Continuiamo l’approfondimento del report di Amnesty International A rischio d’estinzione. Omobitransfobia e leggi anti-Lgbtqia+ in Africa (clicca qui per la prima parte). In questo approfondimento del report, potremo conoscere la situazione riguardo i diritti civili in altri tre Paesi: il Ghana, Kenya e Malawi.
Il 2 agosto 2021, il Parlamento del Ghana ha ricevuto una proposta di legge che ha immediatamente sollevato un’ondata di indignazione: il disegno di legge sulla “promozione dei diritti sessuali umani adeguati e dei valori familiari ghanesi” è stato duramente criticato da organizzazioni nazionali e internazionali per le sue pesanti restrizioni sui diritti umani. Questa legge, considerata una grave violazione della Costituzione del Ghana del 1992 e dei trattati internazionali ratificati dal Paese, prevede pene detentive per le persone della comunità Lgbtqia+ e per chiunque le supporti, criminalizzando ogni forma di promozione o sostegno ai loro diritti.
Un attacco diretto alla libertà di espressione e di associazione (Art. 21 della Costituzione ghanese) che impone persino l’obbligo di denunciare chiunque sia percepito come tale. Oltre a ciò, la legge limita drasticamente l’accesso alle cure di affermazione di genere, ponendosi in netto contrasto con il diritto alla salute sancito dal Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (Cescr).
Tra gli aspetti più controversi, spiccava l’iniziale inclusione della “terapia di conversione”, poi rimossa su proposta della commissione Affari costituzionali. Tuttavia, il testo continua a destare preoccupazioni, poiché minaccia le professioni sanitarie che offrono supporto alle persone trans, con il rischio di pene detentive da tre a cinque anni. In un clima di crescente ostilità, è stato registrato un aumento delle aggressioni, molte delle quali restano impunite a causa della paura di ritorsioni. Amnesty international e altre organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato il ruolo di gruppi evangelici statunitensi nell’alimentare questa ondata di discriminazione e violenza.
Mentre il disegno di legge avanza, alcune organizzazioni hanno già intrapreso azioni legali, contestandone la compatibilità con l’Art. 108 della Costituzione ghanese, che regola l’allocazione delle risorse statali per proposte legislative di questa portata. La battaglia per i diritti umani in Ghana è tutt’altro che conclusa: la comunità internazionale osserva con attenzione, mentre attiviste/i e membri della magistratura lottano per fermare una legge che potrebbe segnare un pericoloso precedente.
In Kenya, invece, la lotta per i diritti della comunità Lgbtqia+ si scontra con barriere legislative profonde e una crescente ostilità sociale. L’omosessualità resta criminalizzata, un divieto confermato nel 2019 dall’Alta Corte, che ha giudicato queste restrizioni conformi alla Costituzione kenyota. Eppure, nel 2023, un segnale di cambiamento è arrivato dalla Corte suprema: con una sentenza storica, ha riconosciuto il diritto della Commissione nazionale per i Diritti umani delle persone gay e lesbiche a registrarsi come Ong, riaffermando la libertà di associazione come un diritto umano fondamentale, tutelato dall’Articolo 36 della Costituzione. Questa decisione ha scatenato un’ondata di reazioni.
Alcuni politici hanno incitato alla violenza, mentre il deputato George Kaluma ha presentato un’istanza di revisione, sostenendo che la sentenza violava l’Articolo 27(4) della Costituzione e fosse incompatibile con le leggi che criminalizzano gli atti omosessuali (Articoli 162(a), (c) e 165 del Codice penale). Tuttavia, l’istanza è stata respinta per motivi tecnici, lasciando intatta la storica pronuncia della Corte suprema.
Nel frattempo, la realtà per molte persone Lgbtqia+ nel Paese rimane drammatica. Nel campo profughi di Kakuma, i rifugiati e le rifugiate vivono sotto costante minaccia, subendo violenze e crimini d’odio documentati da Amnesty international e dalla Commissione nazionale per i diritti umani. Nonostante il Kenya riconosca il diritto d’asilo per chi fugge da persecuzioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere, la discriminazione e gli attacchi da parte delle comunità locali rendono la loro sopravvivenza una lotta quotidiana.
Nel 2023, il panorama legislativo ha visto una nuova minaccia: un parlamentare ha presentato il disegno di legge sulla “protezione della famiglia”, invocando l’Articolo 45 della Costituzione per vietare non solo l’omosessualità, ma anche i matrimoni tra persone dello stesso sesso e persino la loro promozione. La proposta è scioccante: prevede pene severissime, fino alla pena di morte, e la negazione dell’asilo o l’espulsione dei dal Paese. Sostenuta da movimenti anti-Lgbtqia+ finanziati da gruppi religiosi, compresi alcuni statunitensi, questa legge minaccia di istituzionalizzare la persecuzione. Un avvocato per i diritti civili ha lanciato un allarme che non si può ignorare: se approvata, questa normativa non solo emarginerebbe ulteriormente la comunità Lgbtqia+, ma minerebbe anche lo stato di diritto, la democrazia e i principi di equità in Kenya. La battaglia per i diritti umani nel Paese è più accesa che mai, e il mondo intero osserva con preoccupazione l’evolversi della situazione.
