Rea Silvia

I Romani, al contrario dei Greci (e di tanti altri popoli) non hanno costruito una cosmogonia, ovvero un mito che raccontasse l’origine dell’universo, e neppure una teogonia, un mito sull’origine degli dei. Il mondo, per quello che li riguarda, comincia con la loro città, Roma s’identifica col mondo: del resto la parola urbs è etimologicamente connessa con orbis, terra.
Allo stesso modo i Romani non si posero mai il problema della nascita (o della creazione) del primo uomo o della prima donna: contano, per loro, gli uomini e le donne che hanno fatto grande Roma.
Della prima donna che conti, quella che dette i natali a Romolo e Remo, è incerto anche il nome… o meglio di nomi ne ebbe tre, secondo Plutarco: Ilia da Ilio, il nome di Troia; Rhea, come la sposa di Chronos e la Magna Mater; e Silvia, perché divinità del bosco.
Ennio e Nevio, due poeti romani dell’età arcaica, la vogliono figlia della donna che Enea prese in sposa appena arrivato sul suolo italico: per loro dunque è senz’altro Ilia, dal nome di Troia. Secondo un’altra tradizione la madre di Romolo e Remo si sarebbe chiamata addirittura Rhome, da cui il nome della città eterna. Ma secondo un’altra ipotesi di cui resta traccia in Virgilio, il nome Rea (che, se scritto senza la lettera h, significa colpevole già in latino) alluderebbe alla sua trasgressione, meritevole di una tremenda punizione: la morte per annegamento.

La leggenda più nota fa di Rea Silvia la figlia di Numitore, re di Alba, spodestato dal perfido fratello Amulio che l’avrebbe costretta a diventare vestale per assicurarsi che non mettesse al mondo un possibile vendicatore. Ma come in tutte le favole, i piani del malvagio di turno sono destinati a fallire: sarà il dio Marte a farla diventare madre. I racconti tramandati oscillano tra l’assoluta inconsapevolezza (e innocenza) della ragazza che il dio avrebbe violentato mentre dormiva e una sua qualche partecipazione all’amplesso (almeno in sogno). Una variante poco accreditata attribuisce la violenza allo stesso zio Amulio.
Come che sia l’evento che la tradizione pone all’origine di Roma è per noi emblematico: in principio ci fu lo stupro. Stupro ‘fatale’ per gli antichi, cioè voluto dal fato, perché discendere da Marte è garanzia di sorte gloriosa. Del resto la nascita di personaggi famosi è spesso ‘miracolosa’, come se fosse impossibile attribuire un padre qualunque a figli eccezionali: il principale esempio ne è naturalmente Gesù. Ma anche nel mito greco ce ne sono diverse: la più importante quella di Dioniso, figlio di Zeus e Semele, principessa di sangue reale, che non arriva a partorire, serbandosi in qualche modo intatta.
Nella poesia di età augustea il racconto dell’incontro tra Rea Silvia e Marte viene edulcorato, in modo da attenuare da una parte la violenza, dall’altra la responsabilità della ragazza. Ma lo storico Livio non tace i suoi dubbi: «La Vestale violentata, dando alla luce due gemelli afferma che è Marte il padre di quella prole di origine incerta: forse ci credeva davvero oppure pensava che era più onorevole attribuire la colpa a un dio» Livio, Ab urbe condita.
Molti autori raccontano che durante l’amplesso si verificarono eventi favolosi che hanno tutti in comune l’oscuramento della luce: un’eclissi di sole, una nuvolosità eccezionale, lo stesso focolare sacro a Vesta si copre di cenere e l’altare trema.
Marte consola la ragazza: da lei nasceranno due gemelli eccezionali per virtù e valore in guerra. Ma quando Amulio scopre che la nipote è incinta s’infuria e ovviamente non crede alla responsabilità del dio della guerra. Che fine faccia Rea Silvia è incerto: giustiziata subito oppure messa a marcire in prigione per lunghi anni, per dare il tempo ai figli di crescere e liberarla.

