«Ho acceso un fuoco per accoglierla.
E la mia voce ha sospirato
Forte il suo nome. Per stare con lei
Questa notte, sarei morta….
Sulle ore, del tutto vane
Le mie lacrime, la pioggia,
Cadono inutilmente, incessantemente…
La porta pesante S’è richiusa un’altra volta… un’altra volta!
Aspetto, ma so che non affronterà
La mezzanotte, — concedere
Un’altra ora, così da vivere completamente;
Assennato, mite e timido,
Intimorito come quello d’un bambino,
Così so che è il suo cuore.
E il mio, che nulla salverà,
Deve amare, vivere, desiderare
E spezzarsi incessantemente!»
— Ho acceso un fuoco, Natalie Clifford Barney
Scrittrice e poeta, Natalie Clifford Barney (1876–1972), è stata un’inesauribile forza culturale: grazie alla sua attività culturale, Parigi si trasformò in un rifugio per l’arte, l’amore, la dissidenza. Nata negli Stati Uniti da una famiglia agiata — il padre era un industriale e la madre pittrice — crebbe in un ambiente colto, seppur rigido, che mal si adattava alla sua natura inquieta e visionaria. Sempre apertamente fiera nella sua identità lesbica, in un’epoca in cui l’amore tra donne non era socialmente accettato, Natalie visse senza compromessi e fece della propria vita un manifesto politico. Fu nella capitale francese, scelta come sua patria elettiva, che trovò finalmente lo spazio per fiorire; infatti, la sua casa in Rue Jacob divenne un salotto letterario: ogni venerdì, le sue porte si aprivano a poeti/e, artisti/e, scrittrici, filosofe, pensatori irregolari e spiriti liberi. Tra le figure che animarono quelle stanze ci furono nomi destinati a entrare nella storia: fra tutte Romaine Brooks — pittrice e sua compagna per gran parte della vita — e Djuna Barnes (che abbiamo già incontrato nel numero 328 di Vv).
Eppure, al centro del suo percorso intellettuale e personale c’è anche un incontro folgorante: proprio quello con Barnes che conobbe nella Parigi dei ruggenti anni Venti. In quel fermento culturale, le donne queer stavano cominciando a creare una cultura propria, radicale, irriducibile ai modelli maschili. La relazione con Barnes fu profondamente intensa, ma sbilanciata: Barney, fedele al suo ideale di amore libero, non era disposta a rinunciare alla propria libertà emotiva e sensuale; Djuna, al contrario, cercava una dedizione esclusiva, totalizzante, che Natalie non poteva — o non voleva — offrirle. Fu un legame segnato da una tensione tra due visioni opposte dell’amore. Eppure, anche dopo la fine della loro relazione, le due donne si tennero in contatto, testimoni di una stagione irripetibile in cui l’amore e l’arte si intrecciavano tra loro in un dialogo perpetuo.
Un altro capitolo importante della sua vita è anche quello del salotto letterario. Per oltre sessant’anni, dal 1909 al 1968, ogni venerdì pomeriggio, la mecenate apriva le porte della sua casa in Rue Jacob, nel cuore di Saint-Germain-des-Prés. Questo spazio divenne un punto di riferimento per scrittrici, poete, filosofe e artisti/e provenienti da tutto il mondo: non solo ritrovo mondano, ma più un vero laboratorio culturale, in cui le opere venivano proposte, lette e discusse. A differenza dei salotti borghesi del tempo, quello di Natalie era femminile, queer-friendly, ispirato allo spirito dei simposi greci, dove l’intelletto si mescolava al vino, alla musica, alla poesia: diventò uno spazio di resistenza dove si parlava apertamente di letteratura, politica, filosofia e sessualità, senza timori né filtri.
Vi passarono figure come Colette, Jean Cocteau, Ezra Pound, Gertrude Stein, ma anche donne che condividevano con Natalie qualcosa in più: Barnes e Brooks, ma anche Renée Vivien, Radclyffe Hall; alcune amanti, altre amiche, ma tutte parte di una rete di relazioni complesse, appassionate, intellettualmente stimolanti. Il salotto era anche un omaggio vivente alla Grecia antica per cui Natalie ne riprendeva lo spirito, idealizzandolo: traduceva Saffo, scriveva dialoghi alla maniera platonica, e sognava una società in cui l’amore tra persone dello stesso sesso fosse non solo accettato, ma celebrato come espressione di nobiltà d’animo.