In Malawi, le forze dell’ordine sono accusate di pratiche brutali e disumane, come la verifica genitale forzata, una violazione dei diritti umani che continua a essere impunita.
Un caso simbolo di questa persecuzione è quello di Jana Gonani, una donna transgender arrestata nel 2021 con l’accusa di “conoscenza carnale” tra persone dello stesso sesso, un crimine previsto dall’Articolo 153(c) del Codice penale malawiano. Dopo l’arresto, è stata sottoposta a un esame genitale degradante, rinchiusa in una cella maschile e condannata a otto anni di carcere. Ma Gonani ha deciso di non arrendersi: ha presentato ricorso alla Corte costituzionale del Malawi, contestando la costituzionalità della legge con l’argomentazione che viola diritti fondamentali come la libertà personale, la dignità, la privacy e il diritto a un processo equo. Il suo caso è stato unito a quello di Akster vs Attorney General, che mette in discussione la legittimità di altre sezioni del Codice penale (153(a), 154 e 156), che criminalizzano gli atti sessuali tra persone dello stesso sesso, definendoli “contro l’ordine della natura”.
La Corte costituzionale del Malawi sta ancora valutando la questione, e la sua decisione potrebbe avere un impatto storico: potrebbe sancire l’incompatibilità di queste leggi con i diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione, come la libertà personale, la non discriminazione e la privacy. Nel frattempo, la Nyasa Rainbow Alliance, che sostiene Gonani, è diventata bersaglio di minacce e attacchi, culminati in una perquisizione dei suoi uffici nel giugno 2023.
Diverse organizzazioni per i diritti umani hanno presentato argomentazioni legali come amicus curiae, evidenziando che la criminalizzazione delle relazioni omosessuali viola sia la Costituzione del Malawi sia i trattati internazionali. Tuttavia, la pressione dei gruppi religiosi ha reso il dibattito ancora più acceso: leader cristiani e musulmani hanno guidato manifestazioni contro il matrimonio egualitario, distorcendo il discorso sulla decriminalizzazione e dipingendolo come una minaccia ai valori tradizionali.
Anche l’accesso alla sanità è un campo minato in Malawi. Amnesty international ha documentato discriminazioni sistematiche nei servizi sanitari, dove pazienti queer vengono spesso maltrattati o rifiutati. Uno studio del 2019 ha rivelato che le persone Lgbtqia+ affrontano livelli di violenza e stigmatizzazione sanitaria superiori alla media nazionale, con alcuni operatori sanitari che si uniscono apertamente alle proteste anti-queer.
Ma forse l’aspetto più inquietante è l’applicazione selettiva del Codice penale: sebbene l’Articolo 153(a) criminalizzi la “conoscenza carnale contro l’ordine della natura”, la legge viene applicata quasi esclusivamente contro le persone Lgbtqia+, ignorando gli stessi atti quando compiuti da eterosessuali. Questo doppio standard rivela non solo un pregiudizio radicato, ma anche un’ipocrisia sistemica nelle politiche del governo. La situazione in Malawi richiede un’azione immediata, sia a livello nazionale che internazionale. La comunità globale osserva con attenzione, mentre c’è chi strenuamente continua a lottare per un cambiamento che potrebbe ridefinire il futuro dei diritti umani nel Paese.
Dietro queste legislazioni repressive — in Ghana, Kenya e Malawi — si nasconde un intreccio di interessi politici, influenze religiose e strategie di controllo sociale, che utilizzano la criminalizzazione dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale come strumenti per rafforzare modelli conservatori di potere. Tuttavia, la resistenza cresce: attivisti/e locali, organizzazioni per i diritti umani e alleati internazionali continuano a sfidare questi sistemi oppressivi, denunciando le violazioni e promuovendo il riconoscimento dei diritti fondamentali per tutte le persone, indipendentemente dalla loro identità di genere o orientamento sessuale.
Il cammino verso l’uguaglianza è ancora lungo e irto di ostacoli, ma le battaglie in corso dimostrano che il cambiamento è possibile. Le decisioni delle corti costituzionali, la mobilitazione della società civile e il crescente sostegno internazionale sono segnali di una lotta che non si arresta. In un mondo sempre più interconnesso, la difesa dei diritti non è solo una questione locale, ma una sfida globale per la giustizia, la libertà e la dignità umana.
Qui il link per leggere il report.
In copertina: illustrazione di Dinah Rajemison.
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Articolo di Nicole Maria Rana

Nata in Puglia nel 2001, studente alla facoltà di Lettere e Filosofia all’Università La Sapienza di Roma. Appassionata di arte e cinema, le piace scoprire nuovi territori e viaggiare, fotografando ciò che la circonda. Crede sia importante far sentire la propria voce e lottare per ciò che si ha a cuore.