C’è tuttavia una versione meno nota della nascita di Romolo e Remo: dal focolare di Vesta sarebbe sorto un enorme fallo e Rea Silvia, facendosi penetrare, avrebbe concepito i gemelli. Anche la connessione di una nascita miracolosa col fuoco ricorre spesso: solo il fuoco può distruggere ogni traccia di mortalità dal corpo di colui che sarà venerato come un dio. Come accadrà a Romolo, assunto in cielo in circostanze misteriose e poi venerato col nome di Quirino: da cui l’appellativo di Quiriti per i Romani.
Ma un altro elemento compare in più modi nella leggenda: l’acqua. La stessa Rea Silvia sarebbe stata punita per il crimine di non aver rispettato l’obbligo di verginità imposto alle Vestali, con la morte per annegamento nel Tevere (o nell’Aniene). L’acqua di quello stesso fiume che dovrebbe significare morte certa per i gemelli e si rivelerà invece salvifica.
Della poetica latina arcaica che racconti la leggenda, abbiamo perso quasi tutto, ma Cicerone, citandoli nell’opera Sulla Divinazione, ci consente di leggere alcuni versi tratti dagli Annali di Ennio: «Quando la vecchia dal corpo tremante accorse portando un lume, piangendo per lo spavento del sonno, Ilia le raccontò il suo sogno: “Figlia di Euridice che nostro padre ha amato, forza e vita stanno abbandonando il mio corpo: perché mi è apparso un bell’uomo che mi rapiva portandomi tra rigogliosi salici, rive e luoghi mai visti; poi, rimasta sola mi vedevo , sorella, errare e cercare di seguirti attardandomi (con lentezza) e cercarti, ma non riuscivo a raggiungerti nel mio cuore; e i miei piedi non lasciavano tracce. Poi all’improvviso vedo mio padre che mi parla così: “Figlia mia, ti toccherà in un primo momento sopportare molte prove, ma poi la tua fortuna risorgerà dal fiume”. Dopo queste parole, mio padre, sorella, sparì di colpo dalla mia vista».
Più ricco il racconto che ne fa Ovidio nei Fasti, l’opera lasciata a metà che il poeta aveva intrapreso in onore di Cesare dopo la sua riforma del calendario romano, raccogliendo in un immenso affresco i miti e i riti connessi alle ricorrenze religiose di ogni singolo giorno: «O Marte bellicoso, eri inerme quando ti conquistò la sacerdotessa romana, affinché dessi il tuo seme per far grande questa Città. La vestale Silvia […] andava di mattina a prendere l’acqua per lavare gli oggetti del culto. Attraverso un sentiero molle di rugiada, era arrivata su una riva in leggera pendenza. Era stanca, depose vaso di coccio che portava in testa e si sedette a terra. Lasciò che il vento le accarezzasse il seno aperto, mentre si sistemava i capelli spettinati. I salici ombrosi, gli uccelli canterini e il leggero mormorio dell’acqua la fanno addormentare: un sopore leggero s’insinua furtivamente negli occhi che cedono al sonno e la mano languida scivola dal mento. Marte la vede, e appena la vede la desidera e appena la desidera la prende. E nasconde l’amore rubato con arte divina».
Questa la prima parte della storia: dopo l’apostrofe sorridente al dio della guerra che si lascia sorprendere disarmato, il racconto ha il tono leggero di una favola in cui si nota l’insistenza sul tema dell’acqua e colpisce la sottile lascivia del seno che si offre “aperto” (nudo?) non solo al vento ma anche allo sguardo: infatti per Marte vedere la ragazza, desiderarla e violentarla è tutt’uno. Non si parla d’amore, ma di desiderio e di possesso: il verbo che dice la violenza è lo stesso che si usa per le città conquistate. E al lettore romano non doveva sfuggire l’allusione alla frase lapidaria con cui Cesare aveva comunicato al Senato la conquista della Gallia, conclusa con rapidità senza precedenti: «Veni, vidi, vici [arrivai, vidi, vinsi]». Ovidio, Fasti.
Nel racconto ovidiano, la ragazza svegliandosi è stordita e sente che il suo corpo è diverso; ma il sogno — o la visione — diventa subito presagio: «Il sonno se ne va, lei giace gravida: certo nelle sue viscere c’era già il fondatore della Città di Roma. Stordita si alza e non capisce perché si senta stordita e appoggiandosi a un albero dice queste parole: “Prego che quello che ho visto in sogno sia un presagio di bene e di fortuna: ma era una visione più chiara di un sogno. Ero vicina al fuoco portato da Ilio, quando la benda di lana mi cadde dai capelli davanti al fuoco sacro, e da quello si levano — miracolo! — due palme: una era più alta dell’altra e copriva con i suoi rami pesanti tutta la terra, come proteggendola e con l’estremità della chioma toccava le stelle. Ed ecco il fratello di mio padre che si lancia con la spada contro le palme: il ricordo mi terrorizza ancora e il cuore trema di paura. Davanti ai due fusti combattono un picchio, sacro a Marte, e una lupa: e tutt’e due le palme si salvano grazie a loro”».

