La scuola delle stelline

Oggi la nostra rubrica si sposta in una classe quinta di scuola primaria, in centro Italia. C’è una bambina, qui, che assomiglia in maniera impressionante a Mercoledì Addams, quella della Fiction di Netflix (2022-2025), diretta da Tim Burton, che ha avuto un successo clamoroso in mezzo mondo. Capelli corvini, occhi profondi, sguardo deciso, Elisa ha il cipiglio di chi, nella vita, è disposta a tutto tranne che a farsi mettere i piedi in testa. Se non fosse per l’abbigliamento, tutto orientato alle tinte pastello e per il cerchietto arcobaleno, che tiene a bada la capigliatura, si farebbe davvero fatica a distinguerla dal personaggio tv.

È proprio lei a prendere la parola, quando il discorso inizia a scivolare sulle cose della scuola che non piacciono ai bambini e alle bambine. «A me la storia delle stelline fa venire il mal di pancia. Fa schifo a tutti. L’abbiamo detto alle maestre, ma non ci hanno voluto ascoltare». La classe rumoreggia, si percepisce chiaramente una certa eccitata agitazione, come quando gli animali in stalla cominciano a scalciare, prima dello scoppio di un temporale. Un bambino biondo, Alessio, in fondo all’aula, annuisce con decisione e aggiunge: «Non ci ascoltano mai. Decidono tutto loro anche se siamo in quinta. In prima ci dicevano che eravamo piccoli, ma adesso che siamo grandi non è cambiato niente». Per fortuna le maestre sono fuori aula, altrimenti qui si metterebbe male… o forse le alunne e gli alunni non avrebbero avuto il coraggio di dire nulla, chi lo sa.
Per rompere la tensione, preciso che mi interessa molto la questione delle stelline, anche se non l’ho capita molto. «C’è chi di voi è tanto gentile da aver voglia di spiegarmi di che si tratta?», Elisa-Mercoledì non se lo fa ripetere due volte e inizia la sua arringa alla folla, alzandosi in piedi e puntando il dito sul lato opposto alla porta. «Vedi lì sul muro? Lì, tra le due finestre, quel cartellone giallo?». Lo vedo. In verticale sono segnati tutti i nomi delle bambine e dei bambini della classe. Accanto a ognuno, una tabella divisa secondo i giorni della settimana. «Oggi non c’è ancora nessuna stellina, perché è solo lunedì. Ma alla fine della settimana, i bambini più bravi o che hanno ottenuto i voti migliori ricevono delle stelline di merito». Annuisco, per indicare che ho capito. «Alcuni di noi non le prendono mai. E non dico mai tanto per dire, dico proprio MAI MAI». «E perché?» chiedo, ingenuamente. «Io perché faccio schifo a scuola!» grida dal primo banco Giorgio, alzando la mano «i miei voti non sono mai da stelline» e ridacchia con un misto di vergogna e orgoglio. Sì, perché anche quello di sostenere il proprio ruolo davanti a tutti i compagni e le compagne è un lavoro impegnativo e pare che a Giorgio riesca particolarmente bene: se deve essere il somaro della classe, lo sarà con dignità, come se lo avesse scelto. Nessun altro ride, però. Solo lui. Gli altri lo guardano seri, con rispetto. Nemmeno uno dei suoi compagni di classe avalla la sua teoria, nessuno azzarda neppure mezzo sorriso. «Io ce l’avevo quasi fatta il mese scorso» aggiunge Nathan «ma poi ho dato uno spintone a Luca, perché mi aveva rubato la gomma e la maestra si è arrabbiata tantissimo». «Quindi niente stellina» concludo io, mentre lui scuote la testa sconsolato, come un eroe sconfitto, caduto miseramente sulla linea di arrivo. «E perché hai spinto Luca?» chiedo «Non potevi solo chiedergli di darti indietro la gomma?». Nathan si confonde, distoglie lo sguardo, non risponde. «Lui è così, fa fatica a non usare le mani. Lo sappiamo tutti, anche le maestre lo sanno, ma dalla prima a oggi è migliorato tantissimo» interviene di nuovo Elisa. «Però non ce la faccio sempre» conclude Nathan, che nel frattempo ha ritrovato coraggio «delle volte il mio cervello arriva un secondo dopo e ormai ho già fatto qualcosa di sbagliato». Luca, secondo banco a sinistra, sotto la finestra, conclude il discorso con un «Sì, ma mi ha spinto poco, si è fermato subito. E poi ci chiede sempre scusa quando ci spinge. Io non ero arrabbiato. Non l’ho detto alla maestra, perché non era importante, ma lei l’ha visto lo stesso e non gli ha più dato la stellina».

