Anselm Kiefer, un gigante dell’arte contemporanea, a Milano, nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, dà voce a donne che la storia ha cancellato, scienziate, visionarie, alchimiste che per secoli sono state considerate streghe, colpevoli di possedere un sapere che spaventava, eppure decisive per la nascita del pensiero scientifico moderno.
La mostra, curata da Gabriella Belli, aperta dal 7 febbraio, è visitabile fino al 27 settembre 2026 e rientra nel programma dell’Olimpiade culturale di Milano Cortina 2026. Un progetto monumentale in cui le Cariatidi, che, volutamente non restaurate, portano ancora le ferite dei bombardamenti dell’ultimo conflitto mondiale, dialogano con le figure celebrate dal Maestro. Un percorso che invita a riflettere sul ruolo delle donne nella storia della scienza e della conoscenza.


Già nel 2022 nella Sala dello Scrutinio del Palazzo Ducale di Venezia Anselm Kiefer aveva esposto un ciclo di dipinti con l’obiettivo di confrontarsi con i grandi pittori del passato, quali Tintoretto, Palma il Giovane, Andrea Vicentino, artisti che avevano ridipinto la gloria della Serenissima sulle pareti della Sala, dopo il devastante incendio del 1577. A Kiefer poi è stata dedicata nel 2024 una corposa retrospettiva nelle sale di Palazzo Strozzi a Firenze e ora l’artista arriva a Milano in una location, che alla pari di quella veneziana, è altrettanto suggestiva e ricca di tracce del passato: la Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, infatti, che fu realizzata tra il 1774 e il 1778 su progetto di Giuseppe Piermarini, il 15 agosto 1943, fu colpita dall’attacco dei bombardieri della Royal Air Force, in cui andò distrutto il tetto della sala, con l’affresco di Francesco Hayez L’apoteosi di Ferdinando I, e il ballatoio con i dipinti di Andrea Appiani.
Oggi nella stessa Sala Anselm Kiefer dedica questo ciclo monumentale alle donne che nei secoli hanno studiato o praticato l’alchimia, contribuendo alla nascita della scienza moderna, il cui ruolo «è stato molto più ampio di quanto la narrazione canonica faccia pensare» come ha affermato Natascia Fabbri, storica della scienza. Trentotto grandi teleri celebrano un vero pantheon femminile che restituisce dignità e autorità a tante donne rimosse dalla storia e ci ricordano che la conoscenza non ha genere. Al centro della sala, tra i teleri, si formano dei corridoi che consentono di osservare le opere da vicino, dipinti che raggiungono l’altezza considerevole di quasi sei metri.
Narrare la storia, soprattutto quella scomoda, è l’interesse principale di Anselm Kiefer, che da sempre si è dedicato a rappresentare oscure vicende socio-politico-religiose del passato recente dell’Europa e dell’intero pianeta. Nei suoi quadri non appaiono quasi mai figure umane, ma luoghi, paesaggi, ambienti dove le tragedie della storia si sono consumate. La sua è una materia corrosa, da ossidazioni, combustioni, ricca di foglie d’oro e d’argento, sedimenti di elettrolisi, fiori essiccati, paglia, piombo, acciaio, argilla, gesso, silicone, carboncino e collage di tela su tela. Materiali che tra l’altro producono anche un effetto olfattivo, perché emanano un odore unico, caratterizzato da spiccate essenze chimiche. Da questa materia tormentata emergono volti che non cercano la bellezza, ma la verità. «Una necessità della bruttezza», la definisce Gabriella Belli, «che conferisce energia e forza», volti inquieti che chiedono solo di essere ricordati.


Kiefer, che in più occasioni ha dichiarato di essere “per metà donna”, ci tiene a chiarire che il progetto realizzato per Palazzo Reale, pur avendo una forte connotazione femminile, non è un progetto “femminista”. Non è la prima volta che l’artista si confronta con genealogie femminili, dalle Donne delle rivoluzioni (1987) fino alle Regine di Francia (1995). Queste alchimiste sono state regine e nobildonne, mogli di filosofi e di scienziati, assistenti di padri e mariti che si dedicavano alla ricerca della pietra filosofale, studiose delle teorie alchemiche e coraggiose praticanti in laboratori domestici. Molte di loro hanno pubblicato i loro studi, spesso ricette di farmaci e cosmetici, e nei dipinti di Kiefer ognuna è identificabile dal suo nome tracciato in caratteri dorati.
Esistite fin dall’età antica, tra le prime figure si incontra Theosebeia, allieva di Zosimo di Panopoli, alchimista vissuto in Egitto intorno al 300 d.C. A lei Zosimo dedica Lettere a Theosebeia, in cui cita anche Paphnutia, che l’autore definisce un esempio da non seguire, una persona ignorante, che praticava l’alchimia in modo scorretto; Cleopatra, filosofa e alchimista greca, attiva ad Alessandria d’Egitto nel III/IV secolo d.C., padroneggiò la produzione della pietra filosofale, ed è nota soprattutto per la Crisopea, un papiro che contiene simboli, disegni e didascalie. Nel Medioevo Bianca di Navarra, la principessa più bella del suo tempo, che sposò il re di Francia Filippo VI di Valois, di quarant’anni più vecchio di lei, appassionata di alchimia, pare avesse dei laboratori in alcuni dei suoi castelli. E Perenelle Flamel, ricca benefattrice, collaboratrice e moglie dell’alchimista Nicolas Flamel.

