L’espressione “un affare di donne” può essere interpretata in diversi modi. A molti viene in mente un divorzio causato da una relazione extraconiugale; per altri può significare una questione fra vicine di casa e c’è chi pensa che si tratti di problemi ginecologici. A pochi viene in mente di associare il termine “affari” con il termine “donne” con altri significati, perché, si sa, le donne non capiscono niente di affari ed è meglio che non se ne occupino. Non parliamo poi di dirigere un’impresa: solo gli uomini hanno le competenze per avviare un’attività, farla funzionare, guidare il personale e addirittura farla rendere.
Questo però non è vero e oggi cercheremo di dimostrare come la realtà sia, e sia stata anche in passato, ben diversa.
All’inizio del 2025 le donne imprenditrici in Italia erano quasi 1.400.000, cioè il 22-23% delle imprese italiane. L’Italia è il Paese europeo con la più alta incidenza di donne imprenditrici, più di Germania, Francia e Spagna, anche se i pregiudizi contro le donne capitani d’impresa sono tali per cui in Italia solo il 3% degli Amministratori Delegati è donna, a fronte di una media europea del 7% e mondiale dell’8%.
Le statistiche generali mettono sullo stesso piano imprese individuali e imprese grandi e non chiariscono in quali settori operino (industria, agricoltura, servizi) né le loro differenze a livello tecnologico. Ma è ovvio che in questa sede le statistiche si usano soprattutto per sottolineare il ruolo dell’imprenditorialità, che è ritenuta un indicatore del potenziale di sviluppo economico di un Paese o di una regione. Più diffusa è l’imprenditorialità più il sistema è dinamico, in grado di adattarsi e di crescere, capace di affrontare il rischio e di stimolare l’innovazione.
Per quanto riguarda la provincia di Modena, le imprese al femminile sono più di 14.000, pari al 21,8% delle imprese locali, mentre in Emilia-Romagna il dato è leggermente inferiore (21,4%). In pratica, in provincia di Modena una impresa su cinque è guidata da una donna e il dato è in crescita, soprattutto per l’apporto delle imprenditrici di origine straniera. Ma se questa è la realtà di oggi, vediamo che anche in passato ci sono state donne modenesi imprenditrici.
Nel Settecento ne troviamo la prima traccia documentata: le sorelle Anna, Giulia, Marianna e Teresa Zibini, che per molti anni si dedicarono alla difficile arte della fabbricazione di corde armoniche per strumenti musicali ricavate da budella di animali. Ad avviare l’attività furono le due sorelle maggiori, Giulia e Teresa, che ottennero l’appalto ducale per la fabbricazione di “corde da suono”. Poi, non si sa se insieme alle sorelle maggiori o succedendo a loro, iniziarono l’attività anche Anna e Marianna. Era un lavoro delicato e difficile, che veniva chiamata anche “arte del cantinaro”, ed era in quel periodo un vanto di Modena, ma poi, dopo il ritiro delle sorelle Zibini nel 1803, andò perduta.
Di Adelaide Menotti Mazzoni, imprenditrice del truciolo nel XIX secolo e esperta nell’arte della treccia, abbiamo già parlato nell’articolo precedente.
Fra Ottocento e Novecento tre donne modenesi contribuirono in modo decisivo alla nascita e al consolidamento dell’azienda di famiglia. Nel 1886 Ernesta Cavazzuti Villani aiutò il marito Costante nella fondazione e nella crescita del Salumificio Villani, ancor oggi in attività. Nel 1860 Lucia Vandini Chiarli gestiva l’osteria “L’artigliere” a Modena, dove vendeva il vino prodotto dal marito, che ebbe un tale successo da far nascere la più antica azienda vinicola modenese, oggi ancora in attività: la “Cleto Chiarli e Figli”. Nel 1912 Giuditta Ferrari sposò Telesforo Fini e aprì una prima salumeria in corso Canalchiaro a Modena, a cui si unì ben presto un ristorante, dove venivano serviti i suoi straordinari tortellini. Seguirono poi una seconda salumeria, l’allargamento del ristorante e l’avvio della produzione, tuttora attiva, degli alimenti tipici modenesi a marchio “Fini”. Di queste tre donne, che mentre collaboravano con i mariti, si occupavano anche, tratto comune nella vita della maggioranza delle donne, della casa e dei figli (Ernesta Cavazzuti ne partorì nove, Giuditta Ferrari quattro), non resta alcuna traccia nella storia delle imprese che contribuirono a fondare.



