Acca Larenzia

Legata indissolubilmente ai miti della fondazione della città, nella versione più nota Acca Larenzia era la moglie di Faustolo, il pastore che trovò Romolo e Remo nella cesta dove erano stati abbandonati e gettati nel fiume Tevere. Ed è Faustolo che assiste esterrefatto alla scena: una lupa, che ha le mammelle gonfie per aver partorito da poco, allatta i gemelli e li lava lambendoli amorevolmente con la lingua. Non solo, dunque, li nutre e li salva da morte per fame, ma se ne prende cura: per i Romani, i gesti con cui le mani della madre (o della nutrice) accudiscono il neonato servono a dargli forma in modo definitivo, completando l’opera compiuta nel corso della gravidanza. In mancanza di questi gesti il neonato resterebbe materia vivente informe. Quando Faustolo si avvicina la lupa non lo aggredisce, né si spaventa, ma si allontana tranquilla, come ritenendo esaurita la sua funzione. Il pastore porta i bambini alla moglie, che non ne ha di suoi, e insieme li crescono fino a farli diventare due giovani coraggiosi e robusti:

«La sacerdotessa di Vesta [Rea Silvia] viene incatenata e messa in prigione e il re [Amulio] ordina che i bambini vengano gettati nella corrente del fiume […] i servi li espongono nei pressi del luogo dove ora c’è il fico Ruminale, che dicono fosse chiamato Romulare. A quei tempi la zona era deserta. Si racconta che l’acqua spinse il cesto galleggiante in secco e che una lupa assetata, scendendo dalle alture circostanti, fu attratta dal vagito dei bambini. Poi, messasi sopra di loro, gli offrì le mammelle con tanta dolcezza che il pastore addetto alla cura del gregge del re — dicono che si chiamasse Faustolo — la trovò che leccava i bambini. Fu lui che li portò alle stalle per farli crescere dalla moglie Larenzia. C’è chi sostiene che quella Larenzia venisse soprannominata lupa dai pastori, perché si prostituiva: da qui l’origine del racconto favoloso». Livio, Ab Urbe condita, I.

In questa “fabula” si trovano alcuni elementi ricorrenti nei miti che accompagnano la nascita di personaggi destinati a diventare famosi che una divinità, o la natura benevola, sottrae alla morte cui li ha destinati un uomo potente per allontanare da sé un presagio funesto. Ne ricordiamo due dei più famosi, appartenenti a mitologie diverse: Mosé, anche lui deposto in una cesta e affidato alle acque; Edipo, che il padre Laio consegna a un pastore con l’ordine di abbandonarlo e che invece viene salvato e allevato come figlio dai sovrani di Corinto. In questo secondo caso l’analogia riguarda anche la fine del re malvagio — che sia il padre o lo zio — preoccupato di salvaguardare il suo potere. Del resto Amulio, nelle versioni che gli attribuiscono lo stupro di Rea Silvia, era di fatto genitore biologico di Romolo e Remo.
Ma se Tito Livio, lo storico che in età augustea dedica un’opera monumentale alla storia di Roma, liquida in poche righe la vicenda della lupa e di Larenzia — da lui citata senza il prenome Acca, la cui radice significa “madre” — a noi interessa capire perché a costei fosse dedicata una cerimonia importante che nei Fasti (il calendario romano) è fissata al 23 dicembre, in continuità con la celebrazione dei Saturnali, la grande festa del solstizio d’inverno, che ha caratteristiche analoghe al nostro Natale.

