La cultura della violenza nelle immagini. Parte seconda 

Nel Novecento le artiste cominciano ad avere consapevolezza del proprio corpo, e denunciano le violenze subite dalle donne e la loro resistenza. 

Una critica sociale alla violenza di genere e all’indifferenza che spesso circonda questi atti è Unos cuantos piquetitos, un famoso dipinto del 1935 di Frida Kahlo, ispirato a un fatto di cronaca: un uomo aveva accoltellato a morte la moglie. La frase «Ma le ho dato solo qualche piccolo taglietto!» fu la risposta dell’assassino quando gli fu chiesto della brutalità del crimine, risposta che evidenzia la freddezza e la minimizzazione del crimine da parte dell’aggressore e divenne il titolo del dipinto. La scena rappresenta l’aggressore e la vittima, un cartello sorretto da una colomba e una rondine che riporta l’ignobile frase e il sangue che fuoriesce dalla tela sulla cornice. L’opera può anche essere interpretata come un riflesso del dolore di Frida in relazione all’infedeltà del marito Diego Rivera, che è raffigurato nell’aggressore. 

Frida Kahlo, Unos cuantos piquetitos, 1935, Museo Dolores Olmedo, Città del Messico

Terribilmente realistica, Rape scene del 1973 è la performance di Ana Mendieta, artista cubana. L’esibizione non si è tenuta in un museo o in una galleria, ma all’interno dell’appartamento dell’artista: Ana Mendieta, al tempo venticinquenne, aveva precedentemente invitato i suoi compagni di corso all’università, che, una volta entrati, si sono trovati davanti all’artista nuda dalla vita in giù e cosparsa di vernice rossa, con gli slip abbassati alle caviglie, il busto steso sopra un tavolo e le mani legate al tavolo stesso. L’artista stava interpretando la terribile scena a cui avevano assistito i soccorritori di Sara Ann Otten, studentessa che frequentava lo stesso ateneo e che venne stuprata e uccisa da uno studente.

Rhythm 0 è una performance dell’artista Marina Abramović, avvenuta nella galleria Studio Morra di Napoli nel 1974 e durata sei ore. In una stanza della galleria erano stati posti su di un tavolo settantadue oggetti, come una rosa, del pane, un profumo, una bottiglia di vino, un bicchiere, delle catene, delle forbici e addirittura una pistola carica: alcuni erano strumenti di piacere, altri di dolore e potevano essere usati su di lei a piacimento. Durante tutta la durata della performance l’artista stette passivamente immobile, accettando senza opporsi qualsiasi cosa le venisse fatta. Le prime ore passarono tranquille, il pubblico tendeva a osservarla, qualcuno le fece una carezza, le diede la rosa, rapportandosi gentilmente con lei. Con il passare delle ore però iniziarono a percepire la sua accondiscendenza a tutto, il suo essersi realmente posta senza remore alla loro volontà, e iniziarono a intensificare le provocazioni: l’artista fu spinta e strattonata, ci fu chi le tagliò i vestiti, le conficcò le spine di rosa nella pelle, le succhiò il sangue che fuoriusciva dalle ferite. Quando le puntarono la pistola carica, il gallerista dichiarò la performance conclusa. 

Marina Abramović, Rhythm 0, 1974, Studio Morra, Napoli

Tra la fine del 1977 e gli inizi del 1978, a Los Angeles, dieci donne furono strangolate e abbandonate sui pendii delle colline, da qui il nome “Strangolatore di Hillside” da parte dei media all’omicida, che poi risultarono essere due cugini. Mourning and In Rage (Nel lutto e nella rabbia) fu una performance mediatica organizzata da due artiste femministe, Suzanne Lacy & Leslie Labowitz: un corteo di sessanta donne seguì un carro funebre fino al Municipio, dove le donne del corteo, formando un coro greco, urlarono: «In memoria delle nostre sorelle, combattiamo!». Lacy e Labowitz decisero poi di formalizzare una coalizione per alimentare l’arte femminista attivista su questi temi con studentesse, artiste e chiunque volesse sostenere la loro causa. Il risultato fu Ariadne: A Social Art Network, che divenne il fulcro delle loro campagne collaborative di arte pubblica sulla violenza contro le donne. Le attività erano organizzate secondo corsi, conferenze e progetti, che hanno aperto la strada al movimento #MeToo. 

Suzanne Lacy & Leslie Labowitz, In Mourning and in Rage, 1977, Los Angeles

L’opera di Sue Coe intitolata Bedford Rape raffigura una donna che viene violentata da quattro uomini sul tavolo da biliardo di un bar, mentre venti persone guardano. È una scena ancora più inquietante, perché vera, fa riferimento infatti a un orribile crimine accaduto a una donna che era entrata in un bar per comprare un pacchetto di sigarette e fu violentata sul tavolo da biliardo da quattro uomini, mentre altra gente nel bar assisteva impassibile.

