Donne al bivio. La guerra e l’amore

Fin dalle origini mitiche della città, le donne romane non sono mai strumenti passivi, incapaci di iniziativa, o irrilevanti nelle vicende che le coinvolgono: le loro parole, le loro scelte risultano anzi spesso determinanti nello sviluppo degli avvenimenti.
Secondo la leggenda, il primo problema che dovette risolvere il gemello superstite dei due nati da Rea Silvia, allattati dalla lupa e allevati da Acca Larenzia, fu quello di popolare la città appena fondata. Perciò Romolo aprì le porte a quelli che, fuggiti o scacciati dai luoghi di origine per qualunque motivo, erano alla ricerca di una nuova patria: inaugurò così la tradizione di accoglienza e inclusività che caratterizza costantemente la storia di Roma.
Ma le donne scarseggiavano e invano furono mandati ambasciatori alle città confinanti per chiedere di stringere accordi matrimoniali, nonostante che nel mondo antico fosse pratica comune l’esogamia: l’uso di dare in spose le ragazze a chi non appartenesse alla stessa “tribù”, per favorire alleanze e scambi (e anche per motivi eugenetici). Così come diffuso era il “ratto della sposa”, che, secondo gli antropologi, risponde a una duplice esigenza: da una parte dà allo sposo l’occasione di far prova del suo valore, dall’altra fornisce alla sposa una giustificazione per l’abbandono della famiglia d’origine. Del resto una traccia di queste usanze sopravvive ancora in alcune regioni italiane nella “fuitina”, cui gli aspiranti sposi ricorrono per costringere le famiglie non consenzienti ad accettare la loro scelta o semplicemente per evitare le spese onerose di un matrimonio in piena regola.

Il ratto delle Sabine, Giambologna, 1580-1583

Nel racconto di Tito Livio, storico del I secolo a.C., il ratto delle Sabine è un atto proditorio organizzato da Romolo che invita i popoli vicini a presenziare a una grande festa. Sul più bello i suoi sudditi si lanciano al rapimento delle giovani figlie degli ospiti. Pianti e lacrime cessarono presto: i romani riuscirono a convincere le ragazze che le loro intenzioni erano serie e che non avrebbero dovuto vergognarsi dei mariti.
«Quando giunse il momento dello spettacolo che attirava gli occhi e l’attenzione di tutti, scoppiò come stabilito un tumulto e i giovani romani corsero a rapire le ragazze: per lo più ognuno si portò via quella che gli era capitata a tiro. Ma le più belle, destinate ai senatori importanti, venivano portate nelle loro case da uomini del popolo cui era stata affidata questa incombenza. Una, di gran lunga superiore alle altre per la sua bellezza fuori dal comune, fu rapita dal gruppo che faceva capo a un certo Talassio e, visto che tutti lo chiamavano per capire a chi dovevano portarla, nacque la consuetudine di gridare “Talassio!” durante i riti nuziali», Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, I, 9.
Plutarco dà un’altra spiegazione di questa usanza: «Molti autori ritengono che quel grido fosse un incitamento al lavoro e in particolare alla tessitura: i Romani di allora usavano il vocabolo greco talasia per “tessitura” […] Finita la guerra, quando i Sabini si riconciliarono con i Romani, si presero accordi sulle donne: esse non avrebbero dovuto fare per i mariti altro lavoro che quello della lana», Plutarco, Vita di Romolo, 15, 4.

Il ratto delle Sabine, Luca Giordano, 1680 c.ca

Vale la pena di ricordare che molti delle iscrizioni che ancora possiamo leggere sui sepolcri delle donne romane ne celebrano la virtù con questa frase: “Domi sedit, lanam fecit” e cioè “è rimasta in casa, ha fatto la lana”.
Ma torniamo al ratto. Mentre i genitori delle ragazze rapite si danno alla fuga limitandosi a protestare per la violazione delle leggi dell’ospitalità, Romolo in persona gira di casa in casa per consolarle e rassicurarle: saranno mogli legittime, condivideranno con i rispettivi mariti i beni, il diritto di cittadinanza e, soprattutto, i figli:
«Le invita perciò ad addolcirsi e a consegnare il cuore a coloro cui la sorte ha assegnato il loro corpo. Comportandosi così, avrebbero indotto anche i mariti a comportarsi bene nei loro confronti e a non far loro sentire la mancanza della patria e della famiglia. A queste parole i mariti aggiungevano parole carezzevoli che giustificavano il loro comportamento con l’ardore della passione: argomento che, come è noto, è particolarmente efficace se si vuole convincere una donna», Livio, Ivi.
Se le spose forzate poco alla volta si calmano, non così i loro parenti, che, vestiti a lutto, cercano di convincere i concittadini a vendicare l’oltraggio. Sperano soprattutto in Tito Tazio, re dei Sabini. Ma le diverse città coinvolte nella vicenda non riescono a mettersi d’accordo e Romolo, affrontandole separatamente, ha facilmente la meglio su alcune di esse. Solo i Sabini riescono a mettere in difficoltà Roma e il suo re: la leggenda vuole che sia stata una donna, Tarpea, figlia del custode della rocca a consegnarla ai nemici forse per amore o forse per vanità e cupidigia. In ogni caso i nemici stessi la ripagano in modo atroce del tradimento da cui hanno tratto vantaggio.

Le Sabine, Jaques-Louis David, 1794-1799

«Comandava la rocca romana Spurio Tarpeio. Tito Tazio, re dei Sabini, corruppe con l’oro la giovane figlia di costui, inducendola a far entrare nella rocca alcuni armati: lei in quel momento era uscita fuori dalle mura per attingere acqua per i sacrifici. Entrati, la uccisero seppellendola sotto le armi o per far credere che la rocca fosse stata conquistata con la forza o per dare un esempio di come non ci si debba mai fidare di un traditore. Ma la leggenda racconta che, poiché i Sabini portavano comunemente sul braccio sinistro braccialetti d’oro di gran peso e al dito bellissimi anelli con pietre preziose, Tarpea aveva pattuito come compenso ciò che portavano nella mano sinistra: perciò furono ammucchiati su di lei gli scudi, invece che i doni d’oro. C’è chi sostiene invece che, pattuendo che le consegnassero ciò che avevano nella mano sinistra, la ragazza chiedesse la consegna delle armi e che i Sabini, sospettando un inganno, l’avevano uccisa proprio con gli oggetti che aveva richiesto», Livio, I, 11.
I Romani reagiscono valorosamente e recuperano qualche posizione, ma lo scontro finale viene evitato grazie all’intervento di un’altra donna, Ersilia, la moglie dello stesso Romolo, l’unica sposata — e forse già incinta — tra le donne rapite: è lei che convince le sue sorelle di sventura a separare con i loro corpi le schiere che stanno per affrontarsi supplicando mariti e genitori di trovare un accordo:
«Con i capelli sciolti e le vesti stracciate, vincendo, per l’orrore della situazione, la paura tipica delle donne, ebbero il coraggio gettarsi in mezzo a spade e lance che già volavano; scongiurano da una parte i padri, dall’altra i mariti di non macchiarsi, uccidendo il suocero o il genero, di un sangue empio che ricadrebbe sulle loro creature : “Se non vi piace la parentela che si è creata tra voi e il nostro matrimonio, prendetevela con noi: siamo noi la causa della guerra, delle ferite e delle stragi di mariti e genitori: è meglio per noi morire che vivere vedove oppure orfane, senza gli uni o senza gli altri”», Ivi, I, 13.

Ersilia separa Romolo da Tazio, Guercino, 1645

Ersilia e Tarpea sono così le prime due donne di cui ci sia conservata memoria nella lunga storia di Roma: una storia fatta e raccontata, come sempre, da uomini. E il racconto che ne immortala i comportamenti, di segno opposto, comincia a delineare da una parte il profilo della matrona romana virtuosa, dall’altra quello della giovane donna vanitosa o avida, pronta a tradire la patria per ottenere vantaggi personali. Tuttavia su Tarpea circolava un’altra storia: all’origine del tradimento ci sarebbe stato il suo innamoramento per un sabino, forse lo stesso Tito Tazio: anche le donne romane potevano avere una scala di valori diversa da quella degli uomini e mettere, come Saffo, l’amore al primo posto.
Comunque siano andate le cose, Tarpea ha lasciato il suo nome alla rupe del Campidoglio dalla quale venivano precipitati i traditori, cui cittadini e turisti che ne costeggiano le pendici possono ancora oggi levare lo sguardo. Mentre del nome di Ersilia, la “prima donna” non resta traccia nella toponomastica della città ed è del tutto sconosciuta, tranne che agli studiosi, la leggenda raccolta da Ovidio, che la vuole assunta in cielo e divinizzata insieme a Romolo, col nome di Hora.

In copertina: Il ratto delle Sabine, Pietro da Cortona, 1630-31 (particolare).

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Articolo di Gabriella de Angelis

Docente di latino e greco nei licei e nei corsi dell’Università delle donne Virginia Woolf, si è dedicata alla rilettura dei testi delle letterature classiche in ottica di genere. All’Università di Aix-Marseille ha tenuto corsi su scrittrici italiane escluse dal canone. Fa parte del Laboratorio Sguardi sulle differenze della Sapienza. Nel Circolo LUA di Roma intitolato a Clara Sereni, organizza laboratori di scrittura autobiografica.

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