Ho partecipato il 20 gennaio scorso a un interessante corso di aggiornamento, organizzato dall’Odg (Ordine dei giornalisti) del Lazio, dal titolo “Donne nei media: monitoraggi di genere e invisibilità”. L’interesse è derivato dalla opportunità di ricevere, concentrate in uno stesso evento, tante informazioni e dati presentati da relatrici e relatori di grande professionalità.
Il corso ha affrontato il tema della presenza delle donne nei media e delle giornaliste nelle redazioni, e soprattutto dell’importanza dei monitoraggi per la valutazione corretta della gender equality nei media. A moderare il seminario Alessandra Mancuso, dell’associazione GiULiA (Giornaliste Unite Libere Autonome), sostituiva Roberta Lisi, segretaria di GiULiA, impossibilitata a partecipare.


La prima relatrice, Monia Azzalini, dell’Osservatorio di Pavia, ha presentato i risultati del 2025 del GMMP (Global Media Monitoring Project), che monitora la differenza di genere nel settore dei media con rilevazioni, elabora statistiche e valuta la presenza delle donne nelle notizie sia come oggetto sia come fonte delle notizie; inoltre analizza le pratiche giornalistiche in una prospettiva di genere. Il Global Media Monitoring Project ci fornisce i dati relativi all’Italia da trent’anni, infatti dal 1995 aggiorna le sue rilevazioni statistiche ogni cinque anni. Il settore dei media è strategico per valutare la parità, ma purtroppo le donne vi sono poco rappresentate. A parte le ovvie differenze fra le testate derivanti dai diversi target di mercato, il Global si basa soprattutto sulle notizie che sono una finestra sul mondo: i dati vengono raccolti da 34 testate giornalistiche, tradizionali e digitali, da 459 notizie, di politica, di economia, di sport, di salute, di questioni sociali. La percentuale delle donne nelle notizie dei media dal 1995, quando si attestava al 7%, è salita al 24% nel 2000, ma nel 2025 è arretrata al 18%.
Anche la visibilità delle donne nel 2025 ha subito un crollo e ora si attesta al 21% nei giornali, e al 10% nella radio.
Il 55% delle presenze è dovuto a donne che vengono intervistate sulle loro esperienze, scarseggiano invece le esperte, le opinion makers, che sono solo il 30%; sono per lo più maschi gli esperti e sono sempre gli stessi. La percentuale aumenta nei media digitali e con le conduttrici TV che sono il 66% per cui si parla di “effetto vetrina”. Tra gli argomenti trattati solo il 3% fa riferimento a dis/uguaglianze di genere. Il 14% sono le donne oggetto di una vittimizzazione secondaria, cioè sono le vittime colpevolizzate (del tipo “se l’è meritato”, “si vestiva in maniera eccentrica”, “ha rifiutato la protezione”).

Vittorio di Trapani, presidente della Fnsi (Federazione nazionale stampa italiana), è intervenuto a confermare l’importanza dei dati che descrivono la realtà e impediscono valutazioni basate su una illusoria percezione. Colpiscono l’assenza delle esperte, che pur non mancano, e quella delle donne alla guida dei giornali. Abbiamo fatto tanta strada, ma ancora bisogna farne e l’intervento si è concluso con l’augurio che il monitoraggio di questi dati sia fatto almeno una volta all’anno.
Roberta Callini, del Centre for Media Pluralism and Media Freedom (Cmpf), docente presso l’Istituto Universitario Europeo, da remoto ha presentato i risultati del Media Pluralism Monitor che prende l’eguaglianza di genere come uno degli indicatori del pluralismo dei media nei paesi europei. Ha avvertito subito che i dati provengono dall’Inps, cioè riguardano giornaliste dipendenti e non comprendono giornaliste a contratto e le partite Iva. Da quei dati risulta che l’occupazione giornalistica fra donne e uomini è molto equilibrata; tra le donne sono più le under 30, che le over 60, e i maschi sono in leggera maggioranza.

Nella retribuzione invece c’è grande scarto, e il gender gap retributivo aumenta al crescere del reddito, così che nelle fasce più alte delle retribuzioni c’è solo un terzo di donne. Nella categoria free lance le retribuzioni sono ancora più basse e più pronunciate le differenze di genere. Per quanto riguarda la presenza femminile all’interno dei Cda, risulta che in quelli delle TV private le donne sono quasi la metà, sono invece completamente assenti alla direzione delle principali testate nazionali.

Poiché invece sono numerose le croniste di guerra, è giustificata la battuta: «È più facile mandarci in guerra che alla direzione di qualcosa». Avere donne alla direzione dei giornali è condizione necessaria ma non sufficiente, non è sempre rilevante dal punto di vista del sostegno attivo alla rivendicazione, perché in qualche caso si è visto che arrivate alla direzione alcune non si sono impegnate per la parità di genere. La rilevazione in quest’ottica conclude che il rischio di non raggiungere una effettiva eguaglianza di genere nei media è calcolato per l’Italia alto: in particolare l’Italia è al terzo posto della classifica, a causa della scarsa rappresentanza delle donne nei media e della loro assenza nei ruoli di direzione giornalistica.