Sue Coe, Bedford Rape, 1984 – illustrazione 

Jago è uno scultore italiano di fama internazionale, celebre per le sue opere in marmo dal realismo sorprendente. Le sue sculture reinterpretano la classicità in chiave moderna, affrontando temi universali come la vita, la sofferenza e la trasformazione, e instaurando un rapporto diretto con il pubblico mediante l’utilizzo di video e dei social network. Una delle sue opere, Aiace e Cassandra, reinterpreta il mito classico per dare una nuova lettura alla violenza e alla forza femminile. Si focalizza sulla resistenza di Cassandra, rappresentata in lotta contro Aiace, trasformandola da vittima passiva a simbolo di lotta. L’opera ci riporta ai tempi della guerra di Troia, durante l’assedio della città da parte dei greci. La sacerdotessa Cassandra, rifugiatasi nel tempio della dea Atena venne violentata da Aiace, uno dei guerrieri greci al comando del re Agamennone. 
L’opera esplora temi come la forza, la dignità e la lotta della donna moderna contro il sopruso, cristallizzando un momento di opposizione e non di resa. Cassandra combatte, invece di essere semplicemente una vittima, urla non per disperazione, ma per rabbia. 
L’opera di Jago trasforma Cassandra in un emblema della donna moderna, consapevole dei propri diritti e determinata a lottare per farli rispettare.
Possiamo guardare un’opera che rappresenta una violenza e ammirare solo il talento dell’artista, senza riflettere sul significato dell’abuso? 
Jérôme Delaplanche, responsabile del Dipartimento di Storia dell’arte presso l’Accademia di Francia a Roma, ha scritto nel 2018 un libro proprio su questo tema: “Ravissement. Les représentations d’enlèvements amoureux dans l’art, de l’Antiquité à nos jours”.
Delaplanche analizza l’iconografia del “rapt amoureux” (rapimento amoroso) nelle opere d’arte, i rapporti tra desiderio sessuale e violenza/forza, le tensioni di genere, e come questi soggetti siano stati rappresentati nel corso dei secoli.

Jacopo Cardillo, detto Jago, Aiace e Cassandra, 2022, Jago Museum, Napoli 
Copertina del libro Ravissement, di Jérôme Delaplanche

Il termine ravissement in francese ha una polisemia significativa: può implicare tanto “violenza” quanto “piacere”. Delaplanche sottolinea che molti artisti e poeti, con il tema del rapimento amoroso, giocano proprio su questa ambiguità: la donna rapita è spesso rappresentata non solo come vittima, ma anche come seducente, come se il suo corpo fosse responsabile del desiderio che suscita. Queste rappresentazioni di rapimento sono spesso “un sistema interamente maschile”, create, immaginate da uomini, per un pubblico maschile. Nelle immagini la donna rapita non appare solo come vittima inerme, ma come figura la cui bellezza e desiderabilità giustificano l’azione dell’uomo rapitore: l’uomo non sarebbe del tutto responsabile, perché la donna lo ha sedotto con la sua bellezza. 
I musei dovrebbero prendere una posizione, come ha fatto il museo Isabella Stewart Gardner di Boston con “Women, Myth & Power”, una mostra che è stata in programma dall’12 agosto 2021 al 2 gennaio 2022. La mostra riuniva dipinti di Tiziano, che raccontano miti dell’antichità con temi di potere e violenza sessuale. In particolare, il dipinto “The Rape of Europa” era al centro: l’opera raffigura l’abduction, lo stupro mitologico di Europa da parte di Giove-toro. La mostra invitava a riflettere sulla violenza attraverso opere contemporanee, affiancate a quelle di Tiziano.
Mary Reid Kelley e Patrick Kelley hanno creato un film/video che dà voce a Europa in modo moderno e riflessivo, immaginando il trauma e la sua vita dopo lo stupro.

Mary Reid Kelley & Patrick Kelley – The Rape of Europa – Isabella Stewart Gardner Museum, 2021 

Nel video Europa viene reinterpretata: non è più solo una principessa fenicia rapita, ma diventa una giovane professionista scontenta e traumatizzata che convive con le conseguenze di un’aggressione sessuale. Il cortometraggio vuole “umanizzare” Europa e darle quella voce che l’arte storica non le dava.
Le opere d’arte non solo riflettono la realtà, ma possono anche trasformarla. È fondamentale riconoscere il potere dell’arte nel dare voce alle donne e nel denunciare la violenza, nell’educare e sensibilizzare. La consapevolezza è il primo passo verso il cambiamento e l’arte può essere un veicolo di cambiamento e speranza, se si impegna a combattere le ingiustizie, offrendo un’occasione di speranza e resilienza. 

In copertina: murale di Raffo a Napoli. 

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Articolo di Livia Capasso

foto livia

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, ha insegnato Storia dell’arte fino al pensionamento. Tra le fondatrici dell’associazione Toponomastica femminile e componente del Comitato scientifico della Rete per la parità, ha scritto Le maestre dell’arte, uno studio sull’arte fatta dalle donne dalla preistoria ai nostri giorni e curato La presenza femminile nelle arti minori, ne Le Storie di Toponomastica femminile.

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