La pedagogia dell’uguaglianza e del riscatto sociale

Nel panorama della toponomastica italiana, i nomi femminili faticano ancora a emergere dalle nebbie del tempo o dai legami di parentela che ne hanno condizionato la memoria. Tuttavia, vi sono figure la cui statura intellettuale, operativa e carismatica è tale da richiedere una decisa riappropriazione identitaria. Marianna Farnararo (1836-1924), nota ai più come la Contessa De Fusco o, per sineddoche storica, semplicemente come la moglie del Santo Bartolo Longo, appartiene a questa schiera di “fondatrici silenziose” che hanno letteralmente disegnato la mappa di un territorio. Se Pompei oggi è una città moderna, un centro urbano pulsante e un polo mondiale di spiritualità, lo si deve in egual misura alla lungimiranza di questa donna.
Nata a Monopoli in una famiglia dell’alta borghesia agraria, Marianna Farnararo ricevette un’educazione solida e colta in istituti religiosi, un dettaglio non trascurabile che forgerà la sua futura sensibilità educativa. La sua vita fu segnata da una precoce e drammatica svolta: rimasta vedova del Conte Albenzio De Fusco a soli ventotto anni, con cinque figli piccoli da crescere, Marianna si trovò a gestire un vasto e complesso patrimonio terriero nella Valle di Pompei. All’epoca, quella zona era l’antitesi della città che conosciamo oggi: una terra di nessuno, rurale, paludosa e infestata dai briganti, dove la miseria materiale camminava di pari passo con l’abbandono spirituale.

Per comprendere l’origine della Nuova Pompei, bisogna spostare lo sguardo dalla Valle del Sarno ai salotti intellettuali di Napoli. Un aspetto quasi ignoto della biografia di Marianna è la sua partecipazione al cenacolo di Via Sapienza, presso l’abitazione di Caterina Volpicelli (oggi Santa). In quegli anni Settanta dell’Ottocento, Marianna non era una donna ripiegata nel dolore. Faceva parte, invece, di una vera avanguardia sociale femminile. In quel palazzo si incontravano donne dell’aristocrazia che stavano ridefinendo il ruolo della donna nella società: non più recluse nei monasteri, ma attive “operatrici di strada”. 
Marianna agì come una moderna “connettrice”. Usò il suo immenso network relazionale per tessere le fila di quella che oggi chiameremmo una strategia di fundraising internazionale. Fu lei a introdurre il giovane avvocato Bartolo Longo, inizialmente chiamato solo per gestire i suoi possedimenti nella Valle di Pompei, in questi circoli di soft power femminile. Gli fornì non solo i mezzi economici, ma la piattaforma relazionale necessaria per far decollare il progetto pompeiano. Senza la “diplomazia del salotto” di Marianna, il Santuario sarebbe rimasto solo una chiesetta in una terra infestata dai briganti. 

È in questo contesto di desolazione che avviene l’incontro che cambierà la storia di questa valle del Mezzogiorno d’Italia: quello con il giovane avvocato pugliese Bartolo Longo. Inizialmente, il loro fu un sodalizio puramente amministrativo: Marianna cercava un uomo di fiducia, colto e onesto, per rimettere ordine nei suoi possedimenti. Ma la visione caritatevole di entrambi trasformò quella collaborazione professionale in un progetto titanico. Il loro matrimonio, celebrato nell’aprile del 1885 su consiglio di Papa Leone XIII per proteggere l’opera dai pettegolezzi dell’epoca, fu in realtà un “patto di missione”. Sposando Longo, ella mise al sicuro il patrimonio e la reputazione delle istituzioni che stava fondando. Fu una scelta di pragmatismo assoluto per dare una veste giuridica solida alla “Nuova Pompei”, garantendo basi legali incrollabili contro gli attacchi dei detrattori e le leggi di eversione dell’asse ecclesiastico. Marianna non fu mai la consorte passiva; fu la mente finanziaria e lo scudo sociale dell’intera opera

Mentre Bartolo Longo si occupava della comunicazione, della raccolta fondi internazionale e della costruzione materiale del Santuario, Marianna Farnararo si immerse in quello che oggi definiremmo un esperimento pedagogico d’avanguardia, rompendo schemi sociali consolidati da secoli. Il suo contributo più rivoluzionario riguarda l’assistenza e l’educazione degli orfani e, in particolare, dei figli dei carcerati. 
Nella seconda metà dell’Ottocento, la cultura dominante — influenzata dalle teorie di Cesare Lombroso — considerava la prole dei criminali come geneticamente condannata alla devianza. Si credeva su di lei ricadesse deterministicamente la colpa del padre. Marianna sfidò apertamente questo paradigma pseudoscientifico. La sua pedagogia non si limitava all’assistenza caritatevole (il semplice sfamare), ma puntava alla rigenerazione dell’anima attraverso la bellezza e l’ordine dell’ambiente.
Fu lei la vera madre delle orfanelle. Non si limitò a finanziare l’orfanotrofio: vi passava le giornate, curando ogni dettaglio educativo. Istituì laboratori di sartoria, ricamo e gestione domestica avanzata, con l’obiettivo di fornire alle ragazze non solo una dote morale, ma una competenza professionale che garantisse loro l’indipendenza economica. Per figli e figlie dei detenuti, ideò percorsi di formazione integrale che univano lo studio delle lettere alla pratica nelle officine e nella tipografia. Questa visione — che anticipa di decenni il moderno concetto di prevenzione sociale — sosteneva che il lavoro non fosse una pena, ma lo strumento primario per restituire dignità e cittadinanza alle persone che erano state bollate dall’infamia sociale. 

