Costituzione letteraria. Art. 13 

La libertà personale è inviolabile. 
Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge. 
In casi eccezionali di necessità e urgenza, indicati tassativamente dalla legge, l’autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all’autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto. 
È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà. 
La legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva. 

Riprendiamo i commenti letterari agli articoli della Costituzione italiana (qui i precedenti). 
L’art. 13 della Costituzione sancisce il principio dell’inviolabilità della libertà personale. Come si legge nel commento della Fondazione Franceschi, la libertà tutelata dalla Costituzione è intesa «sia come libertà fisica (di movimento, di azione, di disposizione del proprio corpo), sia come libertà morale (di prendere decisioni senza essere costretti o minacciati)».
Questo articolo è molto importante e il suo rilievo giuridico all’interno della legge fondamentale del nostro Stato è sottolineato dal fatto di essere il primo articolo che inaugura la Parte prima della Carta, dedicata ai diritti e doveri dei cittadini e delle cittadine. L’esigenza di evidenziare l’inviolabilità della libertà personale discende dall’esperienza dittatoriale fascista, che aveva compresso e represso ogni libertà, per l’appunto sia fisica che morale. I padri e le madri costituenti hanno dato una posizione eminente alla libertà personale perché essa è la più importante, da essa derivano tutte le altre libertà, è un «diritto fondamentale che occorreva non dare per scontato ma difendere da attacchi e abusi» (Costantino De Robbio, L’art. 13 della Costituzione, in L’art. 13 della Costituzione).

I cittadini e le cittadine hanno la garanzia costituzionale di avere tutela da ogni abuso della pubblica autorità. Vengono poste in essere tre tipologie di garanzia: la cosiddetta riserva di legge assoluta, ovvero la competenza esclusiva della legislazione ordinaria a disciplinare l’inviolabilità della libertà personale; la riserva di giurisdizione, ovvero solo l’autorità giudiziaria può emanare provvedimenti restrittivi; l’obbligo di motivazione, che deve accompagnare ogni provvedimento restrittivo della libertà personale. 
La storia della nostra Repubblica ha assistito, purtroppo, in più occasioni alla violazione di tale articolo, soprattutto del quarto comma. Franco Serantini, Carlo Giuliani, la mattanza di Bolzaneto, la notte cilena nella scuola Diaz, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Stefano Cucchi, la mattanza del carcere di Santa Maria Capua Vetere del 2020: volti e fatti del passato recente che rappresentano solo alcune palesi violazioni del divieto di praticare ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà e, in generale, di usare la violenza che mina la libertà personale. È un lungo elenco che oggi annovera anche molti individui considerati a priori scarti, portatori di pericolosità per la società: «Le vittime di queste violenze sono per lo più gli ‘altri’, nel senso di quelle “vite di scarto” (Bauman) che assumono le sembianze del delinquente o sospetto tale, del migrante irregolare, del sofferente psichico “pericoloso per sé o per altri”, del tossicodipendente o alcolizzato, oppure anche del ‘disobbediente’ che manifesta pacificamente il proprio dissenso (si ricordino, oltre ai fatti di Genova, quelli verificatisi a Napoli nel marzo 2001 in occasione del Global forum, in particolare nella caserma Raniero). […] L’ordine pubblico e la sicurezza prevalgono sulle ‘vite degli altri’ e legittimano culturalmente la violenza sulla persona, se è volta, appunto, a ristabilire l’ordine e la sicurezza» (Antonio Cavaliere, Le violenze di polizia, l’ideologia securitaria e la forza dello stato costituzionale di diritto, in Le violenze di polizia, l’ideologia securitaria e la forza dello stato costituzionale di diritto).

L’attuale situazione storico-politica in cui viviamo mostra, da una parte all’altra del pianeta, la crescita in modo preoccupante di un clima di repressione delle libertà individuali, come dimostra anche il rapporto internazionale di Freedom House del 2025. La libertà individuale è in special modo minacciata quando cittadini e cittadine partecipano collettivamente a proteste di massa, che negli ultimi anni hanno riempito strade e piazze di tutto il mondo contro guerre, genocidio di Gaza, inerzia sulle questioni ambientali, violenze di ogni tipo, connivenze tra politica e criminalità, tra politica e sistema capitalistico che schiaccia le classi povere e medie della Terra in una morsa di sfruttamento economico. La partecipazione alle manifestazioni è letteralmente criminalizzata anche nel nostro Paese, nonostante — ahimè — la Costituzione: la premier Meloni ha recentemente dichiarato, per esempio, che chi protesta contro le Olimpiadi invernali in corso di svolgimento è «nemico dell’Italia». 

