Editoriale. Il caso Pelicot e la mostruosa banalità del patriarcato 

Generalmente non sono solito appassionarmi ai casi di cronaca, mi hanno sempre dato l’idea di un interesse morboso fine a sé stesso, niente di più di un modo per farsi gli affari altrui. 
La vicenda di Gisele Pelicot, la donna abusata da oltre 50 uomini reclutati dal marito che la drogava, ha rappresentato in questo senso un’eccezione. Sul tema sono stati pubblicati tre libri di cui consiglio vivamente la lettura.  
Ognuno di questi libri approfondisce e ripercorre in maniera quasi complementare e da prospettive diverse il tema della violenza maschile partendo da un caso che costituisce un punto di incontro delle più vergognose dinamiche troppo spesso sommerse e clandestine e che forse adesso trovano solo il modo di venire alla luce, così come accaduto per Pelicot, in modo del tutto casuale. 
Una storia di (stra)ordinari degrado e perversione di un uomo e la condivisione con decine di sconosciuti trasversalmente rappresentanti di ogni classe sociale di Francia. 
La figlia di Dominique Pelicot, Caroline Darian — questo è lo pseudonimo utilizzato fondendo i nomi dei suoi fratelli David e Florian — ha scritto Ho smesso di chiamarti papà, raccontando con una buona dose di comprensibile e umana delusione il risentimento verso un padre che si rivela un essere irriconoscibile e con cui la figlia, una volta scoperto tutto, cerca di recidere ogni legame, partendo — guarda un po’ — dall’eliminazione del cognome, a dimostrazione di quanto, anche in una vicenda agghiacciante come questa, un elemento simbolico di riconducibilità e riconoscibilità giochi un ruolo sul piano psicologico e sociale.  
Scelta diversa da Gisele, che ha invece volutamente mantenuto il cognome del marito e fatto del ribaltamento del senso di vergogna uno dei messaggi più forti da lanciare, sostenere e rivendicare. La vergogna deve cambiare lato, dice ossessivamente. 
Dalla lettura del libro Un inno alla vita scritto dalla stessa Gisele emerge uno spaccato molto credibile di una vita imperfetta, una lucida e onesta rivisitazione di una relazione di coppia fatta di inciampi, imperfezioni, perdoni, problemi quotidiani che per cinquant’anni ci si perdona nella consapevolezza che l’amore sia accettarsi e col passare del tempo significhi stare insieme nonostante e non per. Finché quella scoperta casuale non fa crollare un castello, tremare le gambe, perdere qualunque certezza esistenziale. 
Finché quel poliziotto non le dice «adesso le farò vedere delle fotografie e dei video che non le piaceranno». 

L’aspetto che forse più colpisce è la ricerca di giustizia, mai di vendetta e l’assenza di risentimento di una donna devastata dalla delusione, visibilmente svuotata, che alla vista di quelle foto ricostruisce le ragioni delle sue amnesie e barcolla, vacilla. 
Un libro e una storia che inaspettatamente lascia aperto uno spiraglio quando Gisele racconta di essere riuscita a trovare un compagno nonostante tutto. 
Una donna che non intende svolgere il ruolo di eroina ma solo quello di persona normale, con le sue fragilità e i suoi limiti.  
In un passaggio del processo, il presidente chiede a un imputato cosa sia lo stupro: «E’ quando qualcuno è legato e viene preso con la forza, io non ho usato violenza» ha detto lui. Una risposta che spiega bene quanto siamo lontani dal conoscere il concetto di consenso. 
Vivere con gli uomini è invece il libro di Manon Garcia. La filosofa francese racconta tutto il processo Pelicot, svoltosi a porte aperte su richiesta e volontà della persona offesa. 
Colpisce il modo in cui gli imputati scelgono di difendersi, indicando a propria discolpa di essere stati autorizzati dal marito, come se la donna fosse cosa di proprietà di Dominique. Colpiscono e inquietano i sospetti ricaduti su una donna, vittima due volte, prima e durante il processo, costretta a dover sentire avvocati dire che «c’è stupro e stupro».  
Scrive Gisele: «Sono arrivati a chiedermi se chiudessi la porta a chiave quando andavo al gabinetto». «L’ha voluto lei, signora Pelicot!».  
Non sono bastate le parole categoriche del perito psichiatrico quando ha scritto «aveva la reattività di un soggetto in coma», alle prese con «sonori ronfamenti».  

Colpisce il profilo apparentemente normale di Dominique, quel nonno e padre modello a cui venivano lasciati i nipoti nell’inconsapevolezza e incoscienza generale.  
Colpisce e turba anche e forse di più il profilo di altre cinquanta persone che in un rituale cameratesco si prestano a un abuso animalesco probabilmente nella convinzione di essere alle prese con un atto normale, accomunati da una solidarietà e una complicità che annienta la donna e che risponde in modo automatico ai principi patriarcali che nessuno ha mai messo in discussione, almeno fino ai giorni nostri.  
«Possono aver commesso uno stupro ma questo non fa di loro degli stupratori», sembra essere l’insegnamento: una vicenda che andrebbe conosciuta proprio nei suoi aspetti più condivisi, banali, del lavoratore che prima di rientrare a casa è passato a violentare una sconosciuta senza sentirsi sporco; non possiamo accontentarci o limitarci a condividere lo sdegno per la personalità perversa e mostruosa del marito, pensando così di aver preso a sufficienza le distanze da tutto ciò. 
È il concetto di consenso che va ridiscusso, compreso ed elaborato. Non c’è altro tempo da perdere. 

