Storia d’amore e d’archeologia

L’ultima pubblicazione della scrittrice Marinella Fiume — che con le sue ricerche e i suoi scritti ha sempre indagato sulla storia, spesso sommersa, delle donne e sui loro tradizionali saperi — è Storia d’amore e d’archeologia (Algra editore, 2025). Insieme alla professoressa Fulvia Toscano, è ideatrice e direttrice artistica del Festival La Sicilia delle donne ed esperta del Ministero Pari opportunità per L’Italia delle donne.

Il libro (difficile definirlo romanzo o saggio, biografia o diaristica…) racconta la relazione di cuore e di mente tra Daphne Phelps, neuropsichiatra infantile inglese, e l’archeologo rumeno Dinu Adamestenu, nella Sicilia dei primi anni Cinquanta. Due esuli: lei per scelta, lui per necessità.
Due vite che emergono dagli scenari di una terra inondata di luce, ma anche intrisa di arcaicità e contraddizioni. L’isola viene eletta a dimora da Dinu per il tempo necessario alla scoperta degli antichi scavi della città di Gela e da Daphne per la vita. Daphne resterà custode della bellezza di Casa Cuseni di Taormina ereditata dallo zio, il famoso pittore britannico Robert Kitson.
È sorprendente come Marinella Fiume, partendo dal carteggio di lettere private della coppia, ci consegni, tra tante altre cose, l’integrazione di Daphne e Dinu con la popolazione locale. Rapporti di stima, di affetto e di condivisione di interessi con siciliani e siciliane, che sfatano i cliché della narrazione tradizionale di un popolo poco avvezzo a una dimensione culturale cosmopolita.
Tra le pagine, catturano sicuramente, quelle relative alle scoperte dell’archeologo, la frenesia della riscrittura di una Storia portata alla luce a mani nude tra le antiche pietre, sotto il sole cocente o la pioggia sferzante, senza mai far vincere stanchezza o sconforto. Dinu racconta ogni dettaglio tecnico degli scavi a Daphne e le invia riviste specializzate di archeologia. La rende partecipe anche della stanchezza, dello stress, delle «giornate passate al vento tra la terra bruna e arsa e la polvere», la mette al corrente del ritrovamento di ogni reperto e delle vicissitudini del suo gruppo di operai locali che non considera dei semplici lavoratori, ma uomini compartecipi di una straordinaria esperienza. Con loro, Adamestenu instaurò un profondo rapporto umano. A lui sarà riconosciuta, più avanti negli anni, la cittadinanza italiana per meriti scientifici.

Riteniamo ancor più preziose le pagine dedicate alla viaggiatrice inglese Daphne Phelps che scelse di diventare “custode” di Casa Cuseni, rinunciando a una brillante carriera. Quella casa, grazie a lei, restò dimora fisica e spirituale di viaggiatori e viaggiatrici di quei tempi. In quelle stanze soggiornarono, anche per lunghi periodi, il Nobel per la letteratura Bertrand Russel, il pittore Julian Trevelyan e la pittrice Mary Fedden, l’ematologa Janet Vaughan, lo storico Denis Mack Smith, il drammaturgo americano Tennessee Williams e il suo compagno pittore e poeta Henry Faulkner, il poeta Ezra Pound, la scrittrice naturalista Jocelyn Broke e ancora studiosi in diversi ambiti e direttori di musei internazionali.
Quell’afflusso continuo di personalità permetteva a Daphne non solo di restare economicamente ed agiatamente indipendente, ma di arricchire la sua cultura e il suo spirito. E in quel luogo trovò anche la ricchezza di conoscenze che le regalarono siciliani e siciliane.
La casa per lei diventò Tempio e lei la sua Vestale.
Una residenza immersa in un paesaggio straordinario dove le vite e l’estro artistico di chi vi soggiornava si armonizzavano e si esplicavano lontano da stigmi e giudizi dell’epoca e dove gli amori ostentati o segreti fiorivano senza le costrizioni dei modelli sociali imposti.