A Elena Monari Federzoni per fortuna è andata diversamente. All’inizio del Novecento era esercente di un negozio di alimentari a Modena, nel quale vendeva anche l’aceto balsamico di sua produzione. Ebbe l’intuizione di aumentare la produzione di un aceto che aveva tanto successo di vendita e così, il 12 gennaio 1912, chiese al Ministero la licenza per il commercio di quello che in città viene ancora ricordato come l’aceto dal cadnaz (con il catenaccio), dalla sua prima originale etichetta. A partire dal 1920, l’Aceto Balsamico Monari Federzoni, così chiamato dai cognomi di Elena e del marito, fu regolamentato da un disciplinare e la famiglia decise di dedicarsi esclusivamente alla produzione di aceto. Nel 1970 la Monari Federzoni iniziò l’esportazione negli Usa, il primo aceto Igp a essere esportato. L’impresa Monari Federzoni esiste ancora oggi, a Solara di Bomporto, dove la famiglia si trasferì nel 1980, acquisendo anche ettari di vigneto dedicato esclusivamente alla produzione dell’aceto balsamico. Oggi l’azienda è gestita dalla quarta generazione della famiglia e nel 2024 ha messo in commercio un nuovo tipo di aceto in una bottiglietta di design, chiamato “Elena 1912” in onore della fondatrice.


Parleremo ora di due donne a cui sono invece state unanimemente riconosciute la competenza e l’abilità nella gestione di impresa in due dei settori trainanti dell’economia modenese: il tessile-abbigliamento e la ceramica.

Maria Bigarelli era nata a Carpi nel 1914. Di umilissime origini, fu costretta a interrompere la scuola elementare e trascorse l’infanzia e l’adolescenza lavorando in risaia, in una fornace e a servizio di una ricca famiglia di Modena. Nel 1932 si sposò con un venditore ambulante, Giordano Nora, e lo seguì in questa attività, arricchendola con una produzione artigianale di maglieria, tra i 500 e i 600 pezzi, che veniva portata per la vendita a Milano. La buona qualità dei prodotti fece sì che nel giro di pochi mesi la domanda superasse l’offerta, cosa che obbligò Maria e suo marito ad abbandonare l’ambulantato per dedicarsi a tempo pieno a questa attività che, seppure ancora impostata su criteri artigianali, impiegò i primi operai fissi e si affidò a piccole imprese familiari esterne per alcune fasi della lavorazione.
Finita la seconda guerra mondiale (era rimasta vedova nel 1944), col sostegno del secondo marito e l’investimento dei guadagni fino ad allora accumulati, iniziò la trasformazione industriale dell’impresa con una prima società, la “Maglificio Miriam s.n.c.”, che alla fondazione (1947) impiegava dodici operaie e che dopo soli tre anni si trasferì nel primo vero stabilimento industriale, dove lavoravano centodieci operaie e operai interni e che dava lavoro ad altre 200 persone all’esterno.