Le testimonianze sulle alchimiste del Quattrocento e soprattutto nel Cinquecento sono più numerose, e tra di esse spiccano Caterina Sforza, figlia illegittima di Galeazzo Maria Sforza, signora di Imola e contessa di Forlì, autrice del manoscritto Experimenti, in cui raccolse più di 450 ricette di cosmesi, mediche e alchemiche. Isabella d’Aragona, duchessa di Milano e consorte di Gian Galeazzo Maria Sforza, ereditò dai parenti aragonesi l’indomita fierezza e la combattività, e non temette di ricorrere a mezzi sleali, quali il veleno, per raggiungere i propri scopi. Margaret Clifford, pronipote di Enrico VIII e ottava in linea di successione al trono inglese, fu accusata di usare l’astrologia per predire la morte della regina Elisabetta e identificare il suo probabile successore. Secondo la legge Tudor, predire la morte del monarca, soprattutto attraverso mezzi soprannaturali, era considerato tradimento. Fu posta agli arresti domiciliari per anni, isolata dalla corte e da ogni influenza. Anne Marie Ziegler, nobile tedesca, che prometteva, grazie a una tintura l’eterna giovinezza, morì sul rogo nel 1575 per i suoi crimini; Camilla Erculiani, vissuta a Padova nel XVI secolo, è stata una farmacista e femminista italiana. Fu autrice delle Lettere di philosophia naturale (1584), un testo dove non solo tratta di diversi problemi scientifici ma prende posizione riguardo al ruolo delle donne nella ricerca scientifica.


Nel XVII secolo Sophie Brahe, astronoma e scienziata danese, sorella del celebre astronomo Tycho, praticò chimica e medicina e coltivò un orto dei semplici per ricavarne rimedi naturali. Anne Conway, filosofa inglese, donna estremamente colta e versatile, espose il suo pensiero nei Principia e fu interprete di un’alchimia a servizio della cura. Martine Bertereau, vissuta in Francia nella prima metà del Seicento, ingegnera mineraria e pioniera della mineralogia francese, accusata di furto, morì in prigione con la figlia maggiore a Vincennes. Marie de Bachimont, moglie dell’alchimista Roger de Bachimont, coinvolta nell’Affare dei veleni, uno scandalo verificatosi a Parigi nel XVII secolo, fu condannata insieme al marito a una reclusione perpetua a St. André de Salins. Margaret Cavendish, filosofa del Seicento, fu autrice di opere che intrecciavano metafisica, poesia e scienza. Dorothea Juliana Wallich, alchimista tedesca, vissuta tra il XVII e il XVIII secolo, pubblicò numerosi testi chimici.


Per il Settecento, ricordiamo Susanna von Klettenberg, guida spirituale di Goethe, che coinvolse nei suoi esperimenti in un laboratorio domestico improvvisato. Tra le più recenti alchimiste, Mary Anne Atwood è figura chiave dell’Ottocento inglese, morta quasi centenaria nel 1910: pubblicò insieme al padre un’opera per poi ritirarla e distruggerla, nella convinzione di aver rivelato i segreti di una materia sacra.

Donne vissute in secoli e contesti diversi, ma accomunate dalla stessa passione verso una conoscenza capace di unire spirito e materia, raccontate da Kiefer come simboli di un sapere che sopravvive alle condanne e alle censure.
Anselm Kiefer non è certo il primo artista a essersi ispirato ai processi alchemici: ricordiamo Leonardo da Vinci, che, pur non essendo un alchimista in senso stretto, era interessato alla trasformazione della materia e agli studi chimici; Hieronymus Bosch, le cui opere sono ricche di simboli esoterici, Pieter Bruegel il Vecchio, Albrecht Dürer e poi il Parmigianino, che si rovinò a causa della sua incessante ricerca dell’oro. E in tempi più recenti Salvador Dalí, nelle cui opere l’alchimia diventa metafora della creazione artistica, Max Ernst, Joseph Beuys.
Oggi l’alchimia viene riletta come una metafora della realizzazione di sé e dell’esplorazione dell’inconscio.
Se siete a Milano, insomma, non perdetevi la mostra di Kiefer, anche se l’artista tedesco, ottantenne, ha chiesto che l’installazione monumentale resti a Milano per sempre.
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Articolo di Livia Capasso

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, ha insegnato Storia dell’arte nei licei fino al pensionamento. Accostatasi a tematiche femministe, è tra le fondatrici dell’associazione Toponomastica femminile.