Rileggendo l’art. 13 per questa prima tappa del nostro nuovo viaggio di interconnessione tra il dettato costituzionale e la letteratura, la memoria non può fare a meno di recuperare le Lettere dal carcere di Antonio Gramsci. L’intellettuale sardo fu una vittima illustre della repressione fascista di ogni libertà: l’8 novembre 1926, nonostante avesse l’immunità parlamentare, fu arrestato e rinchiuso a Regina Coeli con l’accusa di aver voluto sovvertire con la violenza gli ordinamenti dello Stato. Erano gli effetti della fascistizzazione della società italiana. Da quel momento Gramsci cominciò un lungo pellegrinaggio fatto di «traduzioni» da un carcere a un altro: Ustica, Milano, Turi, Civitavecchia, Formia, di nuovo Roma, fino a quando, rilasciato il 25 aprile del 1937, morirà per emorragia cerebrale dopo due giorni, il 27 aprile, dopo anni di peggioramento delle sue condizioni di salute a seguito dei gravi patimenti nelle carceri del regime.
Durante la requisitoria contro di lui nel 1928, il pubblico ministero fascista Michele Isgrò disse: «Bisogna impedire a questo cervello di funzionare per vent’anni», e Mussolini lo aveva definito «quel sardo gobbo, professore di economia e filosofia, un cervello indubbiamente potente». È evidente che, ancor prima che la libertà individuale fisica, di Gramsci occorreva reprimere la sua libertà di pensiero, che rappresentava un prezioso baluardo dell’antifascismo, un pensiero lucido, onesto intellettualmente, non incline a edulcorazioni di sorta della realtà, capace di esercitare uno spirito critico verso lo stesso Partito comunista russo, che in quegli anni degenerava nello stalinismo.
Il 16 maggio 1925 Gramsci tenne il suo primo e unico discorso alla Camera prima di essere arrestato. Si discuteva del disegno di legge Mussolini-Rocco contro la massoneria, che in realtà sottintendeva la messa al bando di ogni forma di partito e associazione antifascista. Gramsci e Mussolini si scambiarono battute che vale la pena di rileggere con attenzione: 
«- Mussolini: “Il Partito comunista ha meno iscritti del partito fascista!” 
– Gramsci: “Ma rappresenta la classe operaia!” 
– Farinacci: “La tradisce, non la rappresenta!” 
– Gramsci: “Il vostro è un consenso ottenuto col bastone” […] 
– Rossoni: “La legge non è contro le organizzazioni!”
– Gramsci: “Onorevole Rossoni, ella stesso è un comma della legge contro le organizzazioni! I cittadini devono sapere a che cosa lavorate. Sia chiaro: voi assorbirete la massoneria, che è il pretesto di questa legge. Essa passerà in massa al partito fascista! Con questa legge voi volete impedire lo sviluppo delle grandi organizzazioni operaie e contadina: l’apparato dello Stato considera già il partito comunista una organizzazione segreta” 
– Mussolini: “Non è vero!” 
– Gramsci: “Vero. Viene arrestato senza alcuna imputazione specifica chiunque sia trovato in una riunione di tre persone, solo perché comunista, e lo si butta in carcere! Il partito comunista rappresenta le classi operaie” 
– Presidente: “Onorevole Gramsci, questo concetto lo ha ripetuto tre o quattro volte…” 
– Gramsci: “Bisogna ripeterlo, invece. Bisogna che lo sentiate sino alla nausea”». 
Il resoconto stenografico s’interrompe perché a Gramsci fu impedito di concludere. Nelle sue parole resta tutta la gravità della ormai incontrastata soppressione delle libertà che il fascismo stava attuando capillarmente dal 1922: sono parole lucide che smascherano ciò che solo una mente profondamente aperta e intelligente può essere in grado di vedere, ovvero la menzogna e il dolo sotto forma di proposta di legge, che ricadono direttamente sul diritto alla libertà dei cittadini e delle cittadine. Un monito attualissimo, a cui occorre ritornare con altrettanta lucidità. 