Negli anni del miracolo economico la produzione crebbe al punto da richiedere una diversificazione dell’attività. Le basi furono poste nel 1965 con la fondazione della “Carma”, una società per azioni con capitale di un miliardo di lire e uno stabilimento costruito ex novo di 5000 mq, in cui lavoravano 220 operai/e. La “Carma” venne affiancata nel 1967 dalla “Novitex” e nel 1974 dalla “Moditex s.p.a.”, il ramo confezioni del gruppo. Di tutte queste realtà Maria Bigarelli tenne sempre per sé la maggioranza delle quote azionarie, in modo da mantenere il controllo assoluto sulla gestione aziendale e sul processo produttivo. Si deve a lei l’avvio della meccanizzazione dei processi di lavorazione. Infatti la sua impresa è stata fra le prime a introdurre l’elettronica e a puntare sull’innovazione tecnologica. In quel periodo le aziende del tessile censite a Carpi erano 1184 con 8742 addetti interni, oltre all’indotto. Degli oltre 126 miliardi di lire di esportazioni del distretto tessile, il gruppo “Carma”, cioè Maria Bigarelli, ne deteneva circa il 15%. Purtroppo, la grave crisi del tessile-abbigliamento degli anni Novanta coinvolse anche la “Carma”, che fu posta in liquidazione alla fine di quel decennio, a pochi anni dalla scomparsa di Maria Bigarelli (2 febbraio 1991). Laboriosa e dinamica, ma riservata, Maria Bigarelli fu anche donna generosa e rispettosa dei contratti di lavoro: nelle sue aziende non ci sono mai state vertenze sindacali. Nel 2019 il Comune di Carpi le ha intitolato una strada e il 13 aprile 2025 una rotatoria.

Il settore ceramico modenese, che conobbe un grande sviluppo nel secondo dopoguerra, era quasi esclusivamente gestito da uomini, ma Afra Fontana Giacobazzi seppe farsi strada con successo. Figlia maggiore di un facoltoso proprietario terriero di Corlo di Formigine, a 17 anni, nel 1937, sposò Romeo Giacobazzi, di 12 anni più vecchio di lei. Dal matrimonio nacquero 4 figli. Condivise con il marito la scelta di investire nella ceramica fin dalla fondazione dello “Stabilimento Ceramico il Ragno” nel 1949. Nel 1955, il socio al 50% Vincenzo Gibertini decise di uscire dalla società e la sua quota fu rilevata da Afra Fontana. Nacque così uno dei sodalizi più consolidati del settore (Romeo Giacobazzi alla parte tecnica, Afra Fontana a quella amministrativo-commerciale), tale da portare alla metà degli anni Settanta l’allora “Ragno” ai vertici delle classifiche: 11 stabilimenti, 22 milioni di metri quadrati di piastrelle prodotti, oltre 2.600 dipendenti, una posizione di rilievo nel settore della grande distribuzione.
Pioniera dell’industria ceramica, grande lavoratrice, determinata, stimata e riverita, per tutti fu la “signora Afra”. Poiché aveva riservato a sé stessa la delega alle relazioni industriali, gli anni Sessanta-Ottanta la videro impegnata pure in momenti di grande conflitto sociale e sindacale. Anche nelle contrapposizioni riuscì però a mantenere un rapporto personale, diretto e rispettoso, con i/le dipendenti e con il sindacato, nonostante gli aspetti salariali e le condizioni di lavoro nelle fabbriche ceramiche costituissero un terreno di confronto e di scontro molto impegnativo.
Fu anche generosa benefattrice, consentendo con propri finanziamenti l’istituzione nel 1964 dell’asilo parrocchiale di Corlo di Formigine, dedicato alla Madonna della Neve e tuttora funzionante come scuola paritaria.


