Il 13 e il 14 dicembre scorsi a Francavilla Fontana, per il terzo anno consecutivo, si è svolto il Festival dei Diritti, un appuntamento ormai divenuto occasione per lanciare alla città messaggi per una società sempre più aperta e accogliente. Gli appuntamenti diffusi in vari punti della città hanno visto la partecipazione di associazioni, scuole, librerie, Commissione Pari Opportunità e Consiglio comunale dei ragazzi e delle ragazze. Toponomastica femminile per questo festival ha organizzato tra l’altro un corso di formazione per giornalisti, giornaliste e docenti, il 13 dicembre alla Biblioteca Calò, dal titolo: Genere e diritti. Le parole per dirlo. Il corso si poneva l’obiettivo di fornire una mappa delle diseguaglianze di genere e far riflettere sulla necessità di un cambiamento linguistico e culturale per prevenire la violenza e affermare il principio del consenso nelle relazioni.
Il mio intervento, che mi piace qui riassumere, riguardava la cultura della violenza nelle immagini.

La storia dell’arte, da secoli, è piena di rappresentazioni di donne aggredite, nei musei c’è un numero enorme di opere che hanno per soggetto lo stupro, e che contribuiscono a legittimare la violenza, a normalizzarla come spettacolo accettabile, influenzando il pubblico negativamente. Quando la violenza diventa un soggetto artistico, e bello da vedere, corre il rischio di trasformarsi in un esempio, un modello da seguire. Bisogna guardare questi capolavori in modo diverso, non possiamo stare davanti a un’opera che rappresenta una violenza e ammirare solo il talento dell’artista.

Digitando la parola “stupro” nel database delle collezioni del Met Museum (Metropolitan Museum of Art, New York), nel 2022 Macushla Robinson, curatrice, accademica, e autrice del libro Every Rape in the MET Museum, ha trovato 181 opere venute fuori dalla ricerca di quella parola chiave. L’arte figurativa ha sfruttato le storie di stupro per suscitare drammaticità, creare occasioni per dipingere donne nude e mostrare la maestria dell’artista. Eppure queste immagini plasmano il nostro modo di pensare al corpo femminile e a ciò che può essere fatto a esso. La curatrice richiama l’attenzione sul modo in cui i musei hanno a lungo esaltato e allo stesso tempo minimizzato la violenza sessuale e osserva che le didascalie che accompagnano le opere esposte nei musei contengono informazioni solo sulla composizione, sui materiali, sulla maestria del dipinto, ma non dicono nulla sul contenuto, e questo è importante soprattutto quando l’opera rappresenta una scena di violenza.
Come la didascalia apposta a un Gruppo scultoreo di un Satiro con una Ninfa, copia romana dell’inizio del I secolo d.C. esposto alla Centrale Montemartini di Roma, che parla di un gioco amoroso, scena di un genere erotico molto diffuso specie come scultura ornamentale da giardino, non di una violenza in cui la ninfa tenta disperatamente di sfuggire alla presa del satiro!

Lucrezia, Susanna, le Sabine, Proserpina tutte donne guardate, minacciate, spiate, aggredite, rapite, e gli artisti le rappresentano proprio nel momento in cui subiscono violenza.
Il rapimento più antico e famoso che si conosca è quello di Plutone che rapisce Proserpina, per farne sua sposa nel regno dei morti. La madre, Cerere, vagò inutilmente sulla Terra alla ricerca della figlia; alla fine, si trovò un compromesso: Proserpina avrebbe trascorso sei mesi all’anno sulla Terra e sei mesi con Plutone negli Inferi. Questo spiega l’alternarsi delle stagioni: quando la figlia è sulla Terra, Cerere fa prosperare la natura, mentre l’inverno corrisponde al suo ritorno nel regno dei morti. Il mito celebra l’alternarsi delle stagioni, ma anche la possibilità di tornare alla vita dalla morte. Storia romantica? No, è uno stupro, ma noi nelle tante opere che la rappresentano apprezziamo solo il grande talento dell’artista che l’ha scolpita.



Alla fine Bernini è il solo a raffigurare la sofferenza della donna, che cerca di divincolarsi deformando il viso di Plutone, le cui dita affondano nella carne della giovane, mentre una lacrima le solca la guancia. Altri pittori hanno rivolto la loro attenzione alle belle forme della donna nuda, altri l’hanno trasferita sul piano della favola e dell’idillio.
Ovidio in Le Metamorfosi, che sono una fonte di ispirazioni per tanti artisti, racconta di tanti rapimenti divini, storie in cui le divinità si trasformano per sedurre o rapire esseri umani, spesso con esiti drammatici o che portano a una metamorfosi. Lo stesso Giove, re di tutti gli dei, ne ha rapite e sedotte tante, Europa, Danae, Io. Nel Ratto di Europa Giove si trasforma in un toro bianco per avvicinarsi e rapire Europa, portandola via con sé.

Nell’opera di Tiziano la giovane principessa è raffigurata in una posa scomposta, semi-sdraiata, mentre viene rapita e trascinata dal toro tra le acque del mare.
Il singolare ingravidamento di Danae, figlia del re di Argo, da parte di Giove trasformato in pioggia d’oro, è stato rappresentato da molti artisti nel corso del Quattro-Cinquecento.

