Ci avevano presentato il quesito referendario come “squisitamente” tecnico mentre era profondamente politico: che cosa c’è di più politico degli articoli della Costituzione, ossia della legge delle leggi, patto solenne che ci tiene insieme in quanto cittadini e cittadine della Repubblica democratica?
Avevano titolato “referendum sulla giustizia” mentre non riguardava la giustizia ma la magistratura; non i processi, la cui lentezza sarebbe rimasta immutata, ma i rapporti tra i poteri dello Stato. A dimostrarlo, le esternazioni e le voci dal sen fuggite dei ministri, dei sottosegretari, delle “zarine” del Ministero di giustizia, impegnati in un’opera concorde di delegittimazione e di insulti ai giudici singoli e associati: la mala pianta della magistratura va messa sotto controllo, le “toghe rosse” “plotoni di esecuzione” vanno fermate, i reati da contestare devono essere quelli che indica il governo, “lasciatelo lavorare”.
Silenziate le Camere su testi blindati, addio separazione e indipendenza dei poteri, principi cardine della democrazia liberale; addio Montesquieu, povero vecchio illuso superato dai tempi postmoderni così dinamici, così assertivi.
Che a questo governo piacciano poco i controlli, siano giudiziari, politici o sociali, d’altronde era già stato ampiamente dimostrato fin dai suoi primi provvedimenti repressivi. Intende eliminare il dissenso negando ogni contraddittorio, vietando o reprimendo le manifestazioni, inventando reati, controllando l’informazione, esautorando il Parlamento, irreggimentando scuola e università: tasselli di un unico progetto istituzionale di deriva autoritaria, che simmetricamente alleggeriva per i potenti e i colletti bianchi il rischio di sanzioni. La magistratura doveva essere messa all’angolo in modo che l’uomo/donna forte potesse essere trionfalmente insediato/a con poteri illimitati a Palazzo Chigi.
Per nascondere questi intenti una campagna elettorale violenta e spregiudicata ancora una volta aveva sdoganato il cinismo.
Nonostante la complessità della materia, la propaganda si era ridotta a slogan, spesso menzogneri, nel solito format dello spettacolo e nella solita arrogante occupazione permanente delle reti televisive. Riferimenti spericolati alla cronaca (Garlasco, la famiglia nel bosco, stupratori e pedofili in libertà, e — tanto per cambiare — la questione migratoria), mistificazione sugli effetti del sì (in che modo avrebbe dovuto accrescere l’efficienza della macchina giudiziaria, perché avrebbe dovuto richiamare i “cervelli in fuga”, come avrebbe potuto ridare slancio all’economia?), richiamo forzoso al mito del “perseguitato” Berlusconi e perfino alla vicenda amara di Enzo Tortora, lusinghe ai finti democratici e ai giuristi di tutte le stagioni. Perfino accise sulla benzina ribassate per venti giorni.
Nonostante tutto questo (o forse stufa di tutto questo) l’Italia ha scelto con chiarezza, in un modo che fino a poco fa sembrava impensabile anche agli “esperti” dei sondaggi.
NO.
Niente pasticci, vogliamo giudici autonomi, senza timori reverenziali, come presidio della democrazia.
Buona l’affluenza inattesa, che ha sfiorato il 60% arrivando a punte di oltre il 70% (la maggiore dal 1946), pesante la sconfitta del governo, bocciato con più di 7 punti di scarto.
Sconfessate le previsioni, si incrina la favola della disaffezione popolare: se si recupera la motivazione, se c’è la possibilità di un libero voto di opinione la politica torna a essere attraente, i giovani tornano a farsi sentire, altro che apatia. Abbiamo assistito all’impegno di moltissime persone nei banchetti, nelle assemblee, nelle riunioni, nei dibattiti, nei luoghi di lavoro, sui social, nelle argomentazioni in famiglia e tra amici: abbiamo fatto parte di una società civile che non coincide con i campi politici, che ha voglia di futuro ma non si mobilita per i santini o per le mancette clientelari da parte di chi chiede la delega (una bella lezione per le prossime elezioni).
Il sì si afferma solo in tre regioni, vince solo nei centri sotto i 10 mila abitanti; il no è trasversale perfino ad Arcore. Nel complesso l’11% degli elettori e delle elettrici di destra non ha seguito le indicazioni del partito. La bocciatura è stata trainata dalle generazioni più giovani e dalle grandi città (in testa Napoli), e a sorpresa ha avuto successo nel sud anche nelle regioni governate dal centrodestra.
Il campo delle riforme istituzionali si è dimostrato ancora una volta impervio e bisognerà fermarsi prima di introdurre il premierato, nonostante la parola d’ordine sia e sia stata chiamare fin d’ora premier l’attuale presidente del consiglio.
L’affluenza non è solo un numero. Una piccola parola come NO ha una forza dirompente, quando gli equilibri più delicati si incrinano.
Vecchia? Usurata? Superata? Gli italiani e le italiane amano la loro Costituzione e la proteggono; dicono con orgoglio che è la più bella del mondo. È una forma di patriottismo non bellicoso e non retorico, in fondo la stessa che rende il Presidente della Repubblica l’uomo politico più amato nel Paese.
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Articolo di Graziella Priulla

Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.
