Dopo il successo di Giovinette. Le calciatrici che sfidarono il Duce, Federica Seneghini e Marco Giani tornano con un nuovo libro, edito sempre da Solferino, che presenta la stessa struttura narrativa del primo: romanzo e saggio storico finale. Questa volta però la genesi dell’opera è ciò che le/gli inglesi definiscono con il termine serendipity, una scoperta inaspettata e piacevole che si fa mentre si sta cercando altro. Lo racconta Giani in apertura del suo saggio: alla ricerca di informazioni sul Gruppo calcistico femminile (Gcf), raccontato nel libro Giovinette, si recò a casa di Grazia Barcellona, protagonista del libro e figlia di Giovanna Boccalini, commissaria del Gcf, nel quale giocavano Gina (detta Luisa), Marta e Rosetta, sorelle di Giovanna. Grazia lo accolse però mostrandogli tre preziosi album fotografici, realizzati con cura e devozione dalla madre, che documentavano tutta la sua carriera sportiva di pattinatrice su ghiaccio. Da questo inatteso e sorprendente equivoco, prende le mosse il lavoro di ricerca dello storico, ma trae ispirazione anche Federica Seneghini che desidera raccontare, sotto forma di romanzo, la grande impresa di una giovane donna che, come spesso accade, non trova spazio e resta una piega silenziosa della storia.

Il romanzo, scritto in prima persona, assumendo il punto di vista della protagonista, segue la carriera di Grazia Barcellona ed è diviso in quattro sezioni: 1938-1943; 1943-1945; 1945-1948 e, infine, l’ultima parte è dedicata all’Olimpiade di St. Moritz del 1948; sono presenti, inoltre, un prologo e un epilogo. Il decennio in cui si concentra il periodo più intenso e prolifico dell’attività sportiva di Grazia è segnato da avvenimenti storici tragici che hanno trasformato profondamente il nostro Paese: il 1938 è infatti l’anno delle leggi razziali e del sempre più esacerbato militarismo e imperialismo fascista, che condusse l’Italia verso l’incommensurabile tragedia della Seconda guerra mondiale, che il romanzo attraversa e supera, concludendosi nel 1948, l’anno in cui entra in vigore la Costituzione, che garantisce quei diritti e quelle libertà che il Regime fascista aveva negato alle e agli italiani per vent’anni. Cercando di tracciare con i pattini la propria linea, la protagonista inizia per gioco uno sport che, come evidenziato nel saggio storico, all’epoca era elitario in quanto richiedeva una spesa non indifferente per l’acquisto dell’attrezzatura e la presenza di impianti, che erano dislocati prevalentemente nelle località alpine ma, per una fortunata coincidenza, anche a Milano, dove vicino al palazzo di via Piranesi c’era una ditta di refrigeramento che riforniva di ghiaccio l’impianto. A Grazia però non basta solo essere nel posto giusto, per lei c’è anche la persona giusta e il momento propizio per consacrarla al pattinaggio. È infatti Ettore Archinti, scultore ed ex sindaco socialista di Lodi, amico intimo della famiglia Boccalini, a intuire che il pattinaggio poteva diventare per lei una passione, una di quelle che non ti danno pace e che coltivi a lungo e con dedizione. Questo accade grazie a un salto che la bambina è solita fare nel corridoio di casa, indossando calzini di lana che la fanno scivolare liberamente sul pavimento liscio, e che lei chiama il salto della farfalla.

