Gioia mia è l’esordio cinematografico di Margherita Spampinato, regista e sceneggiatrice italiana, che nasce nel 1979 a Palermo, luogo in cui si sviluppa la narrazione del film. Lavora per molto tempo come segretaria di edizione, addetta ai casting e prima di Gioia mia, realizza altri cortometraggi pluripremiati come Tommasina e Segreti.
L’idea alla base di Gioia mia nasce dai ricordi d’infanzia della regista, cresciuta a Roma in una famiglia laica, figura di fondamentale influenza la madre, fortemente femminista. Margherita Spampiniato ricorda ogni estate trascorsa in Sicilia, in compagnia delle sue zie molto religiose e superstiziose;
questo contrasto di base, la differenza tra la gioventù e la vecchiaia, tra abitudini differenti, pensieri divergenti, comportamenti agli antipodi è la tematica sulla quale verte tutta la narrazione del film.
Spampinato cura inoltre sceneggiatura e montaggio della pellicola presentata in anteprima come un “racconto di formazione”, adatto sia a un pubblico adulto, che alle famiglie, oltre che a spettatori e spettatrici con interesse per tematiche personali e introspettive al festival di Locarno nella sezione Cineasti del Presente e ad Alice nella Città. Uscita al cinema l’11 dicembre 2025, vincerà il Premio Speciale della Giuria – Cine+ e il Pardo per la migliore interpretazione femminile ad Aurora Quattrocchi a Locarno, oltre a Film della Critica Sncci e riconoscimenti come opera prima.
L’attrice che interpreta la zia Gela, Aurora Quattrocchi, possiede una carriera molto ampia; nata a Palermo, partecipa a numerosi film italiani a partire dagli anni 2000 come Malèna, I cento passi, Nuovomondo (2006) e Nostalgia (2022), con cui ottiene la nomination ai David di Donatello e ai Nastri d’argento. Il giovane Marco Fiore (Nico) ha interpretato precedentemente ruoli in Supersex e Ho visto un re di Giorgia Farina.
In Gioia mia il protagonista è Nico, ha dieci anni e vive a Roma, immerso in un quotidiano iperconnesso e veloce. L’estate che trascorre in Sicilia, in un piccolo paese dell’entroterra, presso l’anziana zia, segna per lui una frattura netta: il distacco da un mondo regolato dalla tecnologia e l’ingresso in uno spazio dove il tempo sembra essersi fermato.
La casa è isolata, priva di internet, la vita è scandita da rituali antichi e gesti ripetuti. La zia è una donna ruvida, silenziosa, legata alla religione popolare e a un sapere fatto di osservazione, presagi, ascolto della natura. Il rapporto con Nico nasce sotto il segno dell’incomprensione: due solitudini che faticano a riconoscersi, separate non solo dall’età, ma da visioni del mondo inconciliabili.
È proprio in questa distanza, però, che il film trova il suo centro emotivo. Costretto a confrontarsi con la noia e con un tempo non riempibile, il bambino scopre uno spazio nuovo: quello dell’immaginazione, dell’attenzione, della presenza. Parallelamente, Gela si lascia lentamente attraversare dalla vitalità e dalla fragilità del nipote, riaprendo una dimensione emotiva che sembrava definitivamente chiusa.
Spampinato costruisce il racconto per sottrazione, affidandosi a piccoli gesti quotidiani, silenzi condivisi, minimi spostamenti interiori. Non ci sono svolte narrative clamorose, ma una trasformazione che avviene quasi impercettibilmente, nello sguardo dei personaggi. In questo senso, Gioia mia è anche un film profondamente politico: mette al centro una donna anziana, restituendole complessità, desiderio, soggettività, sottraendola ai ruoli marginali a cui il cinema spesso la relega.
Il luogo in cui è ambientato, la Sicilia, è un vero e proprio personaggio all’interno della storia, incarnando memoria, tradizioni, ritualità.
Elementi di principale interesse sono i ritratti tracciati delle figure femminili, non i soliti che siamo abituate a vedere, sottoposti a “ordine” e “bellezza”, i classici stereotipi, ma donne per lo più anziane: zitelle, nonne, “mature” insomma, che hanno vissuto esperienze intense ma poco raccontate.