Da ultimo, ricordiamo Olga Cuoghi, che forse non può essere considerata propriamente un’imprenditrice, ma la cui determinazione e capacità di visione favorirono la nascita di un’impresa modenese conosciuta in tutto il mondo. Nata a Maranello pochi giorni dopo l’inizio del nuovo secolo (17 gennaio 1900), era chiamata la casareina, in quanto figlia di un casaro. Nel 1920 sposò l’amatissimo fidanzato Antonio Panini, con cui ebbe 10 figli (di cui due morti neonati). Trasferitasi a Modena, dove il marito era famiglio presso l’Accademia Militare, rimase vedova nel 1941 con quattro figli maschi e quattro femmine, tutti nati fra il 1921 e il 1931. Fu sua l’idea di acquistare nel 1945 l’edicola in Corso Duomo a Modena, che gestì fino al 1965, quando fu affittata. Olga Cuoghi aveva intuito che l’edicola poteva essere l’occasione per dare lavoro ai figli e mantenere la famiglia. Tramite quell’edicola i suoi figli si accostarono al mondo dell’editoria, dapprima con la vendita di vecchi numeri di giornali uniti a piccoli regali a sorpresa e poi con i francobolli, che Olga, fino alla fine della sua vita, staccava dovunque fossero disponibili e poi mescolava e confezionava in bustine.
Nel 1954 i figli di Olga fondarono l’Agenzia Distribuzione Giornali, da cui prese le mosse l’azienda editoriale, che fino al 1988 è sempre stata gestita dalla famiglia. Nel 1961 i fratelli Panini inventarono un prodotto editoriale del tutto nuovo, le figurine da collezionare, ricercare e scambiare. Inizialmente imbustate in casa a mano, negli anni a seguire le figurine avranno un enorme successo in Italia e all’estero. Nessuno sapeva come stamparle, tagliarle o confezionarle: i Panini crearono dal nulla le macchine necessarie e un’impresa che ancora oggi incanta ed entusiasma i ragazzi di tutto il mondo. Dopo una serie di passaggi di proprietà, anche internazionali, oggi il Gruppo Panini è tornato di proprietà italiana. Con sede a Modena e filiali in Europa, Usa e America Latina, la Panini, come viene familiarmente chiamata a Modena, è conosciuta in tutto il mondo come leader mondiale nel settore delle figurine adesive e delle figurine da collezione, nella pubblicazione e distribuzione esclusiva di fumetti, riviste per ragazzi e manga in Europa e America Latina.
Nell’ottobre 2012 il Comune di Modena ha commissionato una statua in onore di Olga Cuoghi, che è stata posizionata di fronte allo stabilimento Panini in via Emilio Po. Nel 2018 una statua commemorativa è stata apposta dal Comune di Modena in Corso Duomo, nei pressi del luogo ove sorgeva l’edicola da lei gestita per tanti anni.
L’imprenditorialità femminile, come si vede anche da questi pochi esempi, mostra sempre la sua specificità.
Dice l’Istat che le imprenditrici oggi hanno un livello di istruzione più elevato rispetto agli imprenditori (il 34,5% delle imprenditrici ha una laurea contro il 23,4% degli imprenditori). Il tasso di occupazione femminile in Italia è ancora distante dalla media europea, ma le imprenditrici assumono in maggiore quantità altre donne (il 54,2% contro il 38,5% degli imprenditori). Le imprese femminili mostrano una maggiore resilienza, anche se persistono ostacoli strutturali (primi tra tutti la conciliazione vita-lavoro e l’accesso al credito). Ma oltre a tutto ciò, va sottolineato che l’imprenditorialità femminile deve essere incentivata e sostenuta perché può essere fonte di benessere per tanti e rappresenta un alto livello di autonomia (personale ed economica) per una donna.
Quindi, siamo pienamente giustificate se ci auguriamo più “affari di donne” o, ancora meglio, più donne negli affari.
In copertina: targa stradale a Carpi per Maria Bigarelli.
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Articolo di Roberta Pinelli

Ho lavorato per 42 anni nella scuola pubblica, come docente e dirigente. Negli anni fra il 2019 e il 2024 sono stata Assessora alle Politiche Sociali del Comune di Modena. Mi occupo da sempre di tematiche femminili e ho pubblicato un Dizionario biografico delle donne modenesi.
