Diario di una Presidente di seggio

Un’ora e mezza soltanto, ma necessaria e solenne a modo suo. Alle sedici in punto ci ritroviamo in cinque intorno al tavolo, quattro donne di età molto diverse e un ragazzo poco più che maggiorenne: è sabato 21 marzo, ore 16.00: l’insediamento del seggio elettorale per il Referendum costituzionale, in una piccola scuola elementare di una provincia del nord-ovest. Verbali da compilare, urna da montare, schede da contare e ricontare, firme da apporre. Con noi, discreti e gentili, ci sono anche loro, due agenti di polizia, un uomo e una donna incaricati di garantire la sicurezza del seggio. Li osservo sistemarsi vicino all’ingresso con quella compostezza tranquilla di chi sa fare il proprio lavoro, senza pesare, e fin dal primo momento contribuiscono a creare un clima sereno, quasi familiare. E poi ci sono i/le componenti dell’altro seggio, allegre e accoglienti come noi, e ci scambiamo torroncini al pistacchio e caffè caldo per tenerci sveglie. In fondo siamo in dodici a condividere l’atmosfera intima e complice di questi tre giorni.
Fuori, dalla finestra, un ciliegio in fiore bianco e rosa incastonato nella cornice del cielo di marzo, sembra messo lì apposta. Lo guardo un momento mentre aspetto che si finisca di leggere il verbale. «È un buon segno» — penso — e spero che lo sia davvero.
Alle 17.30 abbiamo finito. Usciamo nell’aria fresca del tardo pomeriggio con la consapevolezza silenziosa di chi sa cosa si augura per i prossimi due giorni. Non ce lo diciamo per discrezione e deontologia, ma mi piace pensare che lo sappiamo tutte e tutti.

Domenica 22 marzo: la votazione. Sedici ore di seggio. Si apre alle sette e si chiude alle ventitré, e in mezzo c’è tutto: la stanchezza, la sorpresa, l’emozione, qualche rimpianto.
La sorpresa arriva presto: la gente viene a votare. Viene davvero, e in numero considerevole, inusuale per un referendum. I dati dell’affluenza, man mano che scorrono sul display del telefonino tra una pausa e l’altra, ci lasciano senza parole. Percentuali che non ti aspetti, in un Paese che sembrava aver smarrito l’abitudine alla partecipazione. È coscienza civile? È il peso di una domanda che la gente sente urgente? Non lo so, ma c’è qualcosa nell’aria — la stessa aria del ciliegio in fiore oltre la finestra — che sa di risveglio.
Il clima generale resta meraviglioso per tutto il giorno. Gli elettori e le elettrici entrano con rispetto, spesso con un sorriso. I due agenti salutano, indicano il seggio di appartenenza, scambiano qualche parola con i più giovani, non è sorveglianza, è presenza amica. Alcuni momenti sembrano quasi irreali, nel senso bello del termine, un piccolo teatro civile in cui ognuna/o recita la propria parte con dignità e convinzione.
Nel pomeriggio arrivano le persone più anziane. Tante, tantissime. Molte in carrozzina, qualcuna con il deambulatore, altre sorrette sottobraccio da figli, figlie e nipoti che le accompagnano con una pazienza e una delicatezza che mi commuove. Mentre le osservo avvicinarsi all’urna, penso: quante elezioni hanno vissuto? Quante battaglie democratiche portano scritte addosso? E per chi avranno votato, questi nonni e queste nonne che hanno fatto la fila pur di esserci? Non lo saprò mai, ma la loro presenza è già una risposta.
Entrano poi tre uomini, quasi insieme, con quella timidezza discreta di chi non vuole sbagliare. Sono stranieri — lo intuisco subito e ne ho la conferma quando appongo il timbro e annoto la data sulla loro tessera elettorale — e tengono in mano i documenti con una cura quasi reverenziale. Per loro è la prima volta, la prima volta in assoluto. Me lo dice uno di loro con un sorriso largo, un po’ emozionato: «Prima volta che voto in Italia». Mi si stringe qualcosa in petto, nel senso buono. Questa è l’inclusione vera, quella che non si decreta per legge ma si vive qui, in un seggio di provincia, davanti a un’urna di cartone. Si sentono italiani perché lo sono.
Consegno le schede e li vedo entrare nella cabina ma sarà solo dopo, in sede di scrutinio, che noterò le loro firme apposte sul riquadro del quesito referendario. Resto un attimo ferma e capisco: probabilmente non sapevano come si votasse, non avevano mai visto una scheda elettorale e io non glielo avevo spiegato. Avrei dovuto mostrare il segno, la croce, il gesto semplice che vale un’opinione. Non l’ho fatto, presa dalla routine burocratica del riconoscimento formale, e me ne dispiaccio ancora adesso mentre scrivo. Quelle schede, che abbiamo ovviamente dovuto annullare, pesano un poco sulla coscienza.
La giornata si chiude alle ore ventitré e cinque minuti dopo aver sigillato la fessura dell’urna col nastro adesivo e chiuso la porta a chiave lasciando le luci accese, perché così prescrivono delle norme anacronistiche e niente affatto sostenibili. Tanta stanchezza, ma dobbiamo resistere, c’è ancora domani.

