Presenze femminili nei musei del Nuorese 

A Nuoro il Museo del Costume, realizzato nel 1957 da un progetto dell’architetto Antoni Simon Mossa, è dal 1976 il più importante museo etnografico della Sardegna, riorganizzato e ampliato nel 2015. Dal 2018 è stata aggiunta una nuova sala dedicata agli strumenti musicali tipici, come le launeddas, e ai tanti carnevali. Offre una ricca e varia rappresentazione della vita e delle tradizioni isolane, per cui vi sono esposti oltre 5.000 oggetti d’uso quotidiano, comprese ricostruzioni, video, stanze a tema in un percorso temporale che va dalla Preistoria fino al 1950 circa. 

Nuoro, Museo del Costume, pannello esplicativo, foto di Laura Candiani

Naturalmente comprende elementi che richiamano la pastorizia, l’agricoltura, la caccia e la pesca, ma a noi interessano soprattutto i lavori femminili, dalla tessitura alla lavorazione del pane. In una grande sala si ammirano un telaio verticale e un telaio orizzontale con molteplici esempi di tessiture, fra cui un raro tapinu ‘e mortu, raffinato drappo a strisce a zig zag che accoglieva in antico la persona defunta. 

Nuoro, Museo del Costume, telaio verticale, foto di Laura Candiani
Nuoro, Museo del Costume, telaio orizzontale, foto di Laura Candiani

In apposite teche sono visibili oltre 350 tipi di pane di tutta l’Isola e intere stanze e foto d’epoca mostrano donne intente alla lavorazione manuale di paste, come i famosi culurgiones e la fregula, e di pane carasau, pane lentu, pane pistoccu, ecc. 

Nuoro, Museo del Costume, pani di forme svariate, foto di Laura Candiani

Si ammirano inoltre più di 800 capi d’abbigliamento tradizionali, molti indossati da manichini femminili e maschili a grandezza naturale, che evidenziano l’originalità, la varietà, la raffinatezza dei manufatti: scialli, gonne, corpetti, cuffiette, copricapi; bellissima pure l’esposizione di 450 fra oggetti di culto, amuleti e gioielli, parecchi dei quali realizzati in filigrana per abbellire e ornare gli abiti durante le feste, le cerimonie, le sfilate. Insomma, una visita da non mancare per entrare nel vivo della cultura sarda in questo capoluogo ricco di musei di notevole interesse, fra cui si segnalano anche l’Archeologico, il Man, la Casa-museo di Grazia Deledda.
Fino al 14 giugno, sempre a Nuoro, gli ambienti luminosi e accoglienti dello Spazio Ilisso ospitano una bellissima mostra dedicata allo scultore Francesco Ciusa (Nuoro, 2 luglio 1883 – Cagliari, 26 febbraio 1949), la più esauriente mai realizzata, dal titolo La forma del mito, opportunità straordinaria per conoscere questo sensibile artista che ha saputo interpretare con finezza unica gli stati d’animo delle donne e coglierne la gentilezza, le passioni, l’armonia, ma anche lo strazio, l’energia, la ribellione.

Francesco Ciusa, La madre dell’ucciso, 1906-1907, gesso. Foto di Laura Candiani

Nella sua carriera non sempre facile, che ebbe alti e bassi, successi e delusioni, realizzò capolavori senza tempo che smuovono il nostro animo, a cominciare da La madre dell’ucciso, una anziana raccolta nel suo dolore, dalla forza sconvolgente, L’anfora sarda (1928), con una acquaiola dalla torsione prodigiosa, Il pane, con la donna impegnata nella millenaria attività, La filatrice, simbolo di pura bellezza, snella e agile, con la gonna stretta fra le gambe in un panneggio elegante. 

Francesco Ciusa, Il pane, 1907, bronzo, foto di Laura Candiani
Francesco Ciusa, La filatrice, 1908-9, gesso, foto di laura Candiani

Fu grande anche nel rappresentare volti di giovani madri e bambine, nel delineare una figura femminile che gioca con un sottile levriero, nel cogliere uno sguardo sbarazzino e un sorriso infantile. 

Francesco Ciusa, Mammina che lega la cuffietta, 1919-1921, terracotta da stampo dipinta a freddo, foto di Laura Candiani
Francesco Ciusa, figurine femminili in gesso a marmo, foto di Laura Candiani

Il Museo delle Maschere mediterranee si trova a Mamoiada, cittadina della Barbagia a 15 km. dal capoluogo, nota per il suo carnevale e le sue tipiche maschere, mamuthones e issohadores, che non mancano mai nelle sfilate, nelle feste, nei tantissimi carnevali che in Sardegna iniziano il giorno di Sant’Antonio Abate.
Attraverso accessori, filmati, pannelli, ricostruzioni su manichini a grandezza naturale si ammirano maschere dell’intera Isola, ma anche del nord Italia, della Galizia, di Paesi dell’est Europa. Si tratta, secondo la tradizione, di figure sempre maschili, le uniche femminili (ma spesso indossate da uomini) sono Sa Filonzana di Ottana e la Korela di Sciro (o Skyros, isola della Grecia), la prima è una vecchia che si aggira fra la gente impugnando minacciosa le forbici per tagliare il filo della tessitura, ma anche, simbolicamente, il filo della vita, l’altra ha il volto coperto da una curiosa mascherina rossa. 

Mamoiada, Museo delle Maschere, Sa Filonzana, foto di Laura Candiani
Mamoiada, Museo delle Maschere, La Korela dell’isola greca di Sciro (Skyro), foto di Laura Candiani

È da notare però che alcune maschere maschili, come gli stessi mamuthones, espressione di forza bruta, energia, ribellione al giogo padronale, che portano sulla schiena pesanti campanacci e si muovono con andatura cadenzata, sopra la berretta annodano un fazzoletto femminile di colore marrone. Da loro inseparabili, gli issohadores, che prendono allaccio con una fune le ragazze, colte di sorpresa, annodato in vita, su un fianco, sfoggiano uno scialle nero ricamato e con frange e nascondono il viso con una maschera bianca dai tratti femminili; o ancora nella celebre giostra equestre detta “Sartiglia” di Oristano Su Componidori, che guida i cavalieri che dovranno infilzare al volo la stella, è una figura semidivina, androgina, mascherata, con attributi sia maschili che femminili (dal 1973 possono esserlo pure le donne): ha in testa un cappello a cilindro nero, ma indossa anche un velo bianco e una camicia con sbuffi e pizzi.
Rimanendo in Barbagia, non si può mancare il Museo Costantino Nivòla a Orani dedicato interamente all’artista (Orani, 5 luglio 1911 – East Hampton, New York, 6 maggio 1988) di cui si ammirano all’esterno e in ampi e ariosi ambienti le affascinanti e misteriose sculture dalle forme essenziali in metallo, marmo, legno…, dalle dimensioni più varie, da grandissime a piccole come i bronzetti nuragici, di frequente ispirate a donne estremamente stilizzate.

Costantino Nivola, Figura femminile dalla serie Gli antenati, lamiera ritagliata e modellata,1952, foto di Laura Candiani
Costantino Nivola, Totem, 1950, sandcast in gesso, riprende una celebre statuina in marmo dell’era Eneolitica, foto di Laura Candiani
Costantino Nivola, Vedova e Madre, bronzi da modello del 1984, foto di Laura Candiani

Il museo ospita, fino al 12 luglio, per la prima volta in Italia, l’esposizione temporanea dal titolo Blue Blooded (Sangue Blu) di una giovane artista di New York: Hannah Levy, che realizza sculture e installazioni che indagano le relazioni tra corpo, desiderio e materialità. In una grande sala possiamo apprezzare alcune conturbanti figure ispirate a una creatura marina: il granchio a ferro di cavallo, o limulo, una sorta di “fossile vivente”, un artropode sopravvissuto per centinaia di milioni di anni il cui prezioso sangue blu è utilizzato nell’industria farmaceutica. Le opere sono realizzate in acciaio e silicone, o alluminio e vetro, hanno forme sinuose e vagamente inquietanti, in cui predominano la lucentezza metallica e il celeste della materia trasparente. 

Orani, Museo Nivola, mostra temporanea di Hannah Levy, foto di Laura Candiani

Fra rocce, valli, boschi secolari, nella Barbagia di Ollolai, sorge il piccolo paese di Olzai, che conta solo 750 abitanti, e merita una citazione e un particolare apprezzamento perché offre la possibilità di visitare, con una guida esperta e appassionata, la Casa museo di Carmelo Floris, un interessante incisore e pittore locale (Bono, 22 luglio 1891 – Olzai, 22 agosto 1960) che si dedicò soprattutto a riprodurre la vita quotidiana e a espressivi ritratti per lo più femminili. 

Olzai, Casa-museo di Carmelo Floris, Ritratto di bimba, 1931, foto di Laura Candiani
Olzai, Casa-museo Carmelo Floris, Donna di Ollolai, foto di Laura Candiani

L’edificio conserva con cura le camere da letto della madre e dell’artista che qui visse a lungo con la moglie, la cucina con il forno e il camino, un grazioso cortile e, assai suggestivo per le finestre aperte verso lo splendido panorama, lo studio in cui Floris amava lavorare guardandosi intorno, con tutti i suoi pennelli, i pastelli, gli strumenti, il fornetto per la ceramica, il torchio per le incisioni, persino il suo camice ancora sporco di colore.

Olzai, Le sorelle Mesina, 18 agosto 1919, foto di Laura Candiani

Poco lontano si trova la via sorelle Mesina, Angela, Antonietta, Giovannetta e Nunziata, che lasciarono la loro grande abitazione, chiamata casa Mesina Cardia, alla comunità perché senza eredi; dopo molti passaggi e vari usi, il bel palazzetto è stato acquisito dal Comune e al momento ospita le opere del quarto concorso biennale di incisione, curato con passione da un altro artista del luogo: Enrico Piras, ultranovantenne ancora vivace e attivo. Ma d’altra parte la Sardegna è la terra delle famose “Zone blu” e proprio l’Ogliastra e la Barbagia di Ollolai ne sono i due esempi più clamorosi. 

Aria buona, tanto movimento, su e giù per ripide stradine, nessuno stress, cibi sani, molti interessi, frequenti rapporti sociali, belle amicizie. Questo è l’elisir di lunga vita. A kent’annos! 

In copertina: Olzai, via sorelle Mesina. Foto di Laura Candiani

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Articolo di Laura Candiani

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Ex insegnante di Materie letterarie, pubblicista, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate a Pistoia e alla Valdinievole. Ha curato il volume Le Nobel per la letteratura (2025).

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