«Se stava così bene in Argentina, perché l’avete portata qui?». Apparentemente una domanda semplice, che nasce senza retorica, con la limpidezza di chi a otto anni non ha ancora imparato a convivere con le contraddizioni del mondo adulto; questo candido interrogativo richiede una spiegazione onesta — non vuole certo indagare le colpe — ma, proprio per questo, costringe a fare i conti con scelte che non si possono giustificare senza metterle in discussione.
La nutria — racconta una fiaba — viveva tra fiumi immensi e spazi sconfinati del Sud America: acqua, vegetazione, predatori naturali, un equilibrio e una casa costruiti pian piano nel tempo; e poi qualcuno ha deciso che — perché no? — poteva diventare una pelliccia: il suo viaggio è iniziato quando è stata imbarcata, allevata, trasformata e commercializzata. Qualche tempo dopo, quando il mercato aveva volto lo sguardo verso altri orizzonti di sfruttamento, la pelliccia non risultava più tanto conveniente e così le gabbie si sono aperte (per disfarsene, ovviamente, e “senza sporcarsi le mani”)… Eppure, la natura è dotata di una potenza intrinseca che non sempre si presta al volere umano e, per questo, il suo corso può farsi inaspettato e sorprendente: in qualche angolo remoto di Terra, così, è riuscita a preservare i suoi figli e le sue figlie che, liberi/e dalla loro prigionia, hanno potuto fare esperienza del vero mondo. Purtroppo, però, questa storia non ha un lieto fine e questi animali si ritrovano ad attraversare le strade provinciali illuminate dai fari delle auto, scavano argini lungo i canali di bonifica fino a comparire nei campi coltivati della Pianura Padana; sono diventati un elemento di disturbo, un problema pubblico, una voce nei piani di contenimento.
A questo punto, come potremmo replicare al quesito iniziale? Perché «l’abbiamo portata qui»? Per rispondere dobbiamo constatare che non si tratta semplicemente della storia di un animale, ma di un modello economico incentrato sul profitto che trasforma gli esseri viventi in risorse temporanee e arbitrariamente gestibili; ma c’è anche una responsabilità politica che non ha governato le conseguenze di una scelta industriale scellerata; e, soprattutto, c’è l’idea profondamente radicata che la natura sia disponibile finché conviene, e sacrificabile quando non serve più.
L’indagine di questi legami contradditori ha preso forma all’interno di Considera l’armadillo, la trasmissione condotta da Cecilia Di Lieto che da anni si configura come spazio di confronto sui diritti degli animali e sul rapporto tra società ed ecosistemi, un programma capace anche di interrogare le responsabilità umane senza semplificazioni. Ospite della puntata è Andrea Ladina, già presidente della Commissione Ambiente della Provincia di Cremona, territorio tra i più coinvolti dalla presenza delle nutrie lungo l’asse del Po e dei canali irrigui della Pianura Padana. Ladina porta in studio un libro, da cui prende spunto l’incipit di questo articolo: La nutria Josefina vuol tornare in Argentina, illustrato da Giuliana Mancini. Un volumetto illustrato, destinato alle fasce d’età più piccole, che in realtà si configura come un importante strumento. Perché scegliere, quindi, la forma della fiaba per affrontare un tema così spinoso? La risposta è pedagogica e, nondimeno, politica: parlare ai più piccoli e piccole significa scardinare la narrazione dominante prima che si cristallizzi e intervenire preventivante su convinzioni potenzialmente dannose. Nel racconto, Josefina vive nei grandi fiumi sudamericani, in un ecosistema vasto e complesso, ed è parte di un equilibrio, di un ecosistema. Il conflitto nasce altrove quando la logica economica la trasforma in materia prima per l’industria della pelliccia, e la sua migrazione viene volutamente indotta. Quello che ne risulta è una scelta produttiva che, nel momento in cui diventa non più redditizia, lascia dietro di sé una conseguenza ambientale in-governata. La forza del libro risiede proprio nella volontà di ribaltare il punto di vista, in cui la nutria non è il problema originario, ma l’effetto conseguente di una decisione politica ed economica. Raccontarlo a bambini e bambine, attraverso immagini e simboli, significa introdurre il concetto che gli errori collettivi hanno effetti concreti sul pianeta e, in quest’ottica, la vita di ogni essere vivente diventa essenziale e merita di essere preservata.
Per capire perché la nutria sia oggi così diffusa in Pianura Padana bisogna tornare indietro di quasi un secolo e attraversare l’oceano, fino ai grandi bacini fluviali tra Argentina, Paraguay e Brasile, dove il Myocastor coypus viveva lungo corsi d’acqua immensi, in ambienti estesi e con una pressione umana incomparabile rispetto a quella europea, dentro ecosistemi che comprendevano anche predatori naturali come puma, giaguari e caimani. Il punto di non ritorno è arrivato quando sono entrate in scena le logiche di mercato: tra gli anni Trenta e Sessanta questa specie viene importata in Europa per l’industria della pelliccia, allevata e selezionata fino a diventare un prodotto. Quando la richiesta è diminuita è rimasta in sospeso la questione di migliaia di esemplari allevati e ormai privi di valore economico: in assenza di una gestione strutturata della dismissione degli allevamenti, questi animali sono stati liberati in modo da risparmiare sui costi di smaltimento, con conseguenze ambientali che hanno impattato significativamente sul territorio.