Barney scriveva anche in francese, la lingua che sentiva più vicina all’anima: la scelse perché le sembrava l’unica capace di accogliere con grazia le sfumature dei suoi pensieri, della sua sensibilità, del suo modo di amare. Le sue parole erano intrise di estetica greca, del canto saffico, del culto della bellezza e dell’ideale di un amore tra donne vissuto come qualcosa di nobile, libero, naturale. L’amore lesbico, per lei, non doveva essere un segreto: era una forma di civiltà, da esprimere e celebrare, senza ambiguità, senza compromessi. Le sue parole raccontano la sua passione profonda per la poesia, per il pensiero classico, per l’eleganza francese, ma soprattutto per l’amore tra donne. Le sue pubblicazioni, spesso stampate in poche copie, circolavano in ambienti intellettuali raffinati e ristretti, che crearono attorno a lei un’aura di mistero e fascino. Una delle sue prime opere, e sicuramente tra le più audaci e sovversive per l’epoca, è Quelques Portraits-Sonnets de Femmes (1900), una raccolta di sonetti in stile rinascimentale, ciascuno dedicato a una donna amata o ammirata. In quei versi intensi, Natalie celebrava con rara franchezza l’amore lesbico. Il libro, pubblicato con il suo vero nome, suscitò scandalo a Parigi: non era tanto la bellezza dei versi a sconvolgere, quanto il coraggio di dire apertamente ciò che molte tacevano. Suo padre cercò addirittura di comprare e distruggere tutte le copie ma l’opera sopravvisse, e anzi, diventò un manifesto precoce di indipendenza culturale e sessuale.
Lo stile di Natalie, d’altro canto, era unico: parlava di desiderio femminile con forme poetiche e contenuti profondamente rivoluzionari per l’epoca; ogni sonetto era poi accompagnato da un ritratto a china realizzato da sua madre, Alice Pike Barney: ne risultava una raccolta intima, quasi un album di ricordi.
Nel 1901 pubblicò Cinq Petits Dialogues Grecs, una raccolta di brevi dialoghi filosofici ispirati alla tradizione antica: in queste pagine, Natalie trattava con profondità i temi a lei cari; un chiaro omaggio alla Grecia classica, che lei considerava una civiltà ideale.
Ma l’opera che forse più di tutte racchiude la poetica del suo pensiero è Pensées d’une Amazone (1920), una raccolta di aforismi, riflessioni e brevi saggi che disegnano con precisione la sua visione del mondo. «L’être courageux n’est pas celui qui a fait une chose courageuse; mais dont toute la vie a été une chose de courage. Admettre une idée, toutes les idées incitatrices au courage. Leur courage est d’autant plus admirable qu’il est individuel et non collectif», afferma Barney. Qui la scrittrice parla di femminismo, di indipendenza, di libertà come forza creativa, di amore saffico, invece, come forza vitale. Il titolo evoca chiaramente le Amazzoni, donne guerriere dell’antichità, che incarnano perfettamente il rifiuto delle regole imposte dall’opprimente società patriarcale.
Nel 1929 uscì Aventures de l’Esprit, considerata una naturale continuazione dei Pensées in cui il tono si fa più vario, e al contempo più riflessivo: Natalie viaggia sapientemente tra letteratura, arte e filosofia, raccontando anche la propria esperienza all’interno del vivace mondo intellettuale parigino, di cui lei era una fervida esponente. Verso la fine della sua vita, nel 1960, venne pubblicato Souvenirs Indiscrets, un memoir in cui Clifford Barney rievoca i suoi amori, gli incontri, i momenti salienti di un’esistenza passata tra salotti letterari e tormenti personali. Il libro è una finestra sulla Parigi queer e intellettuale del primo Novecento, e offre ritratti intensi delle sue relazioni con figure come Colette, Proust, Radclyffe Hall. Molte sue opere — poesie, lettere, testi autobiografici — sono state pubblicate solo dopo la sua morte, e in alcuni casi tradotte in inglese solo di recente: per molto tempo, infatti, la sua voce è rimasta ai margini, dimenticata e trascurata. Ma oggi, grazie al lavoro di rilettura femminista e queer, Natalie Clifford Barney torna a occupare un ruolo come una delle voci più libere, originali e coraggiose della modernità: una donna che ha saputo fare della scrittura una forma d’amore, e dell’amore una forma d’arte.
Oggi, Natalie Clifford Barney è ricordata come una pioniera della visibilità lesbica, una mecenate dell’anima femminile e una custode dell’eros.
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Articolo di Nicole Maria Rana

Nata in Puglia nel 2001, studente alla facoltà di Lettere e Filosofia all’Università La Sapienza di Roma. Appassionata di arte e cinema, le piace scoprire nuovi territori e viaggiare, fotografando ciò che la circonda. Crede sia importante far sentire la propria voce e lottare per ciò che si ha a cuore.