Lunedì 23 marzo, la chiusura e lo scrutinio. Ci aspettano altre otto ore di voto, dalle sette alle quindici. Il flusso del mattino è più quieto, quasi raccolto. Arriva chi è in ritardo, che è nell’indecisione fino all’ultimo momento, diverse/i giovani che sono venuti con la faccia ancora assonnata, però sono venuti ed è già tanta roba, come direbbero loro. Tra questi ultimi votanti, mi fermo a guardare i ragazzi e le ragazze con una tenerezza particolare, da ex insegnante di diritto ho sempre sperato di seminare in loro quell’amore per la Costituzione, che per me non è mai stata solo materia di studio ma ragione civile, una radice comune. Vedere giovani ai seggi mi apre il cuore ogni volta.
Alle quindici in punto le porte si chiudono. Anche i due agenti si avvicinano, curiosi e partecipi come lo siamo noi. Si comincia.
Lo scrutinio è velocissimo: un’ora e mezza appena, e alle sedici e trenta abbiamo finito tutto. Quando l’ultimo numero è scritto e la somma è fatta, restiamo un secondo in silenzio. Poi esplodiamo. Un urlo solo, tutti insieme, liberatorio, improvviso, sincero. Nessuno lo aveva pianificato, nessuno lo aveva detto prima, eppure eravamo tutti lì a tifare per la stessa cosa. I NO hanno vinto e noi, senza saperlo, lo speravamo tutte e tutti da sabato pomeriggio.
Guardo i dati nazionali: i voti delle e dei giovani sono quelli che hanno determinato la vittoria dei NO. I giovani, quei giovani. Trent’anni a insegnare diritto, a cercare di far amare quella Costituzione nata dalla Resistenza, scritta da chi aveva conosciuto il buio e voleva costruire qualcosa di solido e giusto e oggi so che qualcosa è rimasto — non so se nelle mie classi, non lo saprò mai con certezza — ma le giovani e i giovani di questo Paese hanno comunque capito, hanno scelto.


Lascio il seggio nel pomeriggio ancora luminoso, e penso — non so bene perché, forse per l’emozione, forse per la gioia — a quella mattina del 3 giugno 1946, il giorno dopo il Referendum istituzionale che chiamò alle urne cittadine e cittadini per scegliere la forma di Governo del dopoguerra. Penso a come si saranno svegliate/i coloro che avevano sperato e lottato per la Repubblica, con quella sensazione di aver voltato pagina, di aver scelto davvero il proprio destino. Qualcosa di simile, in scala diversa e in tempi diversi, l’ho avvertita anch’io oggi, una continuità sottile, quasi un filo che attraversa i decenni e lega i seggi e le mani di donne e uomini che piegano le schede e le depongono nell’urna.
Porto con me la stanchezza di questi tre giorni che non dimenticherò facilmente, qualche rimpianto per quegli elettori stranieri ai quali non ho saputo spiegare abbastanza ma anche una gioia quieta, profonda, che assomiglia alla speranza: con il ciliegio in fiore e la Costituzione salvata dalla nostra meglio gioventù, sento nell’aria la carezza leggera di una nuova primavera che sta arrivando.

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Articolo di Serena Del Vecchio

Laureata in Giurisprudenza e specializzata nel sostegno didattico a studenti con disabilità della scuola secondaria di secondo grado, è stata a lungo docente di diritto ed economia e da più di dieci anni svolge con passione la professione di insegnante di sostegno. Sposata e madre di tre figli (tutti maschi!), ama cantare, leggere e andare al cinema, dividendosi fra Roma, dov’è nata, e la Valle d’Aosta, dove vive e lavora.

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