Dinu, a causa del suo amore per l’archeologia, decise però di non mettere radici accanto a Daphne e lei, innamorata dell’arte e del bello, decise di non seguirlo e restare a Taormina. Due spiriti talmente liberi che sacrificarono il loro sentimento, la loro attrazione fisica e spirituale per poter vivere dimensioni culturali di ampio e profondo respiro nel rispetto dei loro interessi.
Quel sentimento che li legò si svela grazie ad alcune lettere di Dinu che Daphne conservava gelosamente legate da un nastrino rosso. Rimane così ai posteri quella relazione che non avrà continuità negli anni successivi poiché le loro strade si divideranno per sempre. Entrambi compresero di non potere diventare dimora fissa o àncora per l’altro: «due destini che si sfiorarono ma non ebbero possibilità di unirsi per non tradire il loro spirito libero e le rispettive aspirazioni e passioni».
Ma se per Dinu la memoria resta viva ancora oggi, di Daphne il ricordo è sbiadito e questo libro ne restituisce memoria collettiva e grandezza intellettuale. In Storia d’amore e d’archeologia Daphne riemerge anche come donna generosa e filantropa, attenta ai bisogni delle persone anziane della sua città e delle adolescenti di un orfanotrofio. Riemerge come ribelle, con le sue contestazioni alle scelte degli amministratori locali che deturpavano il paesaggio con cementificazioni o abbattimento di case antiche. Riemerge come donna assetata di conoscere tradizioni, superstizioni e miti di Sicilia. Riemerge come viaggiatrice: «figlia di una nuova epoca di emancipazione femminile. Certo non la prima ma anzi forse l’ultima di una serie di donne avventurose», come scrive Fiume.
Daphne visse riempiendosi gli occhi della bellezza del paesaggio, soprattutto della vista del Vulcano che lei sentiva «un’entità profondamente femminile, una regina pronta a prender fuoco. Posso vederlo dal mio letto senza alzare la testa del cuscino».
Ed ancora: «sono stati il calore dell’affetto siciliano e la bellezza di Casa Cuseni a legarmi strettamente a questo posto […] la casa, la mia casa anche se crolla resta mia, e se devo morire, voglio farlo là, tra i fichi secchi e il vento d’Africa».
Con un escamotage narrativo Marinella Fiume riporta alla memoria tante donne straordinarie dell’Ottocento, soprattutto le prime viaggiatrici inglesi vittoriane ed edoardiane, da France Elliot a Florence Trevelyan. Il libro è quindi una miniera di informazioni storiche dettagliate e documentate.

In un’intervista chiediamo all’autrice se la classificazione di romanzo o di saggio, alla luce di tanti altri libri scritti soprattutto da donne, non sia ormai superata. E come definirebbe il suo Storia d’amore e d’archeologia? Questa la sua risposta: «Senza voler riservare al canone alcuna “sacralità”, esso è definibile piuttosto come l’insieme delle esperienze letterarie che hanno contribuito a creare una tradizione in continuo divenire. Tuttavia, quella del rapporto tra Donne e Canone è una vexata quaestio. il Canone letterario rimane ancora reazionario “bianco, maschile e alto borghese”, per cui è necessario un suo profondo ripensamento metodologico che scardini luoghi comuni sessisti e coloniali. La scrittura delle donne, almeno quella consapevole, sta procedendo a riscrivere e rifondare un canone letterario in fieri e continuamente superato. Il romanzo ha una lunghissima storia, almeno da quello ellenistico, ma la sua ripresa oggi sic et simpliciter sarebbe consolatoria e non è certo questo l’intento del mio lavoro».
Non sarebbe questa la prima volta che le donne scardinano le regole del genere letterario o ne introducono uno nuovo.
Chi conosce la storia delle scrittrici nei secoli passati ne è consapevole.

Marinella Fiume
Storia d’amore e di archeologia
Algra Editore, 2025
pp. 172

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Articolo di Ester Rizzo

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Giornalista. Laureata in Giurisprudenza e specializzata presso l’Ist. Sup. di Giornalismo di Palermo, socia Sil, collabora con varie testate on line, tra cui Malgradotutto e Dol’s. Per Navarra editore ha curato il volume Le Mille. I primati delle donne. Autrice dei saggi: Camicette BiancheDonne DisobbedientiIl labirinto delle perdute e i romanzi storici Le ricamatrici e Trenta giorni e 100 lire, sempre per Navarra editore.

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