La pace conviene. Dialogo aperto su Iran e Afghanistan 

La rassegna Lodi di pace, quest’anno con il sottotitolo La pace conviene, è giunta alla sua quarta edizione e ha presentato l’evento Da Donna, Vita, Libertà a oggi, tra collasso economico, controllo politico e tensioni geopolitiche. Dialogo aperto al liceo Verri di Lodi. 

Locandina della rassegna Lodi di Pace

L’iniziativa ha accolto come ospiti Pegah Moshir Pour, attivista e scrittrice di origine iraniana; Silvia Redigolo, responsabile della comunicazione della fondazione Pangea Ets; e Mariangela Pira, scrittrice e giornalista di SkyTg24; il focus indirizzato alle rivolte in Iran e al loro significato politico e sociale, in un contesto internazionale estremamente grave e pericoloso, anche a causa della guerra scatenata da Stati Uniti e Israele. 

Tavolo relatrici. Foto di Marianna Milano 

Pegah Moshir Pour ha iniziato illustrando la situazione in Iran, che si evolve di giorno in giorno. Afferma che sentiamo parlare dell’Iran da settimane, sempre però solo con un’unica narrazione, quella della guerra, raccontata spesso dalla stampa di regime, dai media israeliani e da Trump. Come si può capire, ogni parte sostiene la sua propaganda, senza ricordare cosa stava già da tempo soffrendo il Paese. Sembra che si sia persino scordato il massacro che il regime ha compiuto l’8 e il 9 gennaio del 2026, molto prima dell’attacco statunitense. Quasi nessun organo di stampa ha sottolineato a sufficienza quanto la vita di iraniane e iraniani fosse già martoriata, e adesso è ancora peggio. Dal 30 marzo sono state impiccate diverse persone, di età compresa tra i 18 e i 24 anni, per essere scese in strada a protestare. Ogni giorno c’è la paura di leggere il nome di un’altra persona impiccata.
Da una parte, il regime dei pasdaran ha vinto politicamente, lo si può dire. Tuttavia, proprio per questo — continua Pegah — dobbiamo insistere ancora di più adesso. Il popolo iraniano vuole un cambio di regime, stiamo parlando dell’80% del Paese. Dobbiamo ricordare che siamo sotto una forma di governo dittatoriale, che non solo non consente l’ingresso a giornaliste/i, ma non permette nemmeno interferenze e indagini. L’unico sondaggio ufficiale che abbiamo, riguarda i dati delle ultime elezioni presidenziali: appena il 20% della popolazione era andata a votare, cioè 10/15 milioni di persone su 92 milioni. Chi non ha votato è perché non può uscire di casa, non può nemmeno scrivere sui social. Questa è la realtà del regime, queste le cose che non riusciamo a raccontare, ed è difficile soprattutto dimostrarle con le immagini. La nostra percezione, attraverso le immagini che ci arrivano, è distorta e diventa sempre più difficile avere delle informazioni non filtrate dalla propaganda. È quindi più facile avere sotto gli occhi solo ciò che fa vedere il potere. Chi non ha il potere, non ha i mezzi né i contatti, come potrebbe raccontare la sua verità?
In Iran ci sono tantissime etnie e religioni diverse, come quella kurda, araba, afghana, sunnita, scïita. Sono soprattutto afghane le persone per la maggior parte rifugiate in Iran, e sono loro a essere trattate peggio di chiunque altra. Ho capito da questa situazione — riconosce Pegah — come si trovi sempre un capro espiatorio con cui prendersela, un po’ come ha fatto in Italia il partito della Lega, che prima attaccava il sud Italia, oggi la gente straniera (che spesso non lo è perché ha già acquisito la cittadinanza italiana).
Il popolo afghano ha una sua storia, una sua letteratura che dovremmo includere nel nostro quotidiano, invece sta venendo cancellata. A molti sta bene, con la scusa che il mondo “è sempre stato in questo modo”, ma è arrivato il momento di opporsi, e la generazione Zeta lo sta facendo, poiché non ha più niente da perdere. Lo abbiamo visto anche qui in Italia!
Dobbiamo prendere delle lezioni vere da ciò che accade, non come quella del covid: “ne usciremo migliori”, quando invece ne siamo usciti peggio.