Nonostante le iniziali resistenze, lo “zio Ettore”, come viene chiamato nel romanzo, convince Giovanna e il padre di Grazia, Giuseppe Barcellona, a portare la bambina di 9 anni al Palazzo del Ghiaccio e lo fa personalmente tutte le volte che da Lodi si reca in visita a Milano alle sorelle Boccalini. Il personaggio di Archinti, figura nota e cara alle e ai lodigiani, arricchisce l’ambientazione del romanzo di continui rimandi e ricordi alla città d’origine delle sorelle Boccalini: Lodi. Oltre alla persona giusta, Grazia inizia a pattinare in un momento in cui il Regime aveva deciso di puntare su questa pratica agonistica, offrendo alle e agli iscritti nella Gioventù italiana del littorio, organizzazione giovanile fascista, l’opportunità di allenarsi con maestre e maestri d’eccezione. Tra di loro, la giovane pattinatrice incontra: Anna Maria Dubini Cattaneo che, all’Olimpiade di Garmish del 1936, aveva ottenuto il nono posto nella gara di coppia con il marito; e Harry Meyer Burghardt, di origine tedesca e in fuga dalla Germania per via delle sue origini ebraiche. In pista, inoltre, Grazia trova Carlo Fassi che sarà per lei compagno nelle gare di coppia, amico e sostegno indiscusso durante le crisi che ogni sportiva/o affronta durante la propria carriera.
Al Piranesi, si scontrerà poi con l’eterna rivale Costanza Vigorelli, detta Ciacia, figlia del presidente del circolo di pattinaggio milanese, prima, e poi, dal 1946, della Federazione nazionale di pattinaggio. Il suo essere privilegiata, sempre vincitrice indiscussa nelle gare singole e migliore in tutto e per tutto, rende però Ciacia antipatica e odiosa solo in parte perché Seneghini riesce a mettere in evidenza di lei soprattutto l’insostenibile peso dell’ostentata perfezione, che nasconde in realtà profonde fragilità e insicurezze, che emergeranno determinando l’inatteso finale alle Olimpiadi di St. Moritz.
In questo microcosmo quasi perfetto incombe però la tragedia della Seconda guerra mondiale che colpisce la famiglia Boccalini-Barcellona inaspettatamente con il richiamo alle armi di Giuseppe, padre di Grazia ed ex confinato, inviato per sbaglio sul fronte africano, da cui tornerà illeso dopo pochi mesi. Gli intensi bombardamenti su Milano non risparmiano poi il Piranesi che viene distrutto nel 1943, rendendo ormai consapevoli le famiglie dei personaggi del romanzo di quanto pericolosa e ormai insostenibile fosse diventata la permanenza in città. Lo sfollamento a Lacchiarella è un periodo di svuotamento progressivo che lascia Grazia inerme e la indebolisce sia fisicamente che soprattutto psicologicamente non solo a causa delle privazioni dovute a quello che può essere visto come un “non tempo” per una ragazza a cui viene negata la scuola, lo sport, la socialità, ma anche per il lutto che colpisce la sua famiglia. La morte del fratello maggiore, l’assenza dei genitori e soprattutto di Giovanna, sempre più coinvolta nella causa resistenziale per sopravvivere alla perdita del figlio, lasciano interdetta e apatica Grazia. Il crollo sopraggiungerà però con la perdita di colui che l’aveva iniziata al pattinaggio: Ettore Archinti, arrestato e deportato nel campo di concentramento di Flossenbürg dove avrebbe trovato la morte. Da questo tunnel buio, la giovane pattinatrice si riprenderà lentamente prima rifiutando lo sport che era stato per lei slancio vitale, ma anche dannazione, come tutte le grandi passioni che si rispettino, e poi tornando in pista alla ricerca di una rinnovata identità femminile in un’Italia che muove i primi passi come Repubblica che Grazia, in qualità di atleta, rappresenta alle Olimpiadi del 1948 con coraggio e determinazione.

Il libro di Seneghini si offre a molteplici chiavi di lettura, oltre naturalmente all’avventura sportiva, ricostruita e documentata in modo rigoroso, chiaro e accessibile nel saggio finale di Marco Giani, c’è il romanzo di formazione che ha come protagonista una giovane donna che costruisce la proprio individualità in un’epoca storica di transizione in cui l’emancipazione personale si intreccia con la lotta per il riconoscimento dei diritti delle donne, di cui la madre di Grazia fu un’antesignana. Questa poliedricità narrativa permette alla lettrice e al lettore di costruire a sua volta il proprio percorso, intrecciando i fili narrativi con il proprio sentire e le proprie urgenze. Uno di questi sentieri, che si possono attraversare nella lettura, è il complesso e straordinario rapporto tra madre e figlia che Seneghini decide di valorizzare attraverso l’espediente narrativo delle lettere non spedite di Giovanna a Grazia. L’incomunicabilità, le incomprensioni, che diventano distanze incolmabili, le aspettative di una madre che vorrebbe il meglio per la propria figlia, e che crede che ciò coincida con l’eccellenza sportiva, diventano pesanti silenzi e assenze spesso giudicate colpevolmente da una figlia che non comprende. In questa circostanza, Giovanna-personaggio scrive, facendo rumore con parole di carta che conserva ordinatamente e che consegnerà alla figlia prima dell’Olimpiade. Queste lettere, come gli album fotografici della carriera di Grazia che la Giovanna realmente esistita ha composto con il suo indiscutibile rigore metodologico, lasciano alla figlia una preziosa eredità del suo esserci sempre stata. Perché alla fine non sono i silenzi, le incomprensioni, le aspettative troppo alte e le delusioni quelle che contano in questo complesso e straordinario rapporto, ma l’essere presenti e amare, anche senza essere comprese.
Per Giovanna, amare significò non rinunciare a sé stessa per il figlio e la figlia e continuare a essere donna anche dopo essere diventata madre. Questa è la preziosa eredità che ha lasciato a Grazia e di cui questo romanzo rende tutte/i noi partecipi.

Le immagini sono pubblicate per gentile concessione dei figli di Grazia Barcellona.

Federica Seneghini
Grazia
Solferino, 2026
pp. 320
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Articolo di Alice Vergnaghi

Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.