Marianna Farnararo fu, a tutti gli effetti, una City Manager ante litteram. In un contesto legislativo (il Codice Pisanelli) che limitava l’autonomia economica delle donne, lei riuscì a gestire la riconversione di enormi proprietà terriere per finanziare la pubblica utilità. Fu lei a negoziare con le Ferrovie, a progettare la distribuzione dei padiglioni educativi e a imporre un’estetica dell’ordine come strumento di riscatto. 
Non era una nobildonna dedita alla beneficenza superficiale: era una donna pratica, capace di interloquire con la Regina Margherita di Savoia e, un’ora dopo, discutere con i capimastri dei cantieri. Il suo approccio era olistico: la fede era il fine, ma i mezzi erano l’igiene, l’istruzione tecnica di alto livello e la creazione di infrastrutture come l’ufficio postale e la caserma dei Carabinieri. 
Per decenni, l’impronta di Marianna è rimasta confinata ai documenti d’archivio o ai nomi delle istituzioni caritative interne al Santuario. Tuttavia, la toponomastica ha il compito di rendere pubblico e perenne ciò che la storia ha spesso sussurrato. Un momento di svolta fondamentale in questo processo di riconoscimento è avvenuto recentemente, in occasione del centenario della sua scomparsa. 

Il 9 febbraio 2026, l’Amministrazione Comunale di Pompei, in coordinamento con le autorità ecclesiastiche e le associazioni storiche locali, ha proceduto all’intitolazione formale di una delle arterie vitali della città alla “Contessa Marianna Farnararo”. La cerimonia, svoltasi in un clima di profonda solennità civile, ha visto lo svelamento della targa marmorea posta strategicamente nel punto di raccordo tra la zona storica e i quartieri delle opere sociali. 
Non si è trattato di un mero atto burocratico, ma di un’operazione di “giustizia odonomastica”. La via a lei dedicata confluisce direttamente verso Piazza Bartolo Longo, creando un abbraccio simbolico tra loro. Durante il discorso inaugurale, è stato sottolineato come questa intitolazione serva a colmare un vuoto identitario: se Bartolo Longo è il “cuore” devozionale di Pompei, Marianna Farnararo ne è stata il “coraggio operativo”. La nuova denominazione stradale permette finalmente di leggere la mappa della città non più come il regno di un singolo uomo, ma come il risultato di una diarchia illuminata, dove il genio femminile ha avuto un ruolo paritetico e propulsore. 
Al di là della singola strada, il vero “testo” toponomastico di Marianna è l’intero tessuto urbano della Nuova Pompei. Fu lei, con una decisione senza precedenti per una donna del suo tempo, a impegnare i propri beni personali, a vendere i gioielli di famiglia e a investire le proprie rendite per trasformare una landa deserta in un polo di servizi. 
Marianna comprese che una città non può vivere di sola fede: servivano infrastrutture. Grazie alla sua caparbietà e alla sua gestione dei rapporti con l’aristocrazia e la politica del tempo, Pompei ebbe la sua prima stazione ferroviaria, l’ufficio postale, la caserma dei Carabinieri e moderni complessi abitativi per le famiglie meno abbienti. La “Nuova Pompei” è una città nata da un’intuizione di cura del territorio che oggi definiremmo urbanistica sociale. Ogni pietra dei padiglioni educativi che ancora oggi circondano il Santuario — dalla Scuola Tipografica all’Ospizio per le orfanelle — parla della sua capacità di trasformare la rendita fondiaria in capitale umano. 

Nonostante la sua tempra volitiva e il suo pragmatismo, Marianna scelse spesso il silenzio e la penombra, coerentemente con una spiritualità che prediligeva l’azione al protagonismo. In un’epoca in cui le donne erano giuridicamente minorate, lei operò come una vera e propria “city manager”, gestendo corrispondenze internazionali che arrivavano da ogni angolo del globo e curando l’amministrazione finanziaria di un’opera che cresceva a ritmi vertiginosi. 
L’intitolazione stradale del 2026 rappresenta un passo avanti verso una memoria condivisa e veritiera. Celebrare Marianna Farnararo significa rendere onore a una donna che ha saputo vedere oltre il pregiudizio, trasformando il dolore di una vedovanza precoce in un’occasione di maternità universale e civile. Camminando oggi per le strade di Pompei, cittadini e cittadine e chi viene per pellegrinaggio possono finalmente leggere i nomi di entrambi i costruttori di questo miracolo urbano, comprendendo che il paesaggio che li circonda è il frutto di un dialogo tra visione e pragmatismo, tra fede e coraggio femminile. Marianna Farnararo ci insegna che i luoghi che abitiamo sono vivi solo se sanno ricordare chi, con il proprio lavoro e la propria intelligenza, ha permesso loro di esistere. 

Cerimonia per la strada intitolata alla Contessa Marianna De Fusco a Pompei

In copertina: Marianna Farnararo e Pompei (in “Contessa carità”, la storia di Marianna Farnararo de Fusco, cofondatrice del Santuario di Pompei).  

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Articolo di Fabiana Esposito

Laureata in Scienze della Formazione primaria presso l’Università di Salerno, è Cultrice della materia in Storia della scuola e Storia della pedagogia. Ha collaborato con diverse istituzioni scolastiche per docenze e progetti educativi e di ricerca, partecipando come relatrice a convegni dedicati ai temi della pedagogia, della storia della scuola e dell’innovazione educativa.

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