«Quante volte nella vita ho sentito e pensato: “Così non si può andare avanti” eppure si è sempre andato avanti, e si continua e si continuerà ad andare sempre avanti, finché il tempo e le circostanze stesse volgeranno lentamente e automaticamente in altre direzioni, modificando le cose e gli avvenimenti; oppure finché per una netta svolta del destino, tutto d’un tratto e inaspettatamente, si spezza!». Queste sono le parole di Elisabetta Schlippenbach Dentice di Frasso, una donna la cui storia sembra quasi uscita da un romanzo di fine ‘800. Nata nella nobiltà austro-ungarica alla fine del XIX secolo, il suo percorso la porterà fino al cuore della Puglia, dove diventerà la signora del Castello Dentice di Frasso di Carovigno. Per lungo tempo la sua vicenda è rimasta avvolta dal silenzio della memoria familiare, finché il ritrovamento nel 2007 di una cartella rivestita di seta verde non ha riportato alla luce la sua voce, dimenticata fino a quel momento. Ciò che ci restituiscono quelle pagine è il racconto consapevole e maturo, seppur amaro, di un matrimonio imposto, la lotta per la tanto bramata libertà, la scelta di ricominciare una nuova vita in Italia, che le è costata il distacco dal figlio. Nelle sue memorie troviamo una franchezza intima e brutalmente sincera, tocchiamo e viviamo la sua fragilità seguendola nei momenti più dolorosi della sua esistenza; quelle parole raccolte, dopotutto, ci consegnano l’immagine di una donna che è stata capace di sfidare le regole sociali del suo tempo, pagando un prezzo altissimo pur di non rinunciare alla strada che si era scelta.

La sua storia comincia nel 1872 a Graz: nasce in una famiglia nobile e severa, e inizia a muovere i primi passi in un contesto dominato dalle rigide convenzioni della società austro-ungarica. L’educazione impartita alle aristocratiche come lei mirava a formare mogli composte e obbedienti, mentre il loro carattere veniva temprato “a dovere”; la nostra giovane nobildonna passa così la sua infanzia e la sua adolescenza in un ambiente in cui regnano la disciplina, il dovere e le aspettative familiari coronate dal desiderio di un’alleanza tra casati diversi, con il matrimonio. È proprio in questo labirinto di regole e dettami sociali che Elisabetta, lentamente, sviluppa un’insofferenza crescente verso un destino che non sente appartenerle e, forse, anche solo l’idea di un futuro diverso, iniziavano a farle sentire aria di libertà. Ma il suo sogno viene presto infranto.
A soli diciassette anni, secondo l’uso del tempo, viene data in sposa al conte John Palffy, un uomo molto più anziano di lei. Quel matrimonio non era altro che un atto di disciplina sociale, più che un’unione: lei è un’adolescente inesperta, lui, invece, un aristocratico maturo ed erede di un casato prestigioso. Dalla loro unione nasce un figlio, Paul, ma la vita coniugale si rivela presto una prigione. Nelle sue memorie Elisabetta descrive un tormento profondo, fatto di mancanza d’affetto e incomprensione, un’esistenza segnata da obblighi che soffocano ogni suo respiro e desiderio. In un passaggio oggi noto grazie alla traduzione moderna, scrive: «Tutto in me ricalcitrava contro questa ennesima prova. Non avevo più coraggio — e non lo volevo più avere — avevo aspettato, penato, sperato e tremato abbastanza — volevo essere felice, dominare, decidere, volevo spezzare tutte le catene che mi tenevano prigioniera». Questa giovane donna, in fondo, non parla solo della sua vita: con questa confessione aperta e impetuosa ci rivela che dentro di sé sente crescere una necessità che diventa più forte della paura e persino delle imposizioni della sua stessa famiglia — come tante altre donne del suo e, probabilmente, anche del nostro tempo.

