Banksy e me. Dialogia, un libro di poesie di Norma Stramucci

Io abito la Possibilità.
Una casa più bella della prosa,
con molte più finestre,
superiore, quanto a porte.
Questi versi della poeta Emily Dickinson rappresentano una definizione di poesia che credo sia davvero preziosa: è il mondo della possibilità, il terreno dove può accadere il miracolo dell’incontro tra un io che scrive e un tu che accoglie e reinterpreta quelle parole come farmaco che mette a nudo i sentimenti umani più profondi. Perché ogni qualvolta uno scrittore o una scrittrice partoriscono un’opera, essa per sua natura non appartiene più a chi l’ha generata, ma diventa di chi la accoglie e la fa propria, regalandole infinite vite e infinite possibilità di esistere.
È l’idea che affiora mentre si leggono i versi della poeta Norma Stramucci, classe 1957, autrice della raccolta Banksy e me. Dialogia, pubblicata per Manni editori nel novembre 2025, opera che ho avuto modo di gustare, pagina dopo pagina, verso dopo verso, durante la pausa natalizia. Sì, perché la poesia va gustata prima ancora che interpretata, ne sono sempre stata intimamente convinta, sia da lettrice che da insegnante: la poesia va vissuta, goduta, dalla poesia ci si deve lasciare travolgere, avvolgere, emozionare, anche ferire, penetrare nell’intimo.

La raccolta è suddivisa in diverse sezioni, ognuna dedicata a un tema sia civico che esistenziale. Ogni poesia condivide con Banksy il titolo che richiama un’opera dello street artist. Ma non è solo questo (come ha giustamente evidenziato il prefatore della raccolta, Massimo Raffaeli). Quello che si avverte, tangibile e tagliente, mentre si leggono i versi di Stramucci, è la profonda ed empatica condivisione con gli afflati di ribellione controcorrente che appartengono al tratto visivo dell’artista e che si ricompongono in linguaggio nuovo, preciso, nitido, schietto quale è quello delle poesie che scorrono sotto gli occhi del lettore e della lettrice. È uno stile che non edulcora, quello della poeta Stramucci, ma pone con eleganza di fronte a riflessioni che diventano ineluttabili, che — partendo dal dato artistico — si fanno parola chirurgica che costringe a visualizzare nella testa l’urgenza, che il dettaglio richiamato porta in sé, di farsi strada e imporsi all’attenzione e — soprattutto — alla memoria collettiva. Così, per esempio, i versi della sezione Israele-Palestina affiorano sulla pagina e ci rendono inevitabile un sussulto di indignazione mista a compartecipazione: Stop [titolo] — E basta! / Che in questo modo / all’altro mondo sarete / comunque persi, dove l’assonanza tra modo e mondo e l’enjambement tra sarete e comunque preparano la mente a recepire quel persi finale che è il destino di ogni violenza: la perdizione dell’anima, di sé stessi, dell’umanità del mondo.

Non vi è, dunque, sudditanza allo spunto artistico, ma dialogo e poi rielaborazione che si snoda nella raccolta anche attraverso un raffinato gioco di rimandi a modelli poetici della tradizione, che possono essere colti da un occhio sensibile. Oggi ma solo oggi / me ne sto zitta. / Perché a gettarci la parola / in gola alla formica / che è il mondo nel cosmo / non sento il tonfo: si sente l’eco di Non chiederci la parola di Montale, sull’impossibilità da parte del poeta di saper disvelare verità profetiche che non bastano più a interpretare un reale sempre più anestetizzato al dolore e alla sofferenza. Ancora, nei versi Vai a cercare l’anello che manca / alla catena / della famiglia umana, sembra riecheggiare il Montale de I limoni con quell’anello che non tiene, / il filo da disbrogliare che finalmente ci metta / nel mezzo di una verità, oppure nella poesia La ragazza del Bataclan, i versi Muore per niente / la rondine che torna al suo tetto riportano alla mente il X agosto di Pascoli: Ritornava una rondine al tetto: / l’uccisero: cadde tra spini.

Verso dopo verso ci si sente coinvolti/e in una chiamata alla consapevolezza del nostro tempo, all’azione di non girare lo sguardo da un’altra parte rispetto alle tragedie della nostra contemporaneità, ma anche rispetto ai nostri patimenti privati e quotidiani. Bellissimi, in tal senso, i versi dedicati a Giulia Cecchettin, intitolati Cenerentola: E si era fatta bella / per l’alloro in testa. / E si era incamminata presto, / con le stelle. Ma dormono / forse le fate quand’è notte, / e un ranocchio che non s’è trasformato / ha gettato alle ortiche la corona. / Lei voleva solo / la sua anonima gloria, parole che scuotono perché dipingono una verità amara sui femminicidi, ovvero l’atto, che ogni volta si consuma, di strappare la vita delle donne all’anonima gloria della loro intima quotidianità. Straordinario, infine, l’ossimoro della poesia La ragazza con l’ombrello, mi sono fatta il regalo del dolore, quasi un invito a chiudere — come l’ombrello — alibi e difese artefatte e ad attraversare le nostre sofferenze e le sofferenze del mondo.

Merita lettura attenta e goduta questo florilegio di versi, a dimostrazione che, in un mondo invaso e spesso disturbato dall’imperio della téchne, la poesia ci è necessaria per ritrovare la poiēsis, per ritrovare noi stessi e noi stesse.

Norma Stramucci
Banksy e me
Manni Poesia
San Cesario di Lecce 2025
pp. 144

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Articolo di Valeria Pilone

Già collaboratrice della cattedra di Letteratura italiana e lettrice madrelingua per gli e le studenti Erasmus presso l’università di Foggia, è docente di Lettere al liceo Benini di Melegnano. È appassionata lettrice e studiosa di Dante e del Novecento e nella sua scuola si dedica all’approfondimento della parità di genere, dell’antimafia e della Costituzione.

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