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Sfogliamo il nuovo numero di Vitamine vaganti a partire dalla donna di Calendaria: Anja Niedringhaus, fotogiornalista che ha raccontato i conflitti attraverso le storie delle persone comuni, mostrando l’umanità anche nelle situazioni più drammatiche, convinta del valore della testimonianza diretta. Nel 2014, mentre seguiva le elezioni in Afghanistan, fu uccisa in un attacco armato, lasciando un’eredità di immagini intense e profondamente umane. 
A Londra, sulle orme delle suffragette. Parte seconda prosegue il percorso che mette in luce diverse figure chiave che si sono battute per il riconoscimento del diritto di voto alle donne. Attraverso i loro gesti e le loro lotte emerge un movimento determinato, spesso radicale, ma anche attraversato da difficoltà, divisioni interne e da un forte impatto simbolico delle azioni intraprese. 
Ritorna la serie “Bibliografia vagante” e, in Potere. Le Asburgo, esploriamo il potere delle donne della famiglia Asburgo, da Margherita d’Austria a Maria Carolina d’Asburgo-Lorena analizzandone il peso politico, la capacità diplomatica, l’immagine pubblica e l’influenza culturale. 

Donne al voto in Africa evidenzia come il diritto di voto femminile nasca soprattutto con la decolonizzazione, insieme ad altri diritti. Non si sviluppa una lotta separata, come in Europa, ma una battaglia condivisa per l’emancipazione dell’intera popolazione. Restano tuttavia forti disuguaglianze e sfide sociali ancora aperte.  
Riflettiamo poi sul concetto di Leadership femminile. Stile diverso o stereotipo? L’articolo sottolinea come le differenze nei modelli di guida siano spesso il risultato di fattori culturali e aspettative sociali più che di caratteristiche innate. Il rischio è quello di creare nuovi stereotipi, limitando la libertà delle donne entro un modello considerato “giusto”. 
Inchiesta IrpiMedia. Il 100% delle giornaliste intervistate denuncia molestie sul lavoro. Nonostante strumenti e iniziative introdotti negli ultimi anni, il fenomeno resta diffuso e incide su salute mentale, carriera e reddito, ampliando il divario di genere. Emerge con forza l’urgenza di interventi politici e culturali più incisivi.  
Per la rubrica “Tesi vaganti”, Contributi letterari femminili sulla Resistenza italiana mette in luce un ruolo fondamentale ma ancora poco riconosciuto. Diari, memorie e romanzi restituiscono visibilità e valore all’esperienza delle donne nella lotta di liberazione.  
La sicurezza stradale è realmente uguale per tutti e tutte? L’articolo evidenzia come sia ancora progettata sull’uomo medio, esponendo le donne a maggiori rischi. Astrid Linder, insieme a Volvo, ha sviluppato modelli e manichini femminili, ma l’assenza di obblighi normativi mantiene una protezione diseguale. La proposta è quella di test più inclusivi, che considerino sesso, altezza e gravidanza, nonostante le resistenze dell’industria. 

Mauritania. La porta del deserto racconta un viaggio in un Paese vasto e poco conosciuto dell’Africa nord-occidentale, segnato dalla scarsità d’acqua. Un percorso nato dalla curiosità e da un sogno giovanile, che si snoda tra dune, villaggi e cieli stellati, restituendo insieme la bellezza e la durezza del Sahara. 
Di donne e montagna con Toponomastica femminile narra un incontro culturale promosso dalla nostra associazione con la scrittrice Raffaella Calgaro dedicato al suo romanzo “Dove sei madre e ai temi della maternità, dell’incontro tra culture e dei pregiudizi. 

Una panoramica sulla giustizia interspecifica analizza la condizione giuridica degli animali, evidenziando la contraddizione tra il loro riconoscimento come esseri senzienti e il loro trattamento come beni. In Italia e in Europa si registrano progressi, ma persistono ambiguità, soprattutto nel diritto civile, ancora fortemente antropocentrico. 
L’America ingolfa il mondo. Il n.2 di Limes Parte seconda descrive la crisi degli Stati Uniti evidenziando una forte divisione sociale e culturale. L’analisi si sofferma anche sulle idee dell’entourage di Trump, evidenziando il declino del pensiero critico e la diffusione di tendenze autoritarie. 

Concludiamo la rassegna con Il marzo di Toponomastica femminile, il report mensile delle attività svolte in questo mese dalla nostra associazione, e con la ricetta della settimana: Sottovetro. “Dado” vegetale fatto in casa, pratico e gustoso. 

Buone letture a tutte e tutti!
Sara Fusco

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Articolo di Sergio Tatarano

Avvocato e assessore comunale si è sempre impegnato per la promozione dei diritti individuali e delle libertà; ha promosso l’adozione del linguaggio non sessista in ambito amministrativo nonché le intitolazioni femminili di parchi. Ha pubblicato il saggio giuridico Fine vita: ragioni giuridiche a sostegno di una legge ed è uscito nel 2025, per Key editore, Il cognome materno.

Sara Fusco

Studente dell’Università La Sapienza di Roma, iscritta al corso di studi Letteratura, musica e spettacolo, sono un’amante dei libri e della lettura e un’appassionata di tutto quello che riguarda l’editoria e la scrittura.

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