Tiziano esegue più versioni di questo stesso soggetto. In questa versione napoletana, la prima in ordine cronologico, dipinge una Danae in completo abbandono e soddisfazione. Lo sguardo è rivolto verso l’alto; il corpo è languido, rilasciato, le gambe, benché coperte da un lembo, sono aperte a ricevere la pioggia fecondante.
Ancora Giove invaghitosi di Io, sacerdotessa di Era, fece calare una fitta nebbia sulla terra e sedusse l’affascinante fanciulla.

E per accoppiarsi con Leda, regina di Sparta, discese dall’Olimpo sotto forma di cigno.
Il dipinto di Paolo Veronese raffigura una scena di grande sensualità e dinamismo, con Leda, nuda, adagiata su drappeggi sontuosi e il cigno che l’abbraccia.

Tutte queste donne sono rapite e sedotte da Giove, ma gli artisti le rappresentano compiacenti, non vittime. E ce lo conferma Ovidio nell’Ars amatoria: «Qualunque donna costretta a un improvviso e rapinato amplesso, ne gode, e la violenza è per lei come un dono; se la lasci intatta ancor quando potevi averla, simulerà col volto una sua gioia, ma avrà dispetto in cuore».
Sul Ratto delle Sabine si fonda l’origine della grande civiltà romana. Il rapimento era giustificato da un fine nobile, il matrimonio, vincolo nel quale le donne dovevano sottomettersi al volere del marito. Agli uomini era riservata la sfera pubblica, erano politici, soldati, filosofi, scienziati, alle donne la sfera privata, erano mogli, madri, amanti.



Nel gruppo scultoreo del Giambologna l’attenzione è rivolta alla composizione dinamica, che invita chi guarda a crearsi un percorso a spirale per osservare l’opera da tutte le molteplici angolazioni significative.
Nel dipinto di Pietro da Cortona c’è grande ottimismo, gli uomini pare che stanno facendo la mietitura del grano. Le donne sono sacrificate per fare grande Roma. Poussin rende il soggetto più drammatico, ma sul fondo si vede una coppia che si allontana: lui la prende per la vita in modo gentile, lei non si difende, ma accompagna il suo rapitore che indica il cielo con un dito, come a voler dire che questo rapimento è voluta dalle divinità.
Altra vittima di violenza è Lucrezia. Il figlio dell’ultimo re di Roma, Sesto Tarquinio, invaghitosi di Lucrezia, casta e devota moglie di Collatino, fu accolto a casa di Lucrezia, ma nel pieno della notte si recò nella stanza della donna, minacciandola con la spada, se non avesse ceduto ai suoi desideri. Il giorno dopo, alla presenza del padre e del marito, Lucrezia si suicidò per la vergogna di essere stata disonorata.

Nel dipinto di Tintoretto l’artista indulge sull’avvenenza di Lucrezia, come se la sua bellezza giustificasse la violenza, e alla fine ci induce a pensare che sia stata colpa della donna, che ha suscitato desideri carnali.
C’è anche la violenza dello sguardo, è il caso di Susanna spiata dai vecchioni: spesso è un pretesto per soddisfare la “pruderie” di committenti che si compiacciono di soggetti raffiguranti nudi femminili. L’episodio, spesso rappresentato nell’arte, è diventato anche una metafora della denuncia di abusi e della resistenza femminile, in particolare nelle opere di artiste come Artemisia Gentileschi, dove, però, Susanna appare infastidita, irritata e con la mano caccia i due anziani.


Rinunciando alle figure bibliche e mitologiche, vittime di abusi, l’arte moderna ambienta le violenze più realisticamente in scene domestiche. Lo fa per primo Edgar Degas ne Lo stupro (Le viol), dipinto realizzato nel 1868-1869 e conservato al Philadelphia Museum of Art.

Intérieur — è questa la denominazione originaria assegnata da Degas, che ha sempre guardato con diffidenza il titolo vulgato de Le viol (Lo stupro) — raffigura a sinistra una donna in sottoveste, abbandonata su una sedia, impotente, umiliata e passiva. A destra del dipinto un uomo osserva silenziosamente la scena e la disperazione della compagna. La scena immortala l’umiliazione della donna e il contrasto latente tra impotenza e aggressione: non sappiamo se si tratta di una prostituta col suo cliente, o di una moglie col marito o di due amanti, ma evidente è la tensione nel rapporto tra i due.
A presto la seconda parte, che affronterà l’argomento nell’arte moderna e contemporanea, in opere finalmente realizzate da uno sguardo femminile.
In copertina: Lucrezia e Tarquinio, Luca Giordano, 1663.
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Articolo di Livia Capasso

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, ha insegnato Storia dell’arte fino al pensionamento. Tra le fondatrici dell’associazione Toponomastica femminile e componente del Comitato scientifico della Rete per la parità, ha scritto Le maestre dell’arte, uno studio sull’arte fatta dalle donne dalla preistoria ai nostri giorni e curato La presenza femminile nelle arti minori, ne Le Storie di Toponomastica femminile.
