentazione completa della produzione dell’artista. Inizia con un percorso attraverso le tappe personali e professionali di Maria Barosso; prosegue articolandosi in sezioni corrispondenti ai luoghi della Roma in trasformazione: dalla Basilica di Massenzio a piazza Bocca della Verità, al primo tratto di via del Mare (oggi via del Teatro di Marcello e via Petroselli), con una deviazione verso l’Area Sacra di largo Argentina. Le tavole di Barosso raccontano episodi cruciali, come lo sbancamento della Velia, collinetta che collegava Palatino ed Esquilino, eliminata per far spazio alla via dell’Impero (attuale via dei Fori Imperiali); la sorprendente emersione, tra le macerie di largo Argentina, dei quattro templi repubblicani e della Curia di Pompeo; la demolizione di case e chiese medievali lungo la nuova via del Mare, che isolò ed esaltò i templi del Foro Boario e del Foro Olitorio.


Viene ricordato anche un caso emblematico, un reperto perduto che sopravvive proprio grazie ai disegni e agli acquerelli di Barosso, quello del Compitum Acilium, piccolo santuario dedicato ai Lari, rinvenuto nel maggio del 1932 durante lo sterro della Velia e distrutto per la fretta dei lavori.

Le sezioni successive sono dedicate alle copie di dipinti e mosaici medievali eseguite nelle chiese romane interessate da interventi di restauro, e alla sua produzione incisoria e per committenze private, fino a ricordare le collaborazioni nazionali e internazionali dell’artista, a conferma della sua ecletticità e della sua statura culturale.
La mostra si chiude con una selezione di opere di artisti contemporanei a Maria Barosso, quali Mario Mafai, Afro Basaldella, Eva Quagliotto, Tina Tommasini, che come lei rappresentarono i profondi mutamenti urbanistici che in pochi anni trasformarono in modo irreversibile la città di Roma. Il confronto consente di inserire l’opera di Barosso nel contesto storico-artistico in cui operò e di cogliere la varietà degli sguardi e la ricchezza delle interpretazioni: le Demolizioni di Mario Mafai e Afro Basaldella, ad esempio, sono una denuncia degli sventramenti dell’edilizia mussoliniana, contemplate malinconicamente. La finalità dell’opera di Barosso è invece quella di una precisa documentazione resa con una interpretazione coloristica e impressionistica.


Padrona del rilievo archeologico e del disegno tecnico, Maria Barosso mostra una notevole capacità di comprendere le strutture antiche ed evidenziarne la sequenza stratigrafica. Degli scavi documenta ogni cosa, gli oggetti ritrovati, il rilievo planimetrico, i prospetti, le assonometrie fino alle ricostruzioni. Dalle descrizioni precise delle sue relazioni di scavo emerge la Barosso archeologa. C’è anche attenzione alla vita quotidiana e collettiva quando descrive ambienti popolati da una folla multicolore di figurine variopinte appena schizzate.


Tra i prestiti spiccano quelli della Sovrintendenza Capitolina, del Museo di Roma a Palazzo Braschi, dell’Archivio Storico del Museo Nazionale Romano e del Parco Archeologico del Colosseo, da collezioni private e altre prestigiose istituzioni, tra cui l’Archivio storico del Museo nazionale romano presso Palazzo Altemps, il Vicariato di Roma e la Fondazione Camillo Caetani.
***
Articolo di Livia Capasso

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, ha insegnato Storia dell’arte fino al pensionamento. Tra le fondatrici dell’associazione Toponomastica femminile e componente del Comitato scientifico della Rete per la parità, ha scritto Le maestre dell’arte, uno studio sull’arte fatta dalle donne dalla preistoria ai nostri giorni e curato La presenza femminile nelle arti minori, ne Le Storie di Toponomastica femminile.