Leggere ancora oggi le Lettere dal carcere di Gramsci rappresenta un esercizio di spirito critico imprescindibile. Pagina dopo pagina, si percorre la parabola esistenziale di un uomo che, messo a dura prova dagli eventi storici e personali, non si arrende, non cede ancorato saldamente ai suoi principi, anche quando il corpo non regge più il peso della detenzione carceraria che lo consuma e lo piega giorno dopo giorno: «Io sono tranquillo e sereno. Moralmente ero preparato a tutto. Cercherò di superare anche fisicamente le difficoltà che possono attendermi e di rimanere in equilibrio» (20 novembre 1926); «Mi sono convinto che anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio. Mi sono convinto che bisogna sempre contare solo su sé stessi e sulle proprie forze; non attendersi niente da nessuno e quindi non procurarsi delusioni. Che occorre proporsi di fare solo ciò che si sa e si può fare e andare per la propria via. […] Io non voglio fare né il martire né l’eroe. Credo di essere semplicemente un uomo medio, che ha le sue convinzioni profonde, e che non le baratta per niente al mondo» (12 agosto 1927).
È di vitale importanza per Gramsci leggere e studiare, la centralità dell’istruzione costante e incessante è per lui il cuore che tiene in vita l’essere umano e politico: «Qui ho stabilito questo programma: 1º star bene per stare sempre meglio di salute; 2° studiare la lingua tedesca e russa con metodo e continuità; 3º studiare economia e storia» (9 dicembre 1926); «I corsi sono seguiti con grande diligenza e attenzione. Con la scuola, che è frequentata anche da alcuni funzionari e abitanti dell’isola [di Ustica, N.d.R.], abbiamo evitato i pericoli di demoralizzazione che sono grandissimi. Tu non puoi immaginare in quale condizione di abbrutimento fisico e morale si siano ridotti i coatti comuni» (2 gennaio 1927). Ci sono missive che contengono progetti di studio, di scrittura, idee su aspetti linguistici, sui libri, sulla scuola e sull’educazione, e tanta ironia, qualità che lo tiene in vita e che sorregge l’animo affranto di familiari e amici in pena per la sua incolumità. 
Nelle lettere emerge il Gramsci intellettuale, politico, ma anche il marito, il padre, il figlio, il fratello, l’amico. Una grande umanità si dipana lettera dopo lettera, una vita vissuta all’insegna della convinzione che la cultura, lo studio, la conoscenza non si possono disgiungere dalla lotta della classe operaia: sono i concetti di egemonia culturale e di intellettuale organico (troppo spesso incompresi), centrali nel pensiero gramsciano, che proiettano una prospettiva che oggi la sinistra in Italia ha completamente perduto, in un drammatico scollamento tra idee e Paese reale, tra politica e cultura, tra intellettuali, lavoratori e lavoratrici. 

È alla lezione di Gramsci che occorre ritornare, la lezione di un uomo che il regime fascista ha privato della libertà fisica individuale, ma non ne ha sottomesso la sua libertà di pensiero, che ha coltivato con lo studio e l’amore per la cultura. Sul primo numero di “Ordine Nuovo” del 1 maggio 1919, egli ci ha lasciato un monito chiaro e forte: «Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza». È la ricetta perfetta per la difesa della libertà da ogni forma di privazione e repressione. 

Pillola di cronaca ri-costituente 
26 gennaio 2026 via Impastato, zona Rogoredo: ventottenne pusher marocchino viene freddato da un colpo alla tempia da un poliziotto. Subito si erge un muro di autodifesa e omertà da parte degli agenti delle forze dell’ordine, muro che viene infranto sempre di più dalle ricostruzioni e dalle testimonianze che arrivano successivamente ai fatti. Ad andare in scena ancora, probabilmente, è la sindrome dal grilletto facile. E se il pacchetto decreto sicurezza 2026 passerà con lo scudo penale per le forze dell’ordine, potremo cominciare veramente a dire addio, pezzo dopo pezzo, allo Stato di diritto. 

Per approfondire: Rogoredo, la versione dell’agente crolla tra le contraddizioni

In copertina: manifestazioni per Federico Aldrovandi, 18 enne ucciso a Ferrara nel 2005 durante un controllo in un parco pubblico. 

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Articolo di Valeria Pilone

Già collaboratrice della cattedra di Letteratura italiana e lettrice madrelingua per gli e le studenti Erasmus presso l’università di Foggia, è docente di Lettere al liceo Benini di Melegnano. È appassionata lettrice e studiosa di Dante e del Novecento e nella sua scuola si dedica all’approfondimento della parità di genere, dell’antimafia e della Costituzione.

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