Come contributo al miglioramento della situazione attuale la relatrice ha proposto tre soluzioni: raccogliere dati, pretendere di fare carriera, rifiutare, denunciare situazioni in cui non ci sono donne.

Maria Luisa Villa è coautrice della rassegna stampa Sui Generis, curata dal 2020 da un team di giornaliste di GiULiA Lombardia, e basata su quindici quotidiani. Sulla base di questo costante monitoraggio è stato realizzato il lavoro “Come si parla di donne”, che offre uno sguardo critico su come i media narrano il genere, evidenziando stereotipi, progressi e criticità e misurando la discriminazione di genere anche nello spazio offerto nei giornali alle firme femminili. L’osservatorio spazia su numerosi aspetti che qui riporto brevemente.

La relatrice ha iniziato denunciando la mancanza di firme femminili in prima pagina e nelle interviste. Solo due quotidiani hanno un osservatorio sull’inclusione e sulla parità e in effetti in questi giornali ci sono più firme femminili. Nei commenti in prima pagina manca completamente lo sguardo femminile.

Le donne intervistate appartengono soprattutto all’ambiente dello spettacolo. Anche sul femminicidio si intervistano più uomini che donne. Le giornaliste corrispondenti dall’estero sono tante ma i commenti sono tutti fatti da uomini. Il Corriere dello Sport, il giornale più letto d’Italia, cita le donne solo quando vincono. Altro tema è il linguaggio: declinare al femminile i titoli professionali è necessario perché fa emergere il talento delle donne. Un malvezzo è ad esempio chiamare le donne per nome, Giorgia, Ely, nessuno per Mattarella direbbe Sergio. La parola “raptus” per fortuna sta scomparendo dai giornali, d’altra parte non ha nemmeno valenza giuridica. La relatrice infine ha criticato la spettacolarizzazione del femminicidio, e ha denunciato il rischio che la presentazione del caso conduca a simpatizzare per l’omicida, quando la donna ammazzata è anziana o malata.
Ultima a parlare, da remoto, è Linda Laura Sabbadini, statistica e autrice de “Il paese che conta”. Per lei i numeri non sono mai neutri. L’occupazione femminile nel nostro Paese nel 2025 è scesa al 53,8%. Quasi la metà delle donne non lavora, non è quindi indipendente ed è più soggetta a violenza domestica. Il numero è molto distante da quello degli altri Paesi europei, in più siamo ultimi. Dal 2008 in poi ci sono state la crisi, la pandemia, l’inflazione, con la conseguenza che si è fermata la crescita verificatasi in precedenza ed è raddoppiata la povertà. In questi 17 anni le giovani fino a 34 anni non hanno fatto alcun passo in avanti, solo l’occupazione delle ultracinquantenni è cresciuta, ma questa stagnazione riguarda anche i maschi. Le ultracinquantenni occupate sono aumentate perché hanno investito nella formazione. La laurea è fondamentale. Nel Sud Italia, che è fortemente diseguale al nord, mentre le giovani donne che lavorano, anche diplomate, sono una su tre, il tasso di occupazione delle laureate supera il 65%. Determinante quindi è la formazione. Le donne sono andate avanti da sole. Non c’è stata un’iniziativa politica, c’è stata cecità politica, ed è mancata qualsiasi strategia per promuovere l’occupazione femminile e la responsabilità è di tutti i governi succedutisi in questi decenni. Il dato negativo dipende anche dal persistere degli stereotipi, dal sovraccarico del lavoro di cura che ricade tutto sulle spalle delle donne che sono costrette a part time o a lavori precari e il part time in molti casi non è una scelta, ma un obbligo. Altra causa consiste nelle scelte di studio fatte dalle donne, che preferiscono formarsi di più nelle materie umanistiche piuttosto che in quelle scientifiche e i lavori che quella formazione offre non consentono progressi né di carriera né di stipendio. Sabbadini ha concluso affermando che gli stereotipi non si possono cancellare perché vengono trasmessi inconsapevolmente, ma attraverso la formazione se ne può prendere consapevolezza. E ha suggerito di introdurre nei corsi universitari di comunicazione una materia fondamentale, gli stereotipi di genere, perché inserire le donne nei media è una occasione di credibilità.
Si è dato poi spazio alle domande dal pubblico. Sono intervenuta ribadendo che la questione del linguaggio riguarda la correttezza grammaticale oltre che il rispetto del genere e chiedendo perché, trattandosi di errori, non vengano corretti, e si continua a perpetrare lo stereotipo delle professioni declinate al maschile.
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Articolo di Livia Capasso

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, ha insegnato Storia dell’arte fino al pensionamento. Tra le fondatrici dell’associazione Toponomastica femminile e componente del Comitato scientifico della Rete per la parità, ha scritto Le maestre dell’arte, uno studio sull’arte fatta dalle donne dalla preistoria ai nostri giorni e curato La presenza femminile nelle arti minori, ne Le Storie di Toponomastica femminile.