Una studente iraniana, da qualche anno in Italia, aggiunge che per loro il punto non è soltanto la guerra. La violenza contro il popolo iraniano non è iniziata con gli attacchi esterni: esiste da decenni, nelle carceri, nelle piazze, nelle università, nei tribunali rivoluzionari, nelle impiccagioni, nella censura e nella paura quotidiana. La Repubblica Islamica ha ucciso, torturato e represso il suo stesso popolo molto prima che il mondo tornasse a parlare dell’Iran per motivi geopolitici. Per questo tante persone iraniane non possono più accettare questo regime. Non si tratta di una semplice opposizione politica: si tratta di memoria, giustizia e sopravvivenza. Un potere che massacra i propri cittadini e cittadine, che impicca i giovani, che reprime le donne e che trasforma il Paese in una prigione non può più essere considerato legittimo. Quando gridiamo “Donna, Vita, Libertà”, non stiamo ripetendo uno slogan: stiamo dicendo che l’Iran appartiene al suo popolo, non alla Repubblica Islamica. E dopo tutto quello che è successo, per molte/i di noi la risposta è una sola: mai più. 

Silvia Redigolo descrive poi, più nello specifico, la situazione in Afghanistan, dicendo di essersi ritrovata tanto nelle parole di Pegah e nella difficoltà di comunicare quello che sta succedendo realmente nel Paese. Racconta della sua esperienza nella fondazione Pangea, impegnata nel promuovere i diritti delle donne. È una delle realtà che è ancora attiva sul territorio. Le donne afghane, da sole, mandavano a scuola le figlie e i figli, e questo avrebbe potuto cambiare completamente la società. Infatti, gli ultimi attentati del 2021 hanno colpito soprattutto le giovani generazioni. I talebani all’epoca facevano anche parte della comunità, si mostravano moderati, dicendo che nella vita delle donne non sarebbe cambiato nulla. Ci abbiamo creduto in pochi — continua — e infatti, quando l’attenzione internazionale si è spostata, i talebani hanno iniziato a emanare le loro leggi e le donne, che nel 2021 avevano una vita pubblica ed erano imprenditrici e governatrici, ora non possono nemmeno uscire di casa, né parlare. Le scuole e le università sono chiuse, per impedire loro di studiare. Questo è gravissimo, soprattutto perché, in Afghanistan, le donne possono essere curate soltanto da altre donne. Poco tempo fa, c’è stato un violento terremoto che ha distrutto interi villaggi, e molte erano rimaste sotto le macerie, perché non potevano essere soccorse né medicate. Con la chiusura della facoltà universitarie e con l’impedimento alle ragazze di studiare medicina, le stanno condannando.
Tuttavia, le donne afghane sono dotate di una grande resilienza. Sono sottovalutate, ma sono forti: ci sono bambine che vanno ancora a scuola, di nascosto, poiché le scuole non vengono mai veramente chiuse, e rischiano la vita. I talebani sono stati precisi: chiunque avesse scoperto e denunciato o ucciso delle bambine che vanno a scuola, non sarebbe stato punito. Eppure le bambine resistono. Noi abbiamo scuole in diverse parti del territorio — afferma — anche per disabili. Le mamme si caricano le figlie sulle spalle, camminano circa 4 ore, solo per portarle a imparare il linguaggio dei segni. Abbiamo aperto scuole anche per le madri, così che possano continuare a imparare anche un mestiere. Questo è un punto di svolta.
In Afghanistan, uno degli strumenti che abbiamo usato per iniziare è stato il microcredito. Questo progetto parte da una richiesta, ci tengo a dirlo — sottolinea Silvia Redigolo. Quando abbiamo incontrato le nostre attiviste e le beneficiarie, all’inizio dell’epoca dei talebani, abbiamo proposto alle donne di distribuire il microcredito agli uomini cui erano legate. Una delle beneficiarie ha insistito, invece, affinché venisse dato alle donne. Sono state loro stesse a chiedercelo, andando contro la legge, rischiando la vita per lavorare anche dentro casa, ma quello è il loro modo di resistere. C’era la consapevolezza dei diritti, non volevano adeguarsi. Allora, diciamo che il microcredito viene dato alla famiglia, ma in realtà sono le donne che avviano una loro attività. Questo progetto va avanti anche grazie ai loro mariti e figli, ai colleghi, che ci aiutano pur rischiando ogni sera di non tornare dalle famiglie. Purtroppo, quando si vive in un regime, gli uomini non sono più liberi delle donne.
La comunità internazionale aveva promesso che non avrebbe dimenticato cosa era successo in Afghanistan, ma la promessa non è stata mantenuta. Noi parliamo quotidianamente con le nostre attiviste e le beneficiarie. Tutte le donne afghane che abbiamo sentito, ci hanno confessato di aver pensato al suicidio. In questi giorni, una ragazza di circa 25 anni ci ha detto addirittura che vorrebbe bombardassero anche loro, poiché è solo così che la gente parlerebbe ancora di loro. È una sconfitta per l’umanità. Il 25 febbraio era cominciata la guerra tra Pakistan e Afghanistan, che continua ancora oggi, con i bombardamenti alle tende in cui vivono i sopravvissuti al terremoto, eppure attualmente l’Afghanistan non interessa più, in questo momento si sta parlando dell’Iran, del Libano… Dobbiamo ricordarci di avere un occhio internazionale e non dimenticarci delle donne afghane: è soprattutto questo che ci chiedono.