In Pianura Padana le nutrie hanno trovato un clima relativamente mite e soprattutto l’assenza di grandi predatori, due condizioni — insieme alla presenza di acqua e vegetazione — che ne hanno favorito la diffusione rapida lungo fiumi e canali irrigui, fino a trasformarle in una presenza stabile in molte province del Nord Italia. Oggi si parla di milioni di esemplari, cifre che alimentano l’allarme ma che non si possono leggere senza ricordare che questi animali non hanno attraversato l’oceano da soli, non hanno scelto di essere allevati né di insediarsi in un nuovo ecosistema, ma sono il risultato di una filiera economica interrotta senza un’organizzazione programmatica delle conseguenze. I problemi attuali (fra cui, ad esempio, argini indeboliti dalle tane, danni alle coltivazioni, costi di bonifica per i consorzi) sono certamente concreti e non vanno sottovalutati, soprattutto in un territorio ad altissima densità produttiva; tuttavia la narrazione delle nutrie come “specie invasiva” rischia di semplificare una vicenda che nasce da decisioni umane e da un vuoto gestionale. Il senso di emergenza che risulta nel dibattito, viene spiegato, è controproducente: non siamo di fronte a una minaccia sanitaria diffusa né a un pericolo sistematico per le persone, bensì dobbiamo fare i conti con una criticità che richiede manutenzione, prevenzione e interventi mirati. Il vero rischio è, invece, sul piano etico: in un paesaggio interamente organizzato per la produzione e l’abitazione, ciò che appare estraneo e fuori misura diventa facilmente un intruso da eliminare e i piani di contenimento (dalle catture agli abbattimenti straordinari), rispondono spesso a contingenze immediate; concentrarsi solo sulla presenza di una specie considerata “potenzialmente dannosa” rischia di lasciare intatta la condizione strutturale che ne ha permesso la diffusione, eludendo la questione di fondo: se la nutria è qui per una scelta umana, fino a che punto è corretto trattarla come un errore da cancellare?
Per trattare quest’argomento possiamo rivolgerci alla storia che Andrea Ladina racconta in La nutria Josefina vuol tornare in Argentina, una fiaba, possiamo dire, moderna. Nel racconto, di fronte alla presenza inattesa della nutria, non serve organizzare una battuta di caccia né si dichiara uno stato d’assedio, ma viene convocato un concilio degli animali, un’immagine quasi archetipica che suggerisce che la soluzione auspicabile, quando qualcosa rompe l’equilibrio, dovrebbe essere capire cosa è avvenuto, e non distruggere. La risposta è simbolica, ma non per questo meno potente: la musica di Orfeo, richiamo colto alla tradizione musicale di Cremona, accompagna le nutrie fuori dai fossi e lungo il fiume fino a cinque caravelle che le riportano in Argentina; di certo un finale impossibile nella realtà, ma estremamente significativo sul piano pedagogico, perché restituisce la dovuta dignità all’animale.
In un dibattito pubblico che spesso scivola verso l’allarmismo e la negazione, raccontare questa storia ai bambini/e sposta l’attenzione dalla reazione immediata alla costruzione di una visione consapevole per il futuro e suggerisce che la convivenza, per quanto imperfetta, possa essere più matura della cancellazione. Nell’ultima scena della fiaba, un bambino chiede al padre cosa accadrà alle nutrie rimaste e il padre, ammettendo l’errore, parla di tempo e pazienza — due parole che suggeriscono un approccio rispettoso di tutte le forme di vita: il tempo ci porta ad accettare che le conseguenze di una scelta economica non si cancellano con un’ordinanza; la pazienza, invece, significa resistere alla tentazione di risolvere tutto eliminando il problema visibile.
La questione della nutria ci fa riflettere ancora sul nostro rapporto con l’ambiente e mostra quanto siamo abituati/e a vedere la natura come uno spazio da gestire e modificare secondo le nostre esigenze: introduciamo specie preziose quando ci fanno comodo, le sfruttiamo finché sono utili e le combattiamo quando diventano problematiche, e questo ci costringe a fare una distinzione tra problema e colpa, tra criticità e nemico.
Copertina: foto di Stepan Konev su Unsplash
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Articolo di Nicole Maria Rana

Nata in Puglia nel 2001, studente alla facoltà di Lettere e Filosofia all’Università La Sapienza di Roma. Appassionata di arte e cinema, le piace scoprire nuovi territori e viaggiare, fotografando ciò che la circonda. Crede sia importante far sentire la propria voce e lottare per ciò che si ha a cuore.