La decisione di separarsi, infatti, impose a Elisabetta un prezzo altissimo, ben più doloroso dello scandalo sociale che circondò il suo nome. Nella legislazione austriaca dell’epoca, i figli spettavano al padre in caso di divorzio, e quella norma rigida e indiscutibile avrebbe segnato per sempre la sua vita. Rinunciare alla custodia del piccolo Paul significò accettare una ferita che nei suoi scritti ricorre come un dolore incapace di attenuarsi. Non si trattò di un gesto impulsivo, bensì di una scelta maturata lentamente, nella consapevolezza che restare avrebbe significato annullarsi. Nelle sue memorie, infatti, scrive: «H. (il marito) non ne voleva sapere di un divorzio e quand’anche si fosse arrivati a ciò, avrebbe significato la separazione completa dal mio bambino! Così continuai a trascinare la mia catena e a tacere. Per alcuni amici era incomprensibile come potessi rifiutare così categoricamente i loro buoni consigli, quando mi chiedevano con tanta insistenza di evitare il divorzio dicendo “Perché divorziare? Hai un bel nome, una casa stupenda, sei bella e adorata, hai spasimanti quanti ne vuoi — e rimani una donna felice e invidiabile, lascia stare il divorzio che potrebbe minare la tua posizione!”. Questi discorsi mi indignavano. Che mi importa della mia posizione, a cosa serve un bel nome, un marito indulgente, che me ne faccio della bellezza e della popolarità se la mia anima deve soffrire e perire, il mio cuore disperare e soffocare?! — Volevo uscire da quella campana di vetro e preferivo soccombere nelle tempeste, nei fulmini, nei temporali e negli orrori che non rimanere prigioniera di questa campana di vetro! Allora il cosiddetto mondo trattava una donna divorziata come un animale rognoso, e ancora oggi, alla fine della mia lunga vita, ripenso con rabbia e indignazione al modo stupido in cui mi trattarono nei confronti di mio figlio!».
Dopo quegli anni difficili, segnati dalla solitudine e dall’incomprensione dei suoi stessi familiari, nella vita di Elisabetta entrò Alfredo Dentice di Frasso. Con lui trovò ciò che il suo primo matrimonio non aveva potuto offrirle: un’unione di amore, fatta di affinità e rispetto reciproco. Nel 1905 si sposarono e si stabilirono in Puglia, nel Castello Dentice di Frasso di Carovigno, la dimora della famiglia di Alfredo. Lontana dalla rigidità della società mitteleuropea, Elisabetta trovò in Italia un luogo dove potersi ricostruire, un ambiente nuovo in cui la luce e l’atmosfera del Sud placavano le ombre del passato che si portava dietro. Carovigno divenne la sua vera casa e il castello, che all’inizio del Novecento conservava ancora l’aspetto severo di una rocca difensiva, divenne grazie a Elisabetta e Alfredo un centro vivo e aperto. L’intervento più significativo arrivò nel 1926, quando promossero la nascita di una scuola laniera e tessile all’interno della struttura. Quello era un progetto concreto, che offriva formazione e lavoro e rappresentava un’opportunità reale soprattutto per le giovani donne della zona. Elisabetta, che aveva conosciuto sulla propria pelle il peso dei vincoli sociali, trasformò il castello in un luogo di crescita e possibilità. Così la dimora non fu solo rinnovata nell’aspetto, ma divenne un laboratorio di cultura e comunità, un segno tangibile della sua presenza nel territorio.

Ma la svolta nella storia di Elisabetta arriva molti decenni dopo la sua morte, quando negli archivi della famiglia Dentice di Frasso viene ritrovata una cartella rivestita in seta verde che custodisce le sue memorie manoscritte. Redatte in tedesco all’età di cinquantotto anni, in quelle pagine Elisabetta ripercorre la propria vita e disegna il ritratto di una donna che vede chiaramente i limiti della società in cui vive e sceglie di non accettarli.
Elisabetta muore nel 1938 in un incidente stradale a Udine, lasciando un’eredità complessa e senza tempo: un castello trasformato, una scuola artigianale che offrì lavoro e nuove competenze, e un racconto intimo che permette oggi di rileggere la sua vicenda con occhi diversi. La sua vita appare come un percorso di emancipazione ante litteram, un esempio di resistenza alle imposizioni sociali e di capacità di reinventarsi oltre le aspettative del proprio ambiente. Grazie alle memorie ritrovate, Elisabetta emerge non soltanto come una nobildonna del passato, ma come una donna che ha scelto il coraggio in un’epoca che lo concedeva raramente.
In copertina: Elisabetta Schlippenbach via Brundarte.
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Articolo di Nicole Maria Rana

Nata in Puglia nel 2001, studente alla facoltà di Lettere e Filosofia all’Università La Sapienza di Roma. Appassionata di arte e cinema, le piace scoprire nuovi territori e viaggiare, fotografando ciò che la circonda. Crede sia importante far sentire la propria voce e lottare per ciò che si ha a cuore.