Significativo in questa versione del mito il particolare del fuoco di Troia, portato nel suolo italico dal ‘padre’ Enea salvatosi per volere degli dei proprio per fondare la città da cui discenderà Roma: il fuoco custodito nel tempio di Vesta è il cuore, il simbolo principale di ciò che si chiama patria, la terra dei padri. Trasmesso di generazione in generazione giunge ai due fratelli Numitore, re legittimo, padre di Silvia, e Amulio, che è dunque lo zio paterno della Vestale, spregiatore della giustizia: «Finito di parlare, sollevò il vaso pieno con mani incerte: l’aveva riempita, mentre raccontava la sua visione. Intanto cresce Remo, cresce Quirino (Romolo) e il suo ventre si gonfia del peso divino […] Silvia diventa madre; raccontano che la statua di Vesta si coprisse gli occhi con le virginee mani. Mentre la sua sacerdotessa partoriva, certamente tremò l’altare della dea e la fiamma atterrita si nascose sotto la sua stessa cenere. Quando Amulio, che aveva in spregio ciò che è giusto, lo venne a sapere — aveva vinto e ora era suo il potere strappato al fratello — ordina che i gemelli vengano annegati nel fiume. Ma l’acqua rifiuta di farsi complice del delitto e i bambini vengono depositati su un lembo di terra asciutta. Chi non sa che i neonati crebbero grazie al latte di una belva e che spesso arrivava un picchio a portare del cibo ai bambini abbandonati?».
È interessante notare che, nonostante la gravidanza della sua sacerdotessa sia da attribuire a un dio e, a dispetto del glorioso destino che attende almeno uno dei nascituri, Vesta ha orrore della verginità violata e la scena illuminata dal fuoco sacro si rabbuia in un presagio di morte evocato dalla parola cenere.
L’episodio ricorda la vicenda di Proserpina (Persefone per i Greci) strappata con violenza alla madre Cerere (Demetra) dal dio dei morti per farne la sua sposa e che ha per effetto l’inaridimento di tutta la terra.
Rea Silvia è figlia del padre: è a lui che si vuole rubare la discendenza, nulla sappiamo di sua madre.
Eppure anche questo mito su cui poggiano le fondamenta (e la fondazione) di Roma, sembra raccontare il conflitto inevitabile tra il femminile e il maschile; e la contraddizione tra l’esaltazione della ‘pudicizia’ (massima virtù femminile, divinizzata dai Romani) e della verginità come garanzia di purezza, da una parte, e la necessità dello spargimento del sangue virginale per propagare la specie, dall’altra.

In copertina: Ph. Rubens, Marte e Rea Silvia. Particolare.

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Articolo di Gabriella de Angelis

Docente di latino e greco nei licei e nei corsi dell’Università delle donne Virginia Woolf, si è dedicata alla rilettura dei testi delle letterature classiche in ottica di genere. All’Università di Aix-Marseille ha tenuto corsi su scrittrici italiane escluse dal canone. Fa parte del Laboratorio Sguardi sulle differenze della Sapienza. Nel Circolo LUA di Roma intitolato a Clara Sereni, organizza laboratori di scrittura autobiografica.

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