La parola passa a Mariangela Pira. Inizia così il suo intervento dicendo che la condizione delle donne afghane è una nostra responsabilità. Noi abbiamo creduto di portare l’idea di democrazia in questo Paese, ma è assurdo doverla comprare da Trump!
Cosa abbiamo portato noi in Afghanistan? — si chiede, Silvia Redigolo è stata anche troppo educata nel descrivere la situazione. Avevamo promesso libertà, e gli americani l’hanno data finché non sono scappati. Gli afghani, allora, hanno cercato di fuggire, perché sapevano cosa avrebbero fatto i talebani. Per esempio, le donne quest’anno devono sottostare a una legge che dice che i loro mariti possono picchiarle, purché non rompano loro le costole. Di chi è la responsabilità, secondo voi? — chiede. E continua: io credo che sia in gran parte dell’Occidente, che non capisce in alcun modo quell’area e tra l’altro fa gli stessi errori in Iran. Io credo che noi siamo vittime di un disegno geopolitico preciso, che vede la Cina in una sorta di “guerra di Tucidide 2.0”, che sfida gli Stati Uniti, di conseguenza Trump colpisce prima il Venezuela, poi minaccia la Groenlandia. Ditemi voi se non stiamo vivendo in un mondo distopico, e di fronte a tutto ciò l’Europa è in silenzio. Non si va sul mercato a fare debito comune perché alcuni Paesi sono meno indebitati di altri, ma non capiamo che da soli non andremo da nessuna parte. Ci ritroviamo a non aver imparato niente dalla guerra in Ucraina. Abbiamo smesso di comprare gas da Putin, l’abbiamo preso dall’Algeria, che non è un Paese stabile, poi dal Qatar. Alla fine stiamo riprendendo gli affari con Putin, dopo tutte le sanzioni che gli avevamo imposto. Tutto questo, a causa della questione dello stretto di Hormuz, sul quale stiamo rischiando a causa di un presidente che, in una settimana, ha detto cose diverse e tutte contrastanti sul suo social Truth.
I social hanno dato un grande aiuto alla situazione attuale, perché poche persone fanno dibattiti sani. Parlando con un collega — ci dice — ho capito che ormai nessuno dà più credibilità a quello che dice Trump, e questo è grave, perché il presidente americano dovrebbe, invece, essere una voce attesa e ascoltata da mercato, economia e politica.
Sto leggendo un libro su quello che accadde nella seconda guerra mondiale — conclude — e mi sono proprio scoraggiata: chi avrebbe detto che avremmo vissuto la stessa cosa? E viene anche disconosciuta. Pensavo che con la tecnologia le cose migliorassero, che si andasse verso un mondo con più comprensione, dove i problemi venissero risolti con le parole. Vi chiedo, cosa stiamo diventando?

In copertina: un cartello con la scritta Donna, Vita, Libertà (Jin, Jiyan Azadi) in curdo centrale, settentrionale e inglese. Licenza Creative Commons

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Articolo di Marianna Milano

Nata a Milano, ha conseguito la laurea in Lingue, Lettere e Culture comparate all’Università L’Orientale di Napoli. I suoi interessi sono soprattutto la letteratura orientale, l’arte in tutte le sue sfumature, tra cui fotografia, cinematografia e critica. Svolge volontariato presso le associazioni Toponomastica femminileSe non ora, quando? Snoq LodiViva Vittoria e La metà di niente.

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