Margherita Spampinato parla esplicitamente, in un’intervista, della necessità di raccontare persone di questa età con protagonismo e complessità: «La donna ottantenne… ha conflitti, passioni, dubbi, debolezze… È il momento di metterle in scena non più sullo sfondo, ma al centro».
Il film si potrebbe definire “femminista nello sguardo”, la figura di Gela decentra infatti il maschile e trasmette esperienze di vita vissuta a suo nipote, il quale a sua volta trasmette alla zia la leggerezza giovanile. Interessante è il cambiamento dei due, che non avviene per “educazione”, ma per “prossimità dell’altro”, ognuno smussa dei propri elementi caratteriali per coesistere con l’altro o l’altra in armonia.
Il finale suggella l’incontro tra mondi agli antipodi: infanzia e vecchiaia, modernità e arcaicità, razionalità e spiritualità, senza pretendere una sintesi forzata. Le differenze restano, ma imparano a coesistere. Gioia mia suggerisce così una forma alternativa di crescita: non l’accelerazione, non il superamento, ma l’ascolto. In un presente che chiede continuamente velocità e connessione, quest’opera invita a riscoprire il valore del tempo lento e delle relazioni che sanno attendere.
Gioia mia ha avuto particolari riscontri positivi, sia nella critica cinematografica, che presso il pubblico. Le recensioni ci parlano di un film poetico, tenero e pieno di colore, lontano dalla confusione, centrato sul rapporto tra due esseri distanti che, nel finale, trovano un linguaggio emotivo condiviso. Il critico Paolo Mereghetti ammira la delicatezza con cui si sviluppano i temi della narrazione e la precisione della regista; resta colpito dalla capacità di Spampinato di restituire un ritratto convincente dell’infanzia e delle dinamiche familiari. Gioia mia è un film che fa perdere la concezione del tempo durante la visione e che fornisce insegnamenti fondamentali, non solo di mera “crescita personale”, ma anche di convivenza basata sul reciproco rispetto; è una crescita emotiva che entrambi i personaggi compiono sulla base dell’influenza dell’altro; evidenzia le differenze culturali e generazionali, invitando ad assumere nella vita quotidiana comportamenti di tolleranza e rispetto.
È una narrazione adatta alla contemporaneità, che consente a qualsiasi persona immersa nel mondo tecnologico di porsi in una posizione critica e rivedersi nella realtà di tutti i giorni, nei suoi atteggiamenti e nella sua immersione quasi totale all’interno di un progresso che porta la società ad avere più possibilità di relazionarsi in maniera “istantanea” piuttosto che “vera”.
Se noi giovani abbiamo la possibilità di rivederci nel ruolo di Nico, la personalità di Gela è d’aiuto per la sua autenticità; anche se entrambi i personaggi compiono un cammino colmo di ostacoli per trovare un punto d’incontro comune, invitando noi che assistiamo a compiere il medesimo percorso in funzione di chi ci circonda, senza dare per scontata la nostra posizione, senza la presunzione di non sbagliare mai. Sia Gela che Nico, avendo età differenti, compiono degli errori, il punto di svolta è proprio la comprensione degli atteggiamenti sbagliati e la modifica di essi, in funzione del bene e del rapporto umano che i due costruiscono nel tempo. Nel complesso, quest’opera cinematografica ha molto da insegnare.
Per saperne di più:
https://cinema.cultura.gov.it/notizie/intervista-margherita-spampinato-gioia-mia-alice-nella-citta-2025/
https://www.mymovies.it/film/2025/gioia-mia/
https://www.filmtv.it/film/265770/gioia-mia/recensioni/1057707/
https://www.comingsoon.it/film/gioia-mia/67600/
https://tg24.sky.it/spettacolo/cinema/2025/12/12/gioia-mia-film
https://portalegiovani.comune.fi.it/urlnews/rubriche/15917.html
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Articolo di Rosina Paccone

Studente di Lettere moderne, con forte interesse verso la questione di genere, è appassionata di lettura, fotografia e cinema, come mezzi di trasmissione e informazione culturale. Ritiene che la cultura sia sinonimo di libertà, da diffondere e acclamare in tutte le sue sfaccettature.