Dalle fonti sappiamo che Acca Larenzia era l’unica mortale ritenuta degna di quest’onore, almeno fino a quando esso non toccò a Giulio Cesare: lo testimonia Cicerone alludendo, senza nominarlo, al suo acerrimo nemico, e proponendo ironicamente di dedicare un giorno del calendario a Bruto, partecipe della congiura che lo aveva assassinato. Solo con Augusto si arriverà a consacrare un mese intero alla famiglia Iulia, sostituendo il vecchio nome Quintilis con Iulius (luglio).
Ma perché Acca Larentia avrebbe meritato tanto? Può bastare l’essere stata la madre adottiva di Romolo, o la sua nutrice, dopo la lupa?
Diverse testimonianze le attribuiscono un altro merito: quello di aver lasciato in eredità al popolo romano la sua straordinaria ricchezza, addirittura la proprietà di vasti territori nei dintorni di Roma. Tuttavia le testimonianze divergono sull’origine di tale ricchezza: secondo alcuni Acca Larenzia l’aveva accumulata esercitando il mestiere di prostituta; secondo altri, dopo la morte di Faustolo, la donna avrebbe sposato un uomo ricchissimo, diventandone a sua volta l’erede. A questa versione accenna lo stesso Catone quando, nel 169 a.C., fa promulgare una legge (la lex Voconia) che limita fortemente la possibilità per le matrone romane sia di ereditare che di trasmettere per eredità i loro beni.
Ed ecco come Macrobio, autore nel V secolo d.C. di un’opera intitolata Saturnali, spiega l’origine della celebrazione del rito funebre dei Parentalia (il nome fa riferimento ai genitori o comunque a familiari importanti) in onore di Acca Larenzia:

«Dicono che sotto il regno di Anco Marzio il custode del tempio di Ercole sfidasse ai dadi il dio che passava da quelle parti. Quello accettò, alla condizione che, se avesse vinto lui, l’altro gli offrisse una cena eccezionale e gli procurasse una prostituta. Ercole vince e il sacrestano chiude nel tempio, insieme alla cena, Acca Larenzia, prostituta nobilissima. La donna il giorno successivo racconta che il dio, dopo l’amore, le aveva fatto un dono, invitandola a non rifiutarsi al primo uomo che avrebbe incontrato sulla strada di casa. Ed era successo che, appena uscita dal tempio, era stata interpellata da un certo Caruzio, conquistato dalla sua bellezza. Larenzia aveva soddisfatto i suoi desideri e poi aveva accettato di sposarlo: dopo la sua morte, divenuta proprietaria di tutti i beni del marito, aveva nominato suo erede il popolo romano. Anco Marzio perciò la fece seppellire nel Velabro, luogo di grande prestigio, e decretò in suo onore un sacrifico solenne che veniva celebrato dal flamine». Macrobio, Saturnalia, I, 10.

Il 23 dicembre non è un giorno qualunque: vicino al solstizio d’inverno, segna uno spartiacque tra l’anno vecchio e quello nuovo, tra un ciclo che si chiude e uno che comincia. Ad Acca Larenzia si attribuiva dunque un ruolo propiziatorio di fertilità e benessere: come è quello delle donne che, in qualunque condizione, offrono le risorse del loro corpo con generosità, a prescindere da legami biologici o istituzionali. È di nuovo in un passo di Livio che troviamo accomunate due donne, Vestia Oppia e Faucula Cluvia, sacerdotessa la prima e prostituta la seconda, considerate benemerite dal senato: nei rispettivi ruoli, si erano distinte per l’aiuto dato ai soldati romani durate lo scontro con Annibale presso Capua. È come se alla Vestale e alla meretrice che si collocano ai due estremi della sessualità femminile — per astinenza e per eccesso — e che d’altra parte non sono impegnate nell’accudimento quotidiano di mariti e prole, venisse attribuito il ruolo di proteggere e “nutrire” la collettività nel suo insieme.

Resta infine da analizzare la connessione complessa di Acca Larenzia con la lupa e con la sua iconografia. Forse non tutti sanno che le immagini più antiche rappresentano l’animale da solo: alla scultura bronzea del V secolo, di fattura etrusca, conservata nei Musei Capitolini, solo nel XV secolo furono aggiunti i gemelli, attribuiti al Pollaiolo. Sono invece sempre osservabili altri due particolari: il forte rilievo dato alle mammelle della lupa e la presenza di un albero, da cui pendono frutti (che hanno forma di mammella). Si tratta del ficus ruminalis, connesso alla figura di Romolo e alla fondazione di Roma. L’attributo di questo fico è stato variamente interpretato, ma la maggior parte degli studiosi ritiene che esso derivi da ruma (altro nome per mamma = mammella) e da Rumina, divinità minore, in onore della quale si facevano sacrifici con il latte. Alcune testimonianze raccontano inoltre di una cerimonia in onore di Giunone (dea che, con l’appellativo di Lucina, è protettrice delle nascite) in cui le donne usavano i rami del fico e il “latte” che ne usciva — di aspetto simile allo sperma maschile — come caglio per fare formaggio: erano riti destinati a favorire la fecunditas (fertilità) e l’ubertas (l’abbondanza).
Del resto sappiamo che l’uso del vino nelle libagioni viene introdotto da Numa, mentre Romolo libava con il latte e di latte venivano cosparsi gli animali da sacrificare: i riti arcaici testimoniano di un’epoca in cui il vino, frutto della coltivazione della vite, non era diffuso — e non erano conosciuti i suoi effetti nefasti, di cui fa esperienza il ciclope Polifemo nel racconto omerico.
Pertanto il passaggio di testimone dalla lupa, che, con il latte delle sue mammelle gonfie, assicura la sopravvivenza di Romolo e Remo, ad Acca Larenzia, che ne continua l’opera di nutrice, ben si concilia con il doppio significato che ha il nome dell’animale, connesso da sempre con il mestiere della prostituzione: si pensi al vocabolo lupanare. La novella di Verga intitolata La lupa, dove viene usato come soprannome di una donna che si concede a tutti, ne attesta la persistenza.
In tempi recenti l’associazione della lupa di Roma con un immaginario che allude allo sfruttamento del corpo femminile a fini sessuali la si ritrova esplicita nella locandina che pubblicizzò in Francia Roma, il film di Fellini del 1972 interpretato da Anna Magnani (immagine sottostante).

E in maniera ancora più disturbante nel calendario della Lavazza del 2009, destinato di nuovo al pubblico francese e illustrato con fotografie della statunitense Annie Leibovitz (immagini sottostanti).
In una di esse sullo sfondo del Colosseo campeggia la donna lupa, a quattro zampe, appena coperta da un brandello di pelliccia animale: sotto di lei due bambini paffutelli. In un’altra, in mezzo alla campagna romana una donna totalmente nuda è semisdraiata in cima a un piatto di spaghetti fumanti.

Nella toponomastica della città di Roma, tra via delle Vestali e via Numitore, il padre di Rea Silvia — che invece è relegata in una viuzza senza sbocchi poco lontana — si trova via Acca Larenzia. Quasi nessuno sa chi fosse costei, mentre qualcuno conosce il nome di suo marito, Faustolo, cui invece non mi risulta sia dedicata nessuna strada. Ma nell’immaginario delle persone della mia generazione, che hanno vissuto a Roma gli anni Settanta, quella strada e quel nome sono legati alla presenza di una sede del Fronte della Gioventù, davanti alla quale si verificò lo scontro che provocò la morte di tre militanti di quel movimento: uno dei numerosi episodi conclusisi tragicamente, a danno dell’una o dell’altra delle parti in conflitto, come accadde spesso in quel periodo passato alla storia col nome di “anni di piombo”, anche se questa definizione oscura altri aspetti di quel decennio, come le lotte che portarono alla conquista di diritti civili fondamentali, per le donne in modo particolare. Nell’anniversario di quel fatto ogni anno a via Acca Larenzia, si svolge una cerimonia commemorativa che, per l’immaginario cui fa riferimento e per i simboli che vengono ostentati — dal saluto romano alla croce celtica — non cessa di suscitare perplessità.

Roma, via Acca Larenzia. Foto di Andrea Zennaro

In copertina: Acca Larenzia di Jacopo della Quercia (particolare).

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Articolo di Gabriella de Angelis

Docente di latino e greco nei licei e nei corsi dell’Università delle donne Virginia Woolf, si è dedicata alla rilettura dei testi delle letterature classiche in ottica di genere. All’Università di Aix-Marseille ha tenuto corsi su scrittrici italiane escluse dal canone. Fa parte del Laboratorio Sguardi sulle differenze della Sapienza. Nel Circolo LUA di Roma intitolato a Clara Sereni, organizza laboratori di scrittura autobiografica.

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