Ok, direi che la questione cartellone è piuttosto chiara adesso. «Chi mi spiega perché non vi piace questa cosa?» chiedo, anche se la piega che ha preso il dibattito mi sembra già piuttosto illuminante. «Chi ha la fila piena di stelline è sempre la stessa persona. Ormai lo sappiamo chi è più brava o bravo. A cosa serve? A loro non gliene frega niente e per noi è brutto vedersi sempre come più scarsa o scarso. Chi non prende mai le stelline a volte piange, abbiamo dei compagni e delle compagne che ci restano malissimo».
Lapalissiano, direi. Ma mi manca un pezzo. «E cosa avete detto alle maestre? Perché dite che non vi hanno ascoltate?» indago. Risponde Elisa-Mercoledì, con un’aria che sembra uscire dritta da Il Quarto Stato, di Giuseppe da Volpedo: «Quando si sono messi a piangere Nathan e Giorgio, abbiamo chiesto alla maestra se potevamo togliere il cartellone, se potevamo non farla più la cosa delle stelline, perché non ci piaceva, faceva rimanere male chi non riusciva a prenderle. La maestra si è arrabbiata tantissimo, ci ha detto che non si discutono le decisioni degli adulti, che sono trent’anni che lei fa questa cosa ed è molto utile per far dare ai bambini il meglio di loro. Noi non eravamo d’accordo, così io mi sono alzata e sono andata a staccare le mie stelline dal cartellone. Le ho messe sulle linee di Nathan e di Giorgio, perché per me se le meritavano anche loro un po’ di stelline».

Per un attimo mi viene un groppo in gola. Sto ascoltando un racconto meraviglioso di resistenza civile, agita in maniera del tutto spontanea da un pugno di bambine e bambini in una nostra scuola. «Hai fatto una cosa molto bella» dico «sono sicura che Nathan e Giorgio saranno stati contenti» aggiungo. «Macché, siamo finiti tutti e tre dal Dirigente! La maestra gridava come una matta, ci ha detto che abbiamo fatto una cosa gravissima a rovinare il cartellone e a non ascoltare le sue indicazioni» aggiunge Elisa-Mercoledì, con un sogghigno cupo, che mi fa sentire in bocca una amarezza conosciuta, quel gusto inconfondibile che hanno le ingiustizie camuffate da educazione. «E quindi come è finita?» domando, anche se non sono certa di voler ascoltare la risposta. «Il Direttore ha…» inizia Giorgio «Si dice Dirigente» lo corregge Alessio «Eh, quello…» riprende Giorgio «ha mandato una mail a tutti i genitori, chiedendo di riprendere i figli perché avevano mancato di rispetto alla maestra» conclude con una smorfia e la voce in falsetto, a imitare una strega pettegola, o forse la voce del Preside, non si capisce. Inspiro ed espiro due o tre volte in maniera teatrale, in silenzio, mi porto la mano al cuore fingendo un improvviso dolore, mostrando ai miei interlocutori che ho decisamente bisogno di tempo per metabolizzare una notizia che mi sembra incredibile.

I bambini ridacchiano. «Mia mamma ha voluto sapere cos’era successo. Quando le ho spiegato, mi ha detto che era fiera di me! Alla maestra però non lo dico, perché se no mi rimanda dal Dirigente» chiosa allegra Elisa-Mercoledì. Eh già, alla faccia dell’alleanza educativa scuola-famiglia, penso. «Il cartellone non possiamo toglierlo, ma possiamo non dargli importanza, non guardarlo» aggiunge Alessio.
«Peccato non possiamo farlo anche con la maestra, di farla sparire dalla nostra testa!» ridacchia Nathan, facendo eccitare di nuovo tutta la classe. Non mi faranno mai più entrare qui dentro, lo so già. All’uscita di questo articolo, sarò bandita per sempre dalla scuola delle stelline. Del resto, con tutta la confusione che abbiamo fatto durante l’intervista, la maestra mi avrà sicuramente già bollata, etichettata come la solita teorica senza polso, tutta testa e zero carattere, che non sa gestire neppure una classe delle elementari. Invece io vengo via piena di cose. Di pensieri, di emozioni, di commozione, soprattutto di speranza. La scuola della competizione ha ricevuto un colpo mortale da questo fantastico gruppo di bambini e bambine. Dovrebbero tenere dei corsi, queste scolare e scolari, per noi che ci crediamo esperte/i dell’inclusione e della cooperazione, per noi che abbiamo talmente tanta esperienza, da credere di non aver più bisogno di imparare, per noi che vediamo sempre minacce alla nostra autorevolezza ogni volta che un’alunna o un alunno ci mette in discussione, per noi che abbiamo solo certezze e non ci fermiamo neppure a guardare chi abbiamo davanti, che tanto le classi sono tutte uguali.
Insegnateci voi, bambini e bambine della scuola delle stelline, cosa vuol dire veramente essere un gruppo classe. Insegnateci cosa dovrebbe fare davvero la scuola: insegnare a usare la testa per prendere posizione, ad avere il coraggio di scegliere di stare dalla parte giusta. Oggi a tutte e tutti voi, la Redazione di Vitamine vaganti dona la stella della nobiltà d’animo, perché con il vostro gesto avete guarito il disagio di alcuni e reso il mondo un po’ più giusto.

***

Articolo di Chiara Baldini

BALDINI-PRIMO PIANO.jpg

Classe 1978. Laureata in filosofia, specializzata in psicopedagogia, insegnante di sostegno. Consulente filosofica, da venti anni mi occupo di educazione.

